L’opera di Emilio Tringali raccolta sotto il titolo Sbirromafia si colloca nel solco dell’inchiesta giornalistica più scomoda e meno accomodante, quella che non cerca di rassicurare il lettore ma di destabilizzarlo, costringendolo a interrogarsi sul funzionamento reale del potere in Italia. Sbirromafia – La mafia delle mafie non è un romanzo e non indulge mai nella finzione narrativa: è un lavoro di analisi che mette al centro un’ipotesi inquietante ma supportata da un fitto intreccio di fatti, riferimenti storici e connessioni documentate, ovvero che la mafia non sia soltanto un’entità criminale esterna allo Stato, ma una componente capace di dialogare, infiltrarsi e talvolta sovrapporsi a settori delle istituzioni, dell’economia e dell’informazione. Tringali affronta questo nodo senza retorica e senza toni sensazionalistici, adottando uno stile diretto che lascia parlare gli eventi e le loro conseguenze, mostrando come spesso le verità più rilevanti emergano non dalle dichiarazioni ufficiali, ma dai silenzi, dalle omissioni e dalle contraddizioni. Il primo volume della collana pone le basi teoriche e investigative del progetto Sbirromafia, concentrandosi sull’idea di una “mafia delle mafie”, un sistema complesso che va oltre le singole organizzazioni criminali per configurarsi come una rete di interessi convergenti. In questa prospettiva, la mafia non è soltanto violenza o controllo del territorio, ma soprattutto gestione del potere, mediazione, capacità di adattamento e mimetizzazione. Tringali invita il lettore a superare l’immagine stereotipata del fenomeno mafioso, evidenziando come le forme più pericolose di criminalità siano spesso quelle che non fanno rumore, che operano nei palazzi, negli uffici, nei circuiti finanziari e nei meccanismi decisionali. Con Sbirromafia 2 – Dall’Addaura alle Alpi, l’inchiesta si espande sia geograficamente sia concettualmente. L’autore collega episodi e contesti apparentemente lontani, mostrando come il fenomeno mafioso e le sue relazioni con il potere non conoscano confini regionali né barriere culturali. Dai luoghi simbolo delle stragi e delle strategie della tensione fino alle aree del Nord Italia tradizionalmente percepite come estranee a certe dinamiche, emerge un quadro unitario in cui la criminalità organizzata si muove con logiche imprenditoriali e istituzionali, sfruttando falle normative, complicità e interessi convergenti. Il riferimento all’Addaura non è soltanto geografico, ma simbolico: rappresenta uno spartiacque nella storia recente italiana, un punto in cui le domande superano ancora oggi le risposte ufficiali. Sbirromafia Tre completa e al tempo stesso rilancia il percorso iniziato nei volumi precedenti. Tringali non si limita a tirare le somme, ma approfondisce il tema della responsabilità diffusa, mettendo in discussione la narrazione che riduce il problema mafioso a una lotta tra eroi solitari e criminali riconoscibili. Il terzo libro insiste sul ruolo della società civile, dei media e della politica, sottolineando come l’indifferenza, la delega e l’abitudine all’opacità contribuiscano a rafforzare quei sistemi di potere che pubblicamente si dichiarano nemici della mafia. In questa parte dell’opera, l’inchiesta assume anche una dimensione etica, interrogando il lettore sul proprio ruolo e sulla propria capacità di riconoscere le ambiguità del presente. Nel loro insieme, i libri di Sbirromafia rappresentano un unico corpo narrativo e analitico, un articolo a puntate sulla storia recente e attuale del Paese, che rifiuta le semplificazioni e mette in crisi le certezze. La forza del lavoro di Tringali sta nella coerenza dello sguardo e nella volontà di non arretrare di fronte alle domande più difficili, come chi controlla davvero il potere? Chi trae vantaggio dall’intreccio tra legalità e illegalità, ed infine quanto lo Stato riesca a distinguersi, nei fatti, e da ciò che afferma di combattere? Sbirromafia scuote le coscienze perché non offre risposte definitive, ma restituisce al lettore il peso della complessità, ricordando che la democrazia non è mai un dato acquisito, bensì un equilibrio fragile che richiede vigilanza, memoria e coraggio civile.

