Confiscare un immobile, un’azienda o un patrimonio riconducibile alla criminalità organizzata è un risultato importante, ma non rappresenta il punto di arrivo. È, semmai, l’inizio di un percorso molto più complesso. La sfida oggi è un’altra: riuscire a trasformare quei beni in lavoro, servizi, imprese e occasioni di crescita per le comunità che per anni hanno subito il peso della presenza mafiosa. È il messaggio che emerge con forza dal rapporto dell’Eurispes Dal male al bene: come trasformare i beni sottratti alle mafie, presentato nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, al Senato della Repubblica. Un incontro che ha riunito esponenti delle istituzioni, magistrati, studiosi e professionisti per riflettere su un tema che riguarda non solo la giustizia, ma anche lo sviluppo economico del Paese. Ad aprire i lavori è stata la vicepresidente del Senato, Mariolina Castellone, che ha ricordato il ruolo svolto dall’Eurispes nello studio dei principali fenomeni economici e sociali italiani. Ma il cuore del confronto è stato soprattutto un altro: capire come evitare che un bene confiscato finisca per rimanere inutilizzato o abbandonato, trasformando una vittoria dello Stato in un’occasione persa. Per il Mezzogiorno questa riflessione assume un valore ancora più profondo. In molte realtà del Sud, infatti, le organizzazioni mafiose hanno consolidato il proprio potere controllando attività economiche, immobili e imprese. Restituire questi patrimoni alla collettività significa offrire ai territori una possibilità concreta di riscatto, creando nuove opportunità dove per anni hanno prevalso illegalità e condizionamento criminale. Lo studio dell’Eurispes fotografa una realtà di dimensioni impressionanti. Incrociando i dati dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati con quelli dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate, la ricerca ha censito oltre 43 mila immobili e circa 4.800 aziende interessate da provvedimenti di sequestro o confisca. Il solo patrimonio immobiliare ha un valore stimato di circa 4,66 miliardi di euro. Se si aggiungono conti correnti, partecipazioni societarie, veicoli e altri beni patrimoniali, il valore complessivo potrebbe raggiungere una cifra compresa tra i 30 e i 40 miliardi di euro. Numeri che raccontano due storie. La prima riguarda la straordinaria capacità delle organizzazioni mafiose di accumulare ricchezza. La seconda mette in evidenza il patrimonio che lo Stato potrebbe restituire all’economia legale, a condizione che riesca a gestirlo in maniera efficace. È proprio questo il passaggio su cui si è soffermato l’avvocato Angelo Caliendo, tra i coordinatori della ricerca. Oggi, ha spiegato, non basta più contare quanti beni vengono confiscati. Bisogna chiedersi quanti riescano davvero a tornare utili alla collettività, producendo lavoro, investimenti e sviluppo. In fondo è qui che si misura la credibilità dello Stato. Un edificio lasciato chiuso per anni o un’impresa destinata alla liquidazione non restituiscono fiducia ai cittadini. Al contrario, un bene che riprende vita, ospita servizi, crea occupazione o torna a produrre reddito diventa il simbolo concreto di una legalità che funziona. Durante il dibattito sono intervenuti anche il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, e il vicepresidente della Commissione parlamentare Antimafia, Federico Cafiero de Raho. Gran parte del confronto si è concentrata sulle imprese confiscate, probabilmente il settore che oggi presenta le maggiori difficoltà. Secondo i dati illustrati dall’Eurispes, circa il 95% delle aziende confiscate termina infatti il proprio percorso con la liquidazione. In alcuni casi è inevitabile, perché si tratta di società create esclusivamente per finalità illecite o per operazioni di riciclaggio. In altri, però, la situazione è diversa. Esistono imprese sane, con competenze, clienti e possibilità di stare sul mercato, che non riescono a sopravvivere dopo la confisca. Pesano la difficoltà di ottenere credito, la perdita di rapporti commerciali, la burocrazia e un inevitabile periodo di incertezza che rende complicata la continuità aziendale. Quando questo accade, a perdere non è soltanto l’impresa. Si perdono posti di lavoro, professionalità e opportunità di sviluppo per interi territori. È una conseguenza che si avverte soprattutto nel Mezzogiorno, dove ogni attività produttiva rappresenta spesso un presidio economico e sociale. Anche Francesco Urraro, vicepresidente del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa, ha richiamato l’attenzione sulla complessità della fase successiva alla confisca, sottolineando la necessità di strumenti amministrativi più efficienti e di una gestione capace di coniugare legalità, rapidità e sostenibilità economica. Per questo il rapporto Eurispes propone alcune soluzioni. Tra le principali figurano la trasformazione dell’Agenzia nazionale che gestisce i beni confiscati in un ente pubblico economico con maggiore autonomia operativa, la creazione di una holding nazionale in grado di coordinare aziende e patrimoni e l’istituzione di un fondo destinato a sostenere il cosiddetto “costo della legalità”. L’obiettivo è semplice: evitare che imprese economicamente valide vengano espulse dal mercato proprio nel momento in cui passano dalla gestione criminale a quella legale. Non si tratta di mantenere artificialmente in vita aziende senza prospettive, ma di accompagnare quelle che hanno ancora possibilità di crescere, preservando posti di lavoro e competenze. Il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, ha invitato a cambiare prospettiva. Se per anni l’attenzione si è concentrata soprattutto sulla confisca dei patrimoni mafiosi, oggi è necessario investire sulla loro valorizzazione. Solo così la legalità potrà tradursi in sviluppo concreto e non limitarsi a un risultato giudiziario. Al termine dell’incontro, a Gian Maria Fara è stato conferito il Premio Hospitalieri San Camillo, un riconoscimento che ha voluto sottolineare il suo contributo alla diffusione della cultura della legalità e dell’impegno civile. Il messaggio che arriva dal rapporto Eurispes è chiaro: togliere ricchezza alle mafie è fondamentale, ma non basta. Il vero successo si raggiunge quando quei beni tornano a essere parte dell’economia sana, generano occupazione e restituiscono fiducia alle comunità. È in quel momento che un patrimonio sottratto alla criminalità diventa davvero un bene comune e dimostra che la presenza dello Stato può tradursi non solo in controllo del territorio, ma anche in nuove opportunità di crescita.







