Report e l’ipocrisia di Ranucci

Non so se ci rendiamo davvero conto della gravità di quello che sta emergendo con l’attentato subito da Sigfrido Ranucci il 16 ottobre 2025.

Una bomba esplode davanti alla sua abitazione, distruggendo la sua auto e quella della figlia: un atto vile e vergognoso che tutti abbiamo condannato immediatamente.

Tuttavia, ciò che è seguito a questo episodio getta una luce inquietante su certi meccanismi politici e mediatici del nostro Paese.

Subito dopo l’attentato, una parte della sinistra ha strumentalizzato l’accaduto per lanciare allarmi sulla libertà di stampa sotto attacco, denunciando un presunto clima ostile nei confronti del giornalismo italiano.

Non si è persa occasione per insinuare sospetti politici verso il Governo e il centrodestra, alimentando una narrazione che puntava a dipingere quest’ultimo come responsabile, o almeno complice, di un clima di intimidazione verso i cronisti. Un copione già visto, che serve solo a soffiare sul fuoco delle divisioni politiche senza attendere le risultanze delle indagini.

Le inchieste però hanno preso una piega diversa, svelando una realtà ben più complessa e imbarazzante per chi ha gridato allo scandalo politico senza prove.

La Procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati, come presunto mandante dell’attentato, Valter Lavitola: un pregiudicato con una condanna definitiva per tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi e coinvolto in molte altre vicende giudiziarie.

La scoperta avrebbe dovuto ridimensionare certe accuse scontate, eppure ha avuto un effetto ancora più destabilizzante.

Lo stesso Ranucci, infatti, ha definito pubblicamente Lavitola un suo amico e ha raccontato di frequentarlo abitualmente, anche a cena.

Qui non si tratta di moralismo: non c’è nulla di male nell’avere amicizie “borderline” o nel condividere un pasto con persone dal passato controverso. Il problema è un altro, ed è legato all’ipocrisia e al doppio standard che emergono da questa vicenda. Immaginiamo se fossero trapelate fotografie di Giorgia Meloni o di un giornalista vicino al centrodestra che cenano abitualmente con un noto pregiudicato.

I media di sinistra e programmi come Report avrebbero sollevato un vero e proprio caso politico-mediatico, trasformando quell’amicizia in un fattore di scandalo e sospetto.

Report, in particolare, ha costruito gran parte della sua reputazione passando al setaccio cene, aperitivi, amicizie e frequentazioni di esponenti del centrodestra, spesso con l’obiettivo dichiarato di smascherare presunte collusioni o conflitti d’interesse.

La trasmissione ha spesso tramutato quei rapporti, anche i più banali, in vere e proprie inchieste, con titoli sensazionalistici e approfondimenti monotematici.

E ora?

Ora, davanti a un caso identico che coinvolge un suo protagonista – Ranucci stesso – tutto sembra essere dimenticato, come se la griglia del garantismo a senso unico fosse diventata la nuova norma.

Questa vicenda ci consegna un quadro chiaro dell’ipocrisia di Report e del suo conduttore.

Un modo di fare giornalismo che troppo spesso si trasforma in strumento di parte, capace di enfatizzare o minimizzare i fatti a seconda dell’appartenenza politica degli interessati. Ma soprattutto emerge l’ipocrisia di una sinistra che per anni ha giudicato duramente gli avversari politici, costruendo narrazioni di colpevolezza preventiva, e che oggi, improvvisamente, si scopre paladina del garantismo e della prudenza giudiziaria solo quando coinvolti i suoi esponenti o simpatizzanti.

Ovviamente, le indagini devono fare il loro corso e sarà la magistratura a stabilire con chiarezza responsabilità e verità sull’attentato. Ma questa vicenda è emblematica di un sistema politico-mediatico zoppo, incapace di applicare le stesse regole e lo stesso metro a tutti, a prescindere dall’appartenenza ideologica. Un sistema che mina alla base la fiducia del cittadino nelle istituzioni, nella giustizia e nel giornalismo, proprio in un momento in cui – invece – sarebbe necessaria massima trasparenza e rigore.

Il rischio è che l’opinione pubblica assista sempre più ad una sorta di gioco a perdere, dove l’informazione non è al servizio della verità ma dello schieramento. Dove il garantismo diventa un vezzo da applicare solo “quando ci conviene”, e la moralizzazione politica un’arma spuntata riservata agli avversari. Per uscire da questa dinamica tossica, serve coraggio intellettuale e onestà da tutte le parti coinvolte. Serve un giornalismo che faccia il proprio dovere senza faziosità, e una politica capace di non strumentalizzare tragedie e vicende giudiziarie per meri fini propagandistici.

Solo così potremo sperare di recuperare un clima civile e rispettoso della democrazia, che riconosca la gravità di quanto accaduto ma che pretenda uguali regole, equità e responsabilità da tutti gli attori in gioco. La vicenda Ranucci-Lavitola deve diventare un monito, non solo per i protagonisti diretti, ma per l’intero sistema politico e mediatico italiano. Altrimenti continueremo a navigare a vista, tra ipocrisie e contraddizioni, perdendo pezzi di credibilità e, soprattutto, il filo della verità.

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