La cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e il suo trasferimento negli Stati Uniti hanno aperto una delle più complesse e controverse crisi giuridiche e politiche degli ultimi decenni. Secondo quanto emerso, il motivo dell’azione sarebbe legato alle gravi accuse mosse nei suoi confronti dalle autorità statunitensi, in particolare per narcotraffico e per presunte responsabilità in atti di tortura e repressione sistematica ai danni del proprio popolo. Accuse di estrema gravità che, tuttavia, pongono interrogativi cruciali non tanto sul loro contenuto, quanto sulle modalità attraverso cui si è proceduto alla cattura di un capo di Stato in carica. Al di là delle valutazioni politiche e morali sul regime venezuelano, l’arresto di un presidente senza un mandato emesso da un tribunale internazionale competente e al di fuori di un quadro giuridico multilaterale condiviso rappresenta uno strappo profondo all’ordine giuridico internazionale. Un’azione di questo tipo incide direttamente sui principi fondamentali del diritto internazionale: la sovranità statale, l’uguaglianza giuridica tra gli Stati e il divieto di ingerenza negli affari interni di un Paese sovrano. Tali principi non costituiscono un ostacolo alla giustizia, ma una garanzia contro l’arbitrio e l’uso selettivo della forza. Le accuse di narcotraffico e di torture inflitte alla popolazione venezuelana sono da anni al centro di indagini, rapporti e denunce presentate da organizzazioni internazionali, ONG e organismi per la tutela dei diritti umani. Esse descrivono un contesto segnato da una profonda crisi dello Stato di diritto, dalla repressione del dissenso politico e da un deterioramento drammatico delle condizioni di vita della popolazione. Questo quadro rende legittima l’attenzione della comunità internazionale, ma non giustifica automaticamente il ricorso a iniziative unilaterali che bypassano le istituzioni giuridiche internazionali preposte. Secondo un’analisi del Presidente, del Comitato scientifico Centro Studi per la Giustizia e le Istituzioni, avv. Emanuele Fierimonte: “…la questione centrale non è se Maduro debba o meno rispondere di gravi violazioni, ma chi abbia il potere di stabilire tempi, modi e sedi di tale responsabilità. La pretesa di una singola potenza di agire come giudice globale, fondando il proprio intervento su accuse penali unilaterali, anche quando queste riguardano crimini gravissimi, rischia di compromettere l’intero sistema delle relazioni internazionali”. Non è così che si rafforza la giustizia internazionale; è così che si sostituisce il diritto con la forza. Il trasferimento di Maduro negli Stati Uniti assume un valore simbolico e giuridico particolarmente allarmante. Se si accetta il principio secondo cui un capo di Stato può essere catturato e portato davanti ai tribunali di un altro Paese sulla base di accuse formulate unilateralmente, senza il vaglio di una corte internazionale competente, si apre un precedente potenzialmente applicabile a qualunque Stato ritenuto politicamente o economicamente scomodo. In tale scenario, le Nazioni Unite e le corti internazionali rischiano di essere svuotate del loro ruolo, ridotte a strumenti marginali rispetto alle decisioni delle grandi potenze. In questa prospettiva, anche la lotta contro il narcotraffico e la repressione delle torture, obiettivi in sé legittimi e doverosi, finiscono per essere indeboliti. Quando la giustizia diventa selettiva e viene amministrata al di fuori delle regole condivise, perde la sua credibilità e si trasforma in un atto di forza. Il diritto internazionale o vale per tutti oppure cessa di essere diritto. E quando non vale più per tutti, non protegge più nessuno, nemmeno le vittime che afferma di voler difendere.

