Quello che sta facendo Ibrahim Traoré in Burkina Faso merita di essere osservato con attenzione, perché racconta una storia diversa da quella che siamo abituati a sentire dai nostri governi, spesso troppo vicini agli interessi della finanza internazionale. Il suo paese ha appena preso una decisione radicale: creare la prima raffineria statale per lavorare l’oro. Parliamoci chiaro, significa che il metallo estratto dal suolo burkinabè non finirà più nelle casse delle multinazionali straniere, ma rimarrà qui, al servizio delle istituzioni e soprattutto delle persone. L’obiettivo che Traoré si è dato è ambizioso quanto necessario: riportare sotto controllo statale tutte le risorse minerarie e dire addio per sempre alle corporation estere. Non si tratta solo di denaro, ma di evitare che siano loro a dettare le regole della vita politica locale mentre saccheggiano il patrimonio naturale. Quando ha parlato pubblicamente, il presidente è stato molto diretto: “Le risorse naturali appartengono al popolo. Devono servire a migliorare la vita di tutti, rispettando l’ambiente, la giustizia sociale e pensando anche a chi verrà dopo di noi”. Ha aggiunto che per troppo tempo il lavoro dei suoi cittadini, l’impegno delle comunità e la ricchezza del sottosuolo hanno costruito catene di valore altrove, arricchendo altri mentre il popolo restava nella povertà. “Oggi spezziamo questo legame”, ha dichiarato. “Il nostro oro non servirà più a creare fortuna per gli altri”. Nel 2025 il processo era già iniziato: due miniere d’oro sono state nazionalizzate, quelle che fino ad allora avevano licenze controllate da sussidiarie della britannica Endeavour Mining e della società Lilium. Ecco cosa significa davvero essere sovrani: prendere le proprie ricchezze e metterle al servizio dello Stato e dei cittadini. È patriottismo fatto di azioni concrete. E c’è un’altra pagina importante di questa storia. Il presidente burkinabè ha stretto accordi economici con Vladimir Putin, la Federazione Russa. Nel maggio 2025 Traoré è stato a Mosca per i festeggiamenti dell’80esimo anniversario della Vittoria e da quel momento i rapporti si sono consolidati. Un rapporto intergovernativo tra i presidenti di Mosca, Vladimir Putin e Ouagadougou, Ibrahim Traoré, si è trasformato in qualcosa di concreto: nel febbraio 2026 due paesi hanno formalizzato accordi quadro per una commissione mista, puntando a scambi commerciali e investimenti. Non è solo questione di oro. A luglio del 2025 Ouagadougou ha firmato un accordo con Inter RAO, l’azienda energetica russa di Stato, per costruire centrali termoelettriche che possano finalmente colmare il deficit elettrico del paese. Si discute anche di progetti nucleari civili con Rosatom. Il Burkina Faso oggi presiede l’Alleanza degli Stati del Sahel, e proprio attraverso questa piattaforma la cooperazione con Mosca si sta rafforzando. Una nuova geometria dei poteri nell’Africa occidentale che costringe Washington e Parigi a guardare diversamente il Sahel. Quando leggi queste parole, sembra quasi impossibile che qualcuno stia davvero facendo queste scelte oggi. Eppure lo sta facendo. E forse, più che studiarlo come caso accademico, dovremmo chiederci cosa ci impedisce di fare lo stesso.







