La festa di musica e di canti si è spenta nel modo più atroce, trasformandosi in un inferno di fuoco e fumo a Crans-Montana, in Svizzera. Dove poche ore prima risuonavano voci giovani e note leggere, sono rimasti corpi anneriti, immobili, come incollati ai vetri delle porte che avrebbero dovuto offrire una via di fuga. Un’immagine che richiama ombre pompeiane, sagome senza volto fissate per sempre nella memoria collettiva di una città ferita. Sono figli di tutti, quelli sfigurati dalla violenza delle fiamme e dall’assenza di sicurezza. Figli perduti per colpevole indifferenza e viltà di chi ha amato più la propria cassa ed il proprio tornaconto, invece della vita degli altri. Dietro a impianti non controllati, uscite bloccate, autorizzazioni concesse con leggerezza, si profila una catena di responsabilità che non può essere spezzata dal silenzio o da parole di circostanza. Esperti di retorica, pronti a rabbonire anche la morte, hanno invaso le cronache nelle ore successive. Ma le loro frasi misurate e vuote hanno lasciato le madri sole nel pianto soffocato, abbracciate al legno delle bare, lucidandolo con mani terribilmente carezzevoli. Un gesto disperato, quasi a voler lenire il dolore che ha infranto il vetro puro di una giovinezza fragile e inconsapevole. In quelle carezze c’è tutta la distanza tra chi parla e chi resta. Nel silenzio pesante calato sulla città, restano le impronte rapprese della morte. Infatti, non si cancellano con facilità poiché sono segni che scagliano pensieri di rabbia, di vendetta e di sfiducia verso le istituzioni. Ed è proprio qui che il dovere pubblico deve ritrovare forza e credibilità. Non basta il lutto proclamato né la promessa generica di fare chiarezza. Servono ispezioni serie, rigorose e indipendenti. Serve che amministratori comunali, provinciali e statali assumano fino in fondo il compito di prevenire, e non solo di reagire. La sicurezza nei luoghi di aggregazione non può essere un adempimento burocratico e né una firma distratta su un modulo. Deve tradursi in controlli reali su capienze, materiali, impianti elettrici, vie di fuga e personale formato. Deve prevedere sanzioni severe e immediate per chi viola le regole, perché ogni deroga, ed ogni chiusura d’occhio può trasformarsi in una condanna. Da questa tragedia deve nascere una memoria vigile. Coltivare nei cuori speranza e pietà non significa dimenticare, ma pretendere che nulla di simile accada ancora. La pietà è per le vittime e per chi le piange, e la speranza sta nella possibilità che la rabbia si trasformi in responsabilità condivisa. Solo così il fuoco che ha spento una festa non diventerà l’ennesima fiamma inutile in un Paese che troppo spesso impara tardi, e a caro prezzo.

