Per anni hanno lavorato senza mai cercare i riflettori, diventando una presenza fondamentale accanto agli agenti delle forze dell’ordine. Con il loro fiuto hanno contribuito a sequestrare droga, individuare esplosivi, scoprire telefoni cellulari nascosti nelle carceri e ritrovare persone scomparse. Sono i cani delle unità cinofile, compagni inseparabili di poliziotti, carabinieri, finanzieri e agenti della polizia penitenziaria, protagonisti ogni giorno di attività che spesso fanno la differenza nella tutela della sicurezza pubblica. In Italia se ne contano circa 1.300, distribuiti tra Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e Polizie Locali. Lavorano negli aeroporti, nei porti, nelle stazioni ferroviarie, ai valichi di frontiera e negli istituti penitenziari, affrontando situazioni complesse con una preparazione che nasce da anni di addestramento e da un rapporto di assoluta fiducia con il proprio conduttore. È proprio quel legame, costruito giorno dopo giorno tra esercitazioni, servizi e missioni operative, che nella maggior parte dei casi continua anche quando arriva il momento del pensionamento. Molti agenti, infatti, scelgono di portare a casa il cane con cui hanno condiviso una parte importante della loro carriera, trasformando un rapporto professionale in una convivenza che prosegue all’insegna dell’affetto e della riconoscenza. Dietro questo gesto, però, c’è anche una realtà poco conosciuta. Dal momento in cui il cane lascia il servizio, tutte le spese per il suo mantenimento passano sulle spalle del conduttore. Alimentazione, visite veterinarie, farmaci ed eventuali cure per patologie sviluppate con l’età o a causa dell’intensa attività svolta durante gli anni di servizio vengono sostenute interamente da chi decide di continuare a prendersi cura del proprio compagno a quattro zampe. Una situazione che, secondo i sindacati delle forze dell’ordine, merita maggiore attenzione. Il SIULP, che rappresenta il personale della Polizia di Stato, ha evidenziato l’assenza di risorse dedicate all’assistenza veterinaria dei cani nel biennio 2025-2026, definendo questa mancanza un segnale di scarsa considerazione verso animali che hanno dato un contributo concreto alla sicurezza del Paese. Sulla stessa linea si è espresso anche il SAPPE, sindacato della Polizia Penitenziaria, che chiede il ritorno di un sostegno economico destinato ai conduttori. L’obiettivo è alleggerire almeno in parte il peso delle spese che molti affrontano dopo il pensionamento del cane, soprattutto quando iniziano a comparire problemi di salute che richiedono cure costose e continue. Secondo le organizzazioni sindacali, il numero dei cani che ogni anno terminano il servizio è relativamente contenuto e l’introduzione di un contributo avrebbe quindi un impatto limitato sui conti pubblici. Sarebbe però un segnale importante nei confronti di animali che hanno trascorso gran parte della loro vita al servizio dello Stato e di quei conduttori che, senza esitazione, scelgono di continuare a essere la loro famiglia anche quando il lavoro è finito. Perché il servizio può concludersi, ma il legame nato sul campo difficilmente si interrompe. Ed è proprio in quel momento che la gratitudine dovrebbe trasformarsi in un sostegno concreto, riconoscendo il valore di chi, pur non potendo parlare, ha contribuito ogni giorno a proteggere la collettività.







