Spesso, nella lettura degli scritti di Giovanni de Ficchy, ci si ferma alla superficie del linguaggio, percependo solo le sue parole ruvide, le metafore “da cowboy” e le provocazioni che caratterizzano il suo stile. Da questo primo impatto molti traggono una conclusione affrettata, associando quella forma espressiva a una rozzezza superficiale, ignoranza o banalità. Tuttavia, un’analisi più attenta rivela che dietro quella facciata si cela una scelta stilistica precisa e meditata, un modo di comunicare diretto che rifiuta ipocrisie, giri di parole e convenevoli vuoti di significato. È questa tensione tra forma e contenuto che rende la scrittura di de Ficchy degna di una riflessione critica approfondita. Il “cowboy”, figura ricorrente nella sua autoidentificazione, non va interpretato come un’ammissione di ignoranza o elementarità culturale, ma piuttosto come un simbolo potente: l’uomo libero, senza catene, che non chiede permessi per esprimere ciò che pensa e non sente l’esigenza di addolcire ogni frase pur di compiacere o evitare conflitti. Questa immagine retorica ha una valenza precisa e non deve essere fraintesa come semplice etichetta provocatoria. Nel linguaggio pubblico contemporaneo, dove spesso prevalgono espressioni artificiali e diplomatiche costruite per non offendere ma che finiscono per non comunicare nulla di concreto, la schiettezza di de Ficchy si staglia come un gesto di onestà radicale. È proprio in questo contesto, dominato da una prudenza permanente e da una cura eccessiva nella modulazione del messaggio, che il suo stile può apparire aggressivo o sgradevole. Ma tale percezione nasce più dalla rottura di un equilibrio precostituito che da una reale mancanza di rispetto o cultura. La schiettezza, infatti, non è sinonimo di ignoranza o violenza verbale, bensì rappresenta il rifiuto della finzione, l’opposizione a un modo di comunicare standardizzato, asettico, e dunque insincero. Chi si accosta agli articoli di de Ficchy con attenzione dovrebbe peraltro concentrarsi sul valore delle idee proposte e non sull’etichetta autoimposta dall’autore stesso, che più volte utilizza l’ironia come strumento di anticipazione critica. Autodefinirsi “rozzo” è infatti un meccanismo retorico efficace che serve a smontare in partenza eventuali polemiche e a instaurare un rapporto di sincerità con il lettore. Questo genere di autoironia, purtroppo, sfugge a chi preferisce giudicare solo dalla superficie formale del testo, trascurandone il contenuto. Al di là delle apparenze linguistiche e delle modalità espressive forti, emerge in de Ficchy un principio semplice e profondo: l’autenticità. La sua scrittura non si piega alle mode del linguaggio politically correct, non indossa maschere né cerca di risultare gradito adeguandosi a prescrizioni lessicali imposte per essere socialmente accettabile. È una posizione che può dividere, suscitare consensi o irritare, ma che mantiene intatta la sua coerenza e la sua legittimità. In un’epoca in cui la libertà di espressione è spesso ridotta a capacità di modulare frasi educate e ben confezionate, de Ficchy ci ricorda che essa comprende anche la possibilità di usare uno stile ruvido, popolare e a tratti provocatorio quando questo è il modo più sincero per comunicare un pensiero. La storia stessa della scrittura, dal giornalismo alla letteratura, offre numerosi esempi di autori che hanno optato per la schiettezza anziché per la raffinatezza formale, riconoscendo nella prima una via privilegiata per raggiungere l’autenticità e l’immediatezza. Difendere Giovanni de Ficchy non significa dunque necessariamente approvare ogni sua parola o tesi, ma riconoscere che il suo modo di esprimersi è una forma di identità personale e di libertà espressiva che merita rispetto. Può non piacere, può disturbare, ma non per questo è meno legittimo o meno valido. In definitiva, la vera domanda che la scrittura di de Ficchy pone non riguarda tanto la definizione del suo linguaggio come “da cowboy” o meno, ma piuttosto una riflessione più ampia e stimolante: in un panorama comunicativo spesso dominato da voci edulcorate e cerebrali che evitano rischi e conflitti a costo di non dire nulla, cosa preferiamo? Un coro di parole impeccabili ma vuote o una voce autentica, anche se ruvida e provocatoria? Giovanni de Ficchy ci mette davanti a questa scelta, invitandoci ad ascoltare oltre la superficie, a leggere con attenzione il senso delle sue parole, e soprattutto a confrontarci con la complessità di un’espressione che non concede compromessi. In conclusione, la recensione degli scritti di Giovanni de Ficchy si traduce in un invito a superare i pregiudizi formali e a valorizzare un linguaggio che, nel suo rude realismo, riflette una sincera aspirazione alla libertà espressiva e all’onestà intellettuale. È un richiamo a riscoprire il valore della schiettezza, non come rozzezza, ma come coraggio di dire ciò che si pensa, senza filtri e senza ipocrisie, in un mondo che troppo spesso preferisce lasciare le cose non dette pur di apparire concorde e politicamente corretto.







