Milano 2027, il centrodestra già litiga sul candidato sindaco. Piscina sfida Forza Italia: «Facciamo le primarie»

La proposta del segretario milanese della Lega, Samuele Piscina, arriva dopo le dichiarazioni del coordinatore lombardo di Forza Italia, Alessandro Sorte, sull’ipotesi di una corsa in solitaria. A un anno dalle elezioni comunali, il centrodestra non ha ancora trovato un candidato condiviso per Palazzo Marino. E dietro il richiamo all’unità si apre una partita politica che riguarda i rapporti di forza tra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Le primarie potrebbero risolvere il problema, ma anche far emergere tutte le divisioni della coalizione.

Il centrodestra vuole conquistare Milano, ma prima deve mettersi d’accordo su chi candidare

A Milano il centrodestra non ha ancora scelto il candidato sindaco per le elezioni comunali del 2027, ma ha già cominciato a discutere su come sceglierlo. E soprattutto su cosa fare se i partiti della coalizione non dovessero trovare un accordo. L’ultima proposta arriva dalla Lega, che attraverso il suo segretario provinciale Samuele Piscina rilancia uno strumento tanto semplice sulla carta quanto complicato da organizzare nella pratica: le primarie.

L’occasione è offerta dalle dichiarazioni di Alessandro Sorte, coordinatore regionale lombardo di Forza Italia, che hanno riaperto la discussione sulla possibilità che gli azzurri decidano di presentarsi autonomamente alle elezioni milanesi. Un’ipotesi alla quale Piscina risponde con un richiamo all’unità, accompagnato però da una proposta destinata a modificare il metodo con cui il centrodestra ha tradizionalmente individuato i propri candidati.

«Dispiace sinceramente leggere le dichiarazioni dell’amico Alessandro Sorte su possibili corse in solitaria o rievocazioni del passato che rischiano solo di fare il gioco della sinistra», afferma Piscina in una nota diffusa il 10 ottobre.

Il segretario milanese della Lega non chiude la porta agli alleati. Anzi, insiste sulla necessità di mantenere compatta la coalizione. Ma introduce un elemento nuovo: se i vertici dei partiti non riescono a mettersi d’accordo, la decisione potrebbe essere affidata direttamente agli elettori.

«Se al tavolo della coalizione c’è un momento di stallo e non si trova la quadra sul candidato ideale, non dobbiamo avere timore della democrazia: lasciamo scegliere direttamente ai milanesi attraverso le primarie».

Una dichiarazione che, al di là delle intenzioni espresse, mette sul tavolo una questione politica precisa. Chi deve decidere il futuro candidato sindaco del centrodestra milanese? I segretari dei partiti, attraverso una trattativa tra Roma e Milano, oppure gli elettori chiamati a esprimersi prima ancora delle elezioni vere e proprie?

Forza Italia e la tentazione di correre da sola

Il bersaglio politico delle parole di Piscina è Alessandro Sorte. Il coordinatore lombardo di Forza Italia è uno degli interlocutori più importanti nella definizione degli equilibri regionali della coalizione e le sue dichiarazioni hanno inevitabilmente un peso anche nella partita milanese.

Il riferimento a una possibile corsa autonoma degli azzurri apre uno scenario che il centrodestra conosce bene: quello di una coalizione che, pur governando insieme a livello nazionale e regionale, non riesce a trovare una sintesi quando deve individuare il candidato per una grande città.

Per Forza Italia, Milano rappresenta un terreno particolarmente significativo. È la città nella quale Silvio Berlusconi ha costruito una parte fondamentale della propria storia imprenditoriale e politica, oltre a essere uno dei principali centri economici del Paese. La presenza di un elettorato moderato, liberale e legato al mondo delle professioni e delle imprese rende il capoluogo lombardo un territorio sul quale gli azzurri possono rivendicare una propria identità.

L’eventualità di una candidatura autonoma, tuttavia, non equivale necessariamente alla decisione di rompere la coalizione. Può essere anche uno strumento negoziale: alzare il livello dello scontro per ottenere maggiore peso nella scelta del candidato comune, oppure per impedire che la decisione venga assunta senza tenere sufficientemente conto delle richieste di Forza Italia.

È una distinzione importante. Un conto è minacciare di correre da soli durante una trattativa, un altro è presentare effettivamente un candidato alternativo a quello sostenuto dagli altri partiti del centrodestra.

Nel secondo caso le conseguenze sarebbero assai più concrete. Una divisione al primo turno potrebbe ridurre la capacità della coalizione di competere per Palazzo Marino, soprattutto se le diverse candidature non riuscissero poi a ricomporsi in vista di un eventuale ballottaggio.

La questione non riguarda soltanto i voti. Riguarda anche il messaggio politico che il centrodestra intende trasmettere agli elettori milanesi: quello di una coalizione pronta a governare la città oppure quello di partiti ancora impegnati a contendersi la leadership interna.

Piscina propone le primarie: una soluzione democratica o una mossa politica?

La proposta di Samuele Piscina ha almeno due possibili letture.

La prima è quella più immediata: affidare agli elettori la scelta del candidato sindaco, superando le difficoltà delle trattative tra partiti. Le primarie potrebbero consentire ai diversi aspiranti candidati di confrontarsi pubblicamente, presentare programmi alternativi e costruire un rapporto con la città prima dell’avvio della campagna elettorale vera e propria.

La seconda lettura è più politica. Proporre le primarie significa anche mettere gli alleati davanti a una scelta: accettare una competizione aperta, rinunciando alla possibilità di decidere il candidato soltanto attraverso gli accordi tra dirigenti, oppure spiegare perché si preferisce mantenere la selezione all’interno dei partiti.

Non è casuale, in questo senso, la domanda con cui Piscina accompagna la sua proposta: «Chi ha paura del giudizio dei cittadini?».

È una formula che sposta il confronto dal terreno degli equilibri di coalizione a quello della partecipazione democratica. E che potrebbe mettere in difficoltà chi, per ragioni organizzative o politiche, fosse contrario alle primarie.

Naturalmente, le primarie non sono uno strumento neutrale. Il risultato dipende anche dalle regole con cui vengono organizzate, dalla capacità dei partiti di mobilitare i propri sostenitori e dalla possibilità di coinvolgere elettori che non appartengono stabilmente a nessuna formazione politica.

Un partito dotato di una struttura territoriale organizzata potrebbe avere un vantaggio rispetto a un candidato civico molto conosciuto ma privo di una rete di militanti. Al contrario, una consultazione particolarmente aperta potrebbe favorire una figura capace di parlare a un elettorato più ampio di quello tradizionale del centrodestra.

Prima ancora di decidere se tenere le primarie, dunque, la coalizione dovrebbe concordare chi può partecipare, quali candidati possono presentarsi, come vengono raccolte le candidature e quale impegno assumono i partiti a sostenere il vincitore.

Senza queste condizioni, il rischio sarebbe quello di trasformare uno strumento pensato per risolvere le divisioni in un’ulteriore occasione di scontro.

Sardone contro Perego: i due candidati che dividono Lega e Forza Italia

Dietro la discussione sul metodo c’è una questione molto concreta: la Lega vuole candidare Silvia Sardone, mentre Forza Italia punta su Matteo Perego di Cremnago.

Sardone, 'sono pronta alle primarie, Milano va liberata' - Ultima ora - Ansa.it

Silvia Sardone

Vicesegretaria federale della Lega, sostenuta da Matteo Salvini.

Fi spinge Perego come sindaco di Milano, la Lega frena. La Russa: 'I candidati sono 3' - Notizie - Ansa.it

Matteo Perego di Cremnago

Sottosegretario alla Difesa, candidato proposto da Forza Italia.

Non sono due candidature intercambiabili. Sardone rappresenta un profilo fortemente politico, costruito su anni di opposizione al centrosinistra milanese, sulle campagne per la sicurezza e su una comunicazione molto riconoscibile. Perego viene invece presentato dagli azzurri come una figura capace di parlare a un elettorato moderato e di intercettare anche una parte degli scontenti del centrosinistra.

Il 9 ottobre Sorte aveva già sostenuto pubblicamente la maggiore capacità attrattiva di Perego rispetto a Sardone. Il giorno successivo Salvini ha rilanciato le primarie, arrivando a indicare il secondo fine settimana di novembre come possibile data per la consultazione.

Il Giorno

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È proprio qui che la questione diventa interessante. La Lega potrebbe avere interesse a una competizione basata sulla mobilitazione dei sostenitori, mentre Forza Italia preferisce una valutazione complessiva sulla capacità del candidato di conquistare voti oltre i confini tradizionali della coalizione.

Entrambe le argomentazioni hanno una loro logica. Vincere una primaria, però, non significa necessariamente vincere le elezioni comunali. E risultare più graditi in un sondaggio non garantisce di riuscire a trasformare quel gradimento in voti.

La Russa cerca di evitare la rottura. E c’è anche Maurizio Lupi

A complicare ulteriormente la situazione c’è Fratelli d’Italia, che pur essendo il principale partito del centrodestra nazionale non ha ancora imposto una candidatura definitiva per Milano.

Il presidente del Senato Ignazio La Russa è intervenuto il 10 ottobre per invitare gli alleati a evitare uno scontro frontale. Non ha sposato la proposta leghista, ma ha nemmeno voluto escluderla. Secondo La Russa, se un partito importante della coalizione chiede le primarie, non è corretto rispondergli invitandolo a correre da solo.

La posizione è significativa perché lascia aperta la possibilità di una mediazione.

Ma la partita non è limitata a Sardone e Perego. C’è anche Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, il cui nome continua a circolare per Palazzo Marino.

Maurizio Lupi — Presidente di Noi Moderati

Maurizio Lupi

Lupi ha indicato la fine di ottobre come termine entro il quale il centrodestra dovrebbe arrivare a una decisione. Ha accolto positivamente la proposta di Perego, ma ha ricordato che nessuno è ancora stato incoronato candidato della coalizione. La scelta finale, secondo il leader di Noi Moderati, sarà raggiunta attraverso una sintesi tra i vertici nazionali.

Il paradosso è evidente: mentre Piscina propone di far scegliere il candidato ai milanesi, una parte degli alleati continua a considerare Roma il luogo naturale nel quale chiudere la trattativa.

Si confrontano così due idee diverse di costruzione della candidatura. Da una parte la legittimazione attraverso il voto degli elettori; dall’altra la ricerca di un accordo politico tra le segreterie.

Non è soltanto una differenza organizzativa. È una diversa concezione del rapporto tra partiti, candidati e territorio.

Il precedente Albertini: quando Forza Italia vinse senza la Lega

Nelle dichiarazioni di Sorte compare anche un riferimento storico che merita attenzione: l’elezione di Gabriele Albertini.

Nel 1997 Albertini conquistò Palazzo Marino sostenuto da Forza Italia e Alleanza Nazionale, mentre la Lega presentò il sindaco uscente Marco Formentini. La coalizione che portò Albertini alla vittoria era dunque diversa da quella che oggi governa il Paese e la Lombardia.

È questo il precedente richiamato dal coordinatore lombardo degli azzurri quando sostiene che una corsa separata non rappresenterebbe necessariamente una tragedia.

Ma il paragone presenta diversi limiti.

La Milano del 1997 era una città politicamente diversa da quella attuale. Il sistema dei partiti stava ancora attraversando le trasformazioni successive a Tangentopoli, Forza Italia era una formazione giovane e il centrosinistra non aveva alle spalle quindici anni consecutivi di governo comunale.

Soprattutto, il centrodestra di allora non aveva la stessa struttura di quello attuale. Fratelli d’Italia non esisteva, Alleanza Nazionale aveva un’identità differente e i rapporti tra Lega e Forza Italia erano profondamente diversi.

Rievocare Albertini può quindi servire a ricordare che una vittoria senza la Lega è storicamente possibile. Non dimostra, però, che lo stesso schema possa funzionare nel 2027.

Piscina sembra voler sottolineare proprio questo aspetto quando mette in guardia contro le rievocazioni del passato.

Il sondaggio che dovrebbe preoccupare tutto il centrodestra

Mentre Lega e Forza Italia discutono, un sondaggio Emg realizzato per La Stampa e diffuso il 10 ottobre fotografa una situazione tutt’altro che favorevole per la coalizione.

SONDAGGIO EMG PER LA STAMPA — OTTOBRE 2026

Il centrosinistra parte in vantaggio

Intenzioni di voto riportate da ANSA, 10 ottobre 2026. Le stime non sono risultati elettorali.

Il dato del centrodestra è ricavato dal vantaggio di dieci punti indicato nella rilevazione

Il sondaggio attribuisce al centrosinistra il 51% dei consensi, con il Partito democratico al 28%, Alleanza Verdi e Sinistra all’11% e Movimento 5 Stelle al 3,5%.

Tra i possibili candidati del centrosinistra, Mario Calabresi ottiene il 59% delle preferenze dell’elettorato progressista, contro il 27% di Pierfrancesco Majorino.

Ancora più interessante, per capire il confronto nel centrodestra, è il dato relativo al gradimento dei candidati nell’area politica di riferimento.

PREFERENZE TRA GLI ELETTORI DI CENTRODESTRA

Rilevazione Emg riportata dall’ANSA il 10 ottobre 2026. Si tratta di preferenze espresse nell’ambito del sondaggio, non di un’ipotetica votazione primaria.

I risultati suggeriscono che il candidato maggiormente gradito agli elettori di centrodestra, tra i tre considerati, sarebbe proprio Lupi.

È un elemento che rende la discussione sulle primarie ancora più delicata. Se i numeri venissero confermati in una consultazione reale, la sfida potrebbe non essere semplicemente tra Lega e Forza Italia, ma aprire la strada a una candidatura di mediazione.

Naturalmente il sondaggio è una fotografia delle opinioni raccolte in un determinato momento. Non è una previsione certa del risultato delle comunali, né consente di sapere come voterebbero gli elettori in primarie effettivamente organizzate.

Ma un dato politico emerge: il centrodestra sta discutendo animatamente di chi debba guidarlo quando, almeno secondo questa rilevazione, dovrebbe preoccuparsi soprattutto di come recuperare terreno sul centrosinistra.

Quindici anni di centrosinistra: il bilancio di Pisapia e Sala entra nella campagna elettorale

Piscina motiva la necessità di ritrovare l’unità anche attraverso una critica durissima all’amministrazione comunale.

Nel comunicato parla di milanesi esasperati da quindici anni di governo della sinistra, citando degrado, insicurezza e fallimenti.

Si tratta di un giudizio politico, naturalmente, ma il riferimento temporale è corretto: il centrosinistra governa Milano dal 2011, quando Giuliano Pisapia sconfisse Letizia Moratti. A Pisapia è succeduto Giuseppe Sala, eletto nel 2016 e confermato nel 2021.

Nel 2027 si chiuderà dunque un ciclo amministrativo lungo sedici anni.

È un periodo nel quale Milano è cambiata profondamente. La città ha conosciuto una forte trasformazione urbanistica, ha rafforzato la propria attrattività internazionale e ha consolidato il ruolo di centro economico e finanziario nazionale.

Contemporaneamente, sono emersi problemi sempre più difficili da ignorare: l’aumento del costo delle abitazioni, la difficoltà per molti lavoratori di vivere in città, le tensioni legate alla trasformazione immobiliare, le disuguaglianze tra quartieri e la percezione di insicurezza.

Il centrodestra ha quindi diversi temi sui quali costruire una proposta alternativa. Ma non è affatto scontato che la semplice critica a Sala sia sufficiente a convincere la maggioranza degli elettori.

La questione della casa, per esempio, non si risolve soltanto accusando l’amministrazione uscente. Richiede di spiegare come aumentare l’offerta di abitazioni accessibili, come intervenire sul patrimonio pubblico e quale rapporto instaurare con gli operatori immobiliari.

Lo stesso vale per la sicurezza. Promettere più controlli può essere politicamente efficace, ma un candidato sindaco deve anche chiarire quali strumenti siano realmente nelle competenze del Comune e quali dipendano da prefettura, questura e governo nazionale.

Su mobilità, periferie, manutenzione urbana, servizi sociali e sviluppo economico servono proposte altrettanto concrete.

Il rischio, per il centrodestra, è che il confronto sui nomi finisca per occupare tutto lo spazio politico, lasciando in secondo piano la discussione sul programma.

Le primarie potrebbero aiutare il centrodestra, ma soltanto a certe condizioni

L’idea avanzata da Piscina ha un merito: prova a spostare la discussione da una trattativa riservata tra partiti a un confronto pubblico.

Non è poco, soprattutto in una città nella quale i candidati sindaco sono spesso individuati attraverso accordi che coinvolgono direttamente le leadership nazionali.

Una primaria potrebbe consentire ai milanesi di conoscere meglio le proposte di Sardone, Perego, Lupi e degli eventuali altri aspiranti candidati. Potrebbe costringerli a confrontarsi non soltanto sulle parole d’ordine, ma anche sulle scelte amministrative.

Potrebbe inoltre generare attenzione intorno a una coalizione che, dopo tanti anni all’opposizione, ha bisogno di costruire una proposta riconoscibile.

Esiste però un problema: una primaria funziona se chi perde riconosce il risultato e sostiene lealmente il vincitore.

Se invece i partiti affrontassero la consultazione come una resa dei conti, il rischio sarebbe quello di produrre una candidatura formalmente unitaria ma politicamente indebolita.

Per questo le regole sarebbero decisive. Una consultazione aperta soltanto agli iscritti dei partiti darebbe un risultato diverso rispetto a primarie alle quali possano partecipare tutti gli elettori che si riconoscono nel progetto della coalizione.

Andrebbe poi chiarito se possano concorrere candidati civici, quali siano i requisiti per presentarsi e se i partiti siano disposti a sottoscrivere preventivamente l’impegno a sostenere chi vince.

Senza queste garanzie, le primarie rischierebbero di diventare un sondaggio particolarmente costoso, accompagnato da una lunga campagna elettorale interna.

Milano decide o decide Roma?

C’è infine una questione che supera lo scontro tra Sorte e Piscina.

Da anni la selezione dei candidati sindaco delle grandi città è influenzata dalle dinamiche nazionali dei partiti. Milano non fa eccezione.

La scelta del candidato può diventare parte di una trattativa più ampia, nella quale entrano in gioco altre amministrazioni, gli equilibri regionali e le future scadenze elettorali.

La posizione espressa da Lupi, secondo cui la sintesi arriverà dai leader nazionali, conferma quanto il peso di Roma sia ancora determinante.

Piscina, proponendo le primarie, introduce invece un principio diverso: se il candidato deve amministrare Milano, potrebbero essere i milanesi a scegliere chi debba rappresentare la coalizione.

È un ragionamento che potrebbe risultare convincente anche per chi non vota Lega.

Ma perché sia credibile dovrebbe valere indipendentemente dal risultato. Le primarie non possono essere considerate uno strumento utile soltanto quando si ritiene che il proprio candidato abbia maggiori possibilità di vincerle.

Allo stesso modo, chi si oppone alle primarie dovrebbe spiegare quale metodo alternativo garantisca una scelta altrettanto trasparente e condivisa.

Il centrodestra si trova così davanti a una scelta che riguarda la propria organizzazione politica prima ancora del futuro di Palazzo Marino.

Può continuare a cercare un candidato attraverso la mediazione tra i partiti, oppure sperimentare una consultazione aperta. Entrambe le strade possono portare a una candidatura unitaria, ma nessuna delle due offre garanzie automatiche di vittoria.

La vera domanda è se il centrodestra abbia un progetto per Milano

La scadenza indicata da Lupi, quella di fine ottobre, si avvicina. Salvini ha già proposto di organizzare le primarie nel secondo fine settimana di novembre. Sorte continua a difendere il metodo tradizionale e il nome di Perego. La Russa invita alla mediazione. Piscina chiede di non avere paura del voto dei cittadini.

Nel frattempo, il centrosinistra osserva le divisioni degli avversari e si prepara a sua volta alla successione di Sala.

Per il centrodestra il problema non è soltanto individuare un nome competitivo. È dimostrare che esiste una coalizione capace di governare una città complessa come Milano, tenendo insieme esigenze spesso differenti: quelle delle imprese e quelle dei lavoratori, quelle del centro e quelle delle periferie, quelle di chi investe nel mercato immobiliare e quelle di chi fatica a pagare l’affitto.

È su questi temi che una candidatura dovrebbe misurarsi.

Le primarie potrebbero essere un’occasione per aprire finalmente questa discussione. Oppure potrebbero trasformarsi nell’ennesima competizione tra apparati, correnti e leadership.

La differenza dipenderà da ciò che i partiti decideranno di mettere al centro del confronto.

Per ora, il dato politico è uno: il centrodestra milanese vuole tornare a governare Palazzo Marino dopo sedici anni, ma non ha ancora trovato un accordo neppure sul metodo per scegliere il proprio candidato.

E mentre i suoi dirigenti discutono se debbano decidere gli elettori oppure i segretari, il sondaggio Emg suggerisce che la coalizione ha un problema ancora più urgente: convincere una maggioranza di milanesi a cambiare amministrazione.

La domanda di Piscina, «Chi ha paura del giudizio dei cittadini?», potrebbe allora essere rivolta non soltanto agli alleati contrari alle primarie, ma all’intero centrodestra.

Perché, prima o poi, quel giudizio arriverà comunque. E non sarà espresso a un gazebo di partito, ma nelle urne delle elezioni comunali.

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