Nasce il “Partito del Popolo”: Luca Di Carlo, l’«Avvocato del Diavolo», lancia la sfida da Montecitorio.

Accanto a lui il principe Robert von Sachsen

Roma, 11 ottobre 2026 — Piazza Montecitorio.
C’è un momento, nella storia politica di un Paese, in cui una piazza smette di essere soltanto una piazza.

Diventa un confine.

Da una parte i palazzi del potere, i riti consumati della politica, le promesse rinviate, le maggioranze e le opposizioni che per anni si sono scambiate ruoli e responsabilità.

Dall’altra parte, la voce di chi sostiene di non voler più aspettare.

Ieri sera, davanti a Montecitorio, Luca Di Carlo ha scelto quel confine per annunciare la nascita del Partito del Popolo.

L’avvocato romano di diritto internazionale penale, conosciuto dal pubblico televisivo come l’«Avvocato del Diavolo», ha parlato senza mediazioni, senza formule prudenti e senza il linguaggio accomodante delle conferenze stampa.

Il suo è stato un discorso di rottura: un atto d’accusa contro l’intero sistema della rappresentanza politica italiana, contro la maggioranza e contro un’opposizione che, secondo lui, avrebbe rinunciato per troppo tempo al proprio ruolo.

Accanto a Di Carlo, tra telefoni alzati, fotografie, curiosi e sostenitori, è comparsa una presenza destinata a far discutere: S.A.R. il principe Robert von Sachsen, giurista della storica dinastia sassone, solicitor nel Regno Unito e figura attiva nell’ambito del diritto internazionale e della consulenza strategica.

Una presenza non annunciata come investitura formale, né come adesione organica al nuovo soggetto politico.

Ma sufficiente a imprimere alla serata un peso simbolico particolare. In una piazza che voleva parlare di sovranità popolare, Costituzione, diritto e rappresentanza, la presenza del principe sassone ha aggiunto un elemento internazionale a un messaggio nato nel cuore di Roma.

E soprattutto ha fatto capire che quella di ieri non voleva essere soltanto una manifestazione.

Voleva essere una prima assoluta.


“Oggi nasce una resistenza popolare”

Di Carlo si è rivolto alla piazza con parole nette, dirette, costruite per essere ripetute. Non ha presentato un semplice contenitore elettorale, né l’ennesima sigla destinata a confondersi nel panorama frammentato dei partiti italiani. Ha parlato di una “resistenza popolare”.

«Oggi nasce un nuovo partito politico, una resistenza popolare contro i politici di maggioranza e di opposizione — un’opposizione che per lunghi anni non ha fatto l’opposizione, ma si è prestata al gioco d’interesse politico della maggioranzaᄏ.

È qui che prende forma il nucleo politico del Partito del Popolo: la convinzione che il cittadino sia stato progressivamente escluso dal processo decisionale e che il confronto tra i partiti sia diventato, negli anni, una rappresentazione incapace di incidere davvero sui problemi delle famiglie, dei lavoratori, dei pensionati, dei piccoli imprenditori e di chi vive una condizione economica sempre più fragile.

Il linguaggio scelto non è quello del compromesso.

È il linguaggio della chiamata.

Il Partito del Popolo nasce, nelle parole del suo fondatore, come risposta a un sistema percepito come chiuso, autoreferenziale e distante. Una forza che si propone di rimettere al centro la partecipazione diretta, la dignità sociale e la tutela dei diritti costituzionali.

La piazza ha risposto con il coro destinato a diventare il primo slogan del movimento:

«L’Italia chiama gli italiani.»

Una frase semplice, immediata, pensata per superare appartenenze tradizionali e collocazioni ideologiche. Non destra contro sinistra, non maggioranza contro opposizione: popolo contro apparato, cittadini contro una politica che Di Carlo accusa di aver perso contatto con la realtà.

«Oggi nasce una nuova forza politica, il Partito del Popolo, e siamo pronti a batterci già da domani contro questi soprusiᄏ.


La contestazione sul provvedimento elettorale

Uno dei punti centrali dell’intervento riguarda il tema della legge elettorale e della possibilità, per i cittadini, di esercitare pienamente il proprio diritto di partecipazione politica, incluso quello dell’elettorato passivo.

Di Carlo ha indicato come bersaglio della protesta una firma che, a suo avviso, starebbe per avallare o omologare un provvedimento elettorale proveniente dal Parlamento.

«E adesso assistiamo a una firma apposta per avallare, per omologare un provvedimento elettorale emesso da questo Parlamentoᄏ.

Il passaggio è destinato ad aprire un confronto politico e giuridico. Il Partito del Popolo annuncia infatti una battaglia che non sarà soltanto comunicativa o di piazza, ma anche legale e istituzionale. L’obiettivo dichiarato è verificare, contestare e portare all’attenzione pubblica ogni norma o procedura che, secondo il movimento, possa comprimere il diritto dei cittadini a candidarsi, scegliere ed essere realmente rappresentati.

Non si tratta, nella visione di Di Carlo, di una questione per addetti ai lavori. È una questione che riguarda la struttura stessa della democrazia.

Chi può candidarsi? Chi decide le liste? Chi controlla l’accesso alle istituzioni? Quanto spazio resta, oggi, al cittadino comune che non appartiene a una macchina di partito, a un gruppo di potere, a un circuito economico o mediatico?

Sono domande che ieri sera hanno attraversato la piazza di Montecitorio e che il nuovo movimento promette di portare nelle aule giudiziarie, nelle piazze, nei territori e nella campagna elettorale.


“Un attentato reale alla Costituzione”

Le parole più forti del discorso hanno riguardato la Costituzione italiana.

Di Carlo ha definito quanto sta avvenendo, secondo la sua lettura politica e giuridica, un “attentato reale” ai principi costituzionali. Una formula destinata a suscitare dibattito, ma che riassume il tono dell’intera serata: quello di una denuncia senza attenuanti.

«Assistiamo, e abbiamo assistito, a un attentato — un attentato reale alla nostra Costituzione. La nostra Costituzione è inviolabile. La nostra Costituzione nasce dal sangue patriottico dei nostri antenati italianiᄏ.

Il riferimento è a una Costituzione intesa non come documento astratto o cerimoniale, ma come patto vivo tra lo Stato e i cittadini. Lavoro, dignità, libertà, partecipazione, casa, famiglia, risparmio, giustizia sociale: per Di Carlo, questi principi non possono restare formule da commemorazione.

Devono diventare azione politica.

Il Partito del Popolo dichiara di voler assumere proprio questo terreno come campo di battaglia: la difesa della Costituzione nella vita concreta delle persone. Perché, se una famiglia non riesce a vivere del proprio stipendio, se un pensionato deve scegliere tra medicinali e bollette, se un giovane non può progettare il futuro, se un piccolo imprenditore viene soffocato da debiti, burocrazia e imposizione fiscale, allora — sostiene il movimento — non basta richiamare i principi: bisogna farli valere.

La Costituzione, nella narrazione di Di Carlo, torna così a essere uno strumento di lotta civile. Non il patrimonio di una parte, ma la casa comune degli italiani.


Pensioni, stipendi, case: il grido delle famiglie italiane

La parte più emotiva dell’intervento è arrivata quando l’avvocato ha affrontato la condizione economica di milioni di cittadini.

Pensioni insufficienti. Salari che non tengono il passo del costo della vita. Famiglie schiacciate da rate, cartelle, bollette e precarietà. Lavoratori che, pur avendo un impiego, vivono in condizioni di difficoltà. Pensionati che dopo una vita di contributi scoprono di non poter affrontare una spesa imprevista. Giovani costretti a rinviare la propria autonomia. Genitori che sacrificano tutto per garantire un futuro ai figli.

È questo il Paese che il Partito del Popolo dice di voler rappresentare.

Di Carlo ha denunciato un impoverimento che, a suo giudizio, non è casuale ma il risultato di scelte politiche sbagliate e di un sistema incapace di difendere i cittadini più esposti.

«Pensioni e stipendi hanno ridotto alla povertà gli italianiᄏ.

Nel discorso è entrato anche il tema del recupero crediti e dell’azione degli organismi di riscossione, descritta come una pressione capace di incidere profondamente sulla vita privata delle persone.

Secondo Di Carlo, in troppi casi l’intervento sulle posizioni debitorie finisce per colpire non soltanto il patrimonio, ma l’equilibrio intero di una famiglia.

«Hanno tolto persino la loro casa, entrando nella loro privacy, nella loro intimità, fino a distruggere le famiglie italianeᄏ.

Il Partito del Popolo intende fare di questa battaglia uno dei suoi assi fondamentali: tutela dell’abitazione principale, difesa dei nuclei familiari in difficoltà, revisione delle modalità di riscossione, protezione della riservatezza e costruzione di strumenti che distinguano chi vive un disagio reale da chi agisce in mala fede.

Il messaggio politico è chiaro: lo Stato non può trattare il cittadino in difficoltà come un nemico.

Non può chiedere sacrifici infiniti a chi già fatica a sopravvivere, mentre le grandi inefficienze restano intatte. Non può invocare rigore soltanto verso il basso e tolleranza verso i privilegi. Non può chiedere fiducia se non restituisce giustizia.


Contro governi tecnici, riciclati e lontani dal Paese reale

Luca Di Carlo ha rivolto un attacco esplicito alla continuità politica degli ultimi anni. Non a un singolo governo, non a una sola coalizione, ma a un meccanismo che — nella sua ricostruzione — avrebbe prodotto una successione di esecutivi e maggioranze sempre più distanti dagli interessi popolari.

«In questi anni abbiamo assistito a una rivoluzione politica messa in atto da un Parlamento di maggioranza e di opposizione, nel susseguirsi di governi tecnici riciclati, rimpastati per favori e nipotismi a danno degli italianiᄏ.

È una denuncia che mira al cuore della disaffezione elettorale: la sensazione, diffusa tra molti cittadini, che il voto conti meno delle alchimie parlamentari, degli accordi di palazzo, delle convenienze di partito e delle nomine decise lontano dalla volontà popolare.

Il Partito del Popolo prova a inserirsi proprio in questo spazio: quello lasciato vuoto da chi non vota più, da chi si sente tradito, da chi ha smesso di credere che un candidato possa davvero rispondere al territorio e non soltanto al vertice che lo ha scelto.

La promessa è quella di un movimento senza sudditanze verso i tradizionali schieramenti. Una forza che non chiede agli italiani di scegliere tra rassegnazione e protesta sterile, ma di trasformare la protesta in organizzazione politica.

Il rischio, per tutti i partiti già presenti in Parlamento, è che il messaggio trovi ascolto in un elettorato trasversale: tra chi proviene dalla destra sociale, tra chi si riconosce nella sinistra popolare, tra i moderati delusi, tra gli astensionisti, tra i professionisti stanchi della burocrazia e tra i cittadini che non si sentono più rappresentati da nessuno.


Il principe Robert von Sachsen: un segnale oltre i confini italiani

Nella serata di Montecitorio, la presenza del principe Robert von Sachsen ha attirato l’attenzione di osservatori, cronisti e cittadini.

Giurista, solicitor nel Regno Unito, esponente della storica casa sassone e consulente strategico, von Sachsen ha affiancato Di Carlo in un momento altamente simbolico. Nessuna carica formale è stata resa nota, nessun organigramma è stato presentato, nessuna investitura ufficiale è stata annunciata.

Ma la politica vive anche di simboli.

E il simbolo di un giurista internazionale accanto a un avvocato italiano che lancia una sfida sul terreno della Costituzione, della rappresentanza e del diritto elettorale non è passato inosservato.

Per il Partito del Popolo, questa presenza può significare l’apertura a una prospettiva più ampia: un confronto con le grandi questioni del diritto internazionale, delle libertà civili, della sovranità giuridica e della difesa dei cittadini nel contesto europeo.

Per gli avversari, sarà inevitabilmente un elemento da interpretare, discutere e contestare.

Per la piazza, ieri sera, è stata soprattutto la conferma che l’iniziativa non nasce nell’improvvisazione. Di Carlo ha voluto lanciare il suo movimento davanti al Parlamento italiano, ma con lo sguardo rivolto oltre il perimetro tradizionale della politica nazionale.


Da Montecitorio a via del Corso: gli autografi e il contatto con la gente

Dopo il discorso, quando le telecamere hanno iniziato a spostarsi e i gruppi di sostenitori hanno cominciato a defluire, è accaduto un episodio che ha dato alla serata un tono ancora più singolare.

Luca Di Carlo è stato fermato da cittadini, romani e turisti. Decine di persone gli hanno chiesto fotografie, saluti e autografi. L’avvocato, volto noto e personaggio spesso discusso per la sua presenza mediatica e per le cause seguite nel corso della carriera, si è fermato tra la folla, firmando e parlando con chi lo avvicinava.

In un’epoca in cui molti leader politici attraversano le piazze separati da transenne, cordoni di sicurezza e scenografie costruite al millimetro, il Partito del Popolo vuole affidare il proprio primo messaggio a un gesto opposto: il contatto diretto.

Pelle a pelle, volto a volto, domanda e risposta.

Non una politica chiusa nel palazzo, ma una politica che torna sulla strada. Non una campagna affidata soltanto ai comunicati, ma una mobilitazione fatta di incontri, comitati, assemblee, iniziative locali e presenza fisica nei quartieri.

La passeggiata da Montecitorio verso il centro di Roma si è trasformata, per alcuni minuti, in un piccolo corteo spontaneo. Non ancora una prova di forza numerica, ma certamente un’immagine utile a definire il tono del movimento: popolare, personale, immediato.


“Milioni di italiani coalizzati”

Il punto d’arrivo dell’intervento di Di Carlo è stato un appello alla mobilitazione generale.

«Ma tutto ciò, da questa sera, è finito — perché è nata una nuova forza politica: milioni di italiani che si sono uniti, si sono coalizzati contro il Governo, contro l’intero Parlamento e contro la rappresentanza massima dello Stato, che ha avallato una legge elettorale che di questo non permette l’elettorato passivoᄏ.

Parole che disegnano un progetto ambizioso: trasformare il malcontento diffuso in una struttura politica nazionale. Il Partito del Popolo, almeno nelle intenzioni del suo fondatore, non vuole limitarsi a denunciare. Vuole organizzare.

Comitati territoriali. Presìdi nelle città. Sportelli di ascolto per cittadini, famiglie, lavoratori e imprese. Iniziative legali. Mobilitazioni pubbliche. Raccolte firme. Campagne informative sui diritti costituzionali e sulle regole elettorali. Un percorso che, se confermato nei prossimi giorni, potrebbe segnare l’inizio di una campagna capillare.

Restano ancora molti interrogativi.

Quale sarà il simbolo del partito?
Chi farà parte della squadra dirigente?
Quali saranno le candidature?
Quale programma economico accompagnerà le battaglie costituzionali?
Come verrà strutturata la presenza sui territori?
E quale ruolo, se ce ne sarà uno, assumerà il principe Robert von Sachsen?

Per ora, Di Carlo non ha consegnato alla piazza un organigramma. Ha consegnato un messaggio.

E quel messaggio è un invito: uscire dalla passività, smettere di delegare senza controllare, tornare a considerare la politica come una responsabilità dei cittadini.


Il programma che la piazza chiede

Dalla serata di Montecitorio emerge già una piattaforma politica in formazione, costruita attorno a priorità che il Partito del Popolo dovrà ora tradurre in proposte precise.

Tra queste:

  • difesa piena del diritto di voto e dell’elettorato passivo;
  • trasparenza sulle leggi elettorali e sui meccanismi di selezione delle candidature;
  • tutela effettiva della Costituzione e dei diritti fondamentali;
  • protezione delle famiglie indebitate e dell’abitazione principale;
  • riforma dei meccanismi di riscossione, nel rispetto della dignità e della privacy;
  • aumento del potere d’acquisto di stipendi e pensioni;
  • lotta alla precarietà e al lavoro povero;
  • sostegno a piccoli imprenditori, artigiani e professionisti;
  • contrasto a favoritismi, nepotismi e opacità nella gestione della cosa pubblica;
  • ritorno a una rappresentanza fondata sul mandato degli elettori e non sugli accordi di vertice.

Non sono ancora punti formalizzati in un manifesto ufficiale, ma costituiscono la trama politica che Di Carlo ha indicato, nei suoi interventi

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