Dal vertice mondiale di ArcelorMittal ai dirigenti del siderurgico, dai funzionari del ministero ai verificatori delle emissioni. Il decreto del gip di Taranto ricostruisce un’indagine che coinvolge anche cinque società. Chiesti tre arresti domiciliari e dieci provvedimenti interdittivi. Tutte le accuse sono ancora da verificare.
Ventotto persone, cinque società, tre richieste di arresti domiciliari e dieci di misure interdittive. Ma soprattutto un’inchiesta che non si ferma ai cancelli dell’ex Ilva di Taranto e che coinvolge anche chi avrebbe dovuto controllare le emissioni inquinanti e verificare l’assegnazione delle quote di anidride carbonica. È questo il quadro che emerge dal decreto di fissazione degli interrogatori preventivi firmato il 19 ottobre dal giudice per le indagini preliminari di Taranto Francesco Maccagnano.
Il documento, sedici pagine, permette di ricostruire nomi, funzioni e ipotesi di reato che stanno dietro alla nuova iniziativa della Procura. Tra gli indagati figurano Aditya Mittal, amministratore delegato del colosso siderurgico ArcelorMittal, l’ex numero uno di Acciaierie d’Italia Lucia Morselli e l’ex presidente Franco Bernabè. Ma compaiono anche funzionari pubblici, rappresentanti del Comitato nazionale ETS, dirigenti di Ispra, consulenti e responsabili dell’organismo di certificazione IGQ.
Sono persone con ruoli molto differenti e, soprattutto, con posizioni giudiziarie che non possono essere considerate equivalenti. Alcune sono destinatarie di richieste cautelari, altre risultano coinvolte nelle contestazioni relative alle quote CO₂; altre ancora compaiono nei capi riguardanti la sicurezza e la gestione ambientale.
Si tratta di indagini preliminari: nessuno dei soggetti citati può essere considerato colpevole sulla base delle contestazioni della Procura. Gli interrogatori preventivi fissati per il 3 novembre serviranno proprio a consentire alle persone interessate di confrontarsi con le accuse prima che il giudice decida sulle misure richieste.
Dallo stabilimento agli organismi di controllo
L’ipotesi più ampia è contenuta nel primo capo d’accusa. Otto indagati rispondono di associazione per delinquere, secondo quanto sostenuto dai pubblici ministeri, con la finalità di commettere reati contro l’ambiente, l’incolumità pubblica e la pubblica amministrazione.
I nomi indicati sono Francesco Alterio, Francesco Astorri, Vincenzo Dimastromatteo, Alessandro Labile, Aditya Mittal, Lucia Morselli, Antonio Mura e Felice Sassi.
La Procura ipotizza che le condotte perseguite fossero orientate a massimizzare i profitti e ridurre i costi della gestione del siderurgico, anche attraverso omissioni manutentive, controlli ambientali asseritamente orientati a favore dell’azienda e iniziative finalizzate a ottenere quote di emissione di CO₂ che gli inquirenti ritengono non dovute.
È una ricostruzione accusatoria, non un fatto giudizialmente accertato.
Aditya Mittal, amministratore delegato di ArcelorMittal dal febbraio 2021, è indicato come il presunto promotore dell’associazione. Secondo gli investigatori, avrebbe impartito indicazioni per contenere i costi della gestione e per recuperare quote CO₂ attraverso iniziative nei confronti delle istituzioni italiane ed europee.
Lucia Morselli, già presidente e amministratrice delegata di Acciaierie d’Italia, è invece la figura alla quale viene attribuita la direzione operativa di diverse condotte oggetto dell’inchiesta. La sua gestione si è conclusa con l’amministrazione straordinaria del febbraio 2024.
Alessandro Labile compare come direttore dello stabilimento di Taranto. Il documento gli attribuisce un ruolo nelle scelte operative sugli impianti, nelle manutenzioni e nelle pratiche connesse alle quote di emissione.
Vincenzo Dimastromatteo risulta avere ricoperto incarichi di procuratore speciale e direttore dello stabilimento. Anche il suo nome figura tra quelli coinvolti nelle contestazioni sulla gestione e sulla sicurezza industriale.
Francesco Alterio, responsabile dell’area cokeria e sottoprodotti, è chiamato in causa principalmente per aspetti operativi della gestione della produzione e della manutenzione.
Antonio Mura, già direttore Finanza, Tesoreria e Dogane, è coinvolto nella ricostruzione del sistema attraverso cui sarebbero stati contenuti i costi e recuperate le quote di CO₂.
Felice Sassi, dipendente impegnato nella funzione Ambiente, compare nelle contestazioni che riguardano le decisioni e gli adempimenti ambientali.
Il profilo più delicato, sul versante dei controlli pubblici, è quello di Francesco Astorri, responsabile Ispra della sezione incaricata della valutazione e del controllo degli impianti di interesse strategico nazionale. È indagato in relazione al presunto condizionamento dei controlli e delle ispezioni sull’Autorizzazione integrata ambientale.
L’ipotesi è che attività di vigilanza che avrebbero dovuto essere indipendenti siano state orientate a favore dell’azienda. Anche in questo caso, tuttavia, sarà il procedimento giudiziario a stabilire se vi siano state condotte illecite e a chi possano essere attribuite.
Il benzene nel quartiere Tamburi
Una parte consistente delle contestazioni riguarda l’inquinamento atmosferico e le possibili conseguenze sulla salute degli abitanti e dei lavoratori.
La Procura richiama i dati delle centraline di monitoraggio del quartiere Tamburi, in particolare quelle di via Orsini e via Machiavelli, e ipotizza che le emissioni fuggitive, diffuse e convogliate provenienti dagli impianti siderurgici abbiano contribuito al deterioramento della qualità dell’aria.
Nel provvedimento si fa riferimento a concentrazioni crescenti di benzene e a superamenti di diversi parametri di esposizione sanitaria. Nel 2023, secondo i dati riportati nell’atto, la centralina Meteo Parchi avrebbe registrato una media annuale di 5,3 microgrammi per metro cubo, rispetto al valore limite annuale di 5 microgrammi previsto dalla normativa italiana. Per il 2022 viene indicato il valore di 5.
Il documento richiama inoltre soglie sanitarie californiane utilizzate per valutare i rischi da esposizione cronica e acuta. Queste soglie, tuttavia, non devono essere confuse con i limiti legali italiani: sono riferimenti scientifici diversi, utilizzati dagli inquirenti per sostenere la pericolosità delle esposizioni.
La Procura fa anche riferimento agli studi epidemiologici e ai rischi sanitari relativi all’area.
Per sostenere un’accusa di disastro ambientale, però, non basta constatare la presenza di concentrazioni elevate o l’esistenza di malattie nella popolazione. Devono essere provati i fatti, le condotte imputabili ai singoli, i nessi causali richiesti dalla legge e gli ulteriori elementi costitutivi delle fattispecie contestate.
Le manutenzioni e gli incidenti
Un altro filone riguarda la sicurezza degli impianti.
Gli investigatori contestano a sei persone — Astorri, Alterio, Dimastromatteo, Labile, Morselli e Mura — condotte omissive che, nella loro ricostruzione, avrebbero contribuito a creare situazioni di pericolo in diversi reparti del siderurgico.
Vengono citati gli altoforni, l’acciaieria, la rete ferroviaria interna, l’agglomerato e gli impianti ausiliari.
Tra gli esempi riportati nel decreto figurano il mancato utilizzo di strumenti per verificare l’usura delle siviere, riparazioni inadeguate della rete ferroviaria, interventi provvisori sui nastri trasportatori e la mancata sostituzione di componenti strutturali.
Gli inquirenti richiamano anche episodi di deragliamento di carri contenenti ghisa liquida, fuoriuscite di materiale ad alta temperatura e incidenti agli impianti.
La valutazione giudiziaria dovrà stabilire per ciascun episodio la correttezza della ricostruzione, la rilevanza penale delle omissioni e il rapporto tra queste e le conseguenze denunciate.
Le quote CO₂ e il coinvolgimento degli organismi pubblici
La parte più estesa del documento riguarda la presunta truffa nell’assegnazione di quote gratuite di emissione.
In questo filone compare Franco Bernabè, ex presidente di Acciaierie d’Italia, accusato dalla Procura, insieme ad altri soggetti, di avere contribuito al recupero di quote di CO₂ attraverso interlocuzioni istituzionali e documentazione che gli inquirenti contestano.
Accanto ai vertici aziendali compaiono dirigenti e consulenti. Tra loro Vito Di Marco, indicato come consulente di Bernabè per i rapporti con il Governo, Angelo Di Martino, responsabile finanziario, e Giuseppe Nassisi, responsabile Customs & Trade.
Altri nomi riguardano direttamente il sistema di vigilanza delle emissioni: Alessandro Carettoni, Giulia Dramis, Sergio La Motta, Mauro Mallone, Giuseppe Marchese, Mauro Maurici, Mauro Rotatori e Antonio Sclafani.
Il documento li collega, con ruoli differenti, alle attività del Comitato ETS e della sua segreteria tecnica.
Non si tratta di una semplice lista di manager del siderurgico. Nella ricostruzione accusatoria, il sistema avrebbe coinvolto soggetti appartenenti all’azienda, consulenti, verificatori indipendenti e componenti delle istituzioni chiamate a valutare le richieste.
È proprio questo allargamento del perimetro dell’indagine a renderla particolarmente significativa.
IGQ e Sogesa Consulting
La stessa contestazione comprende altri soggetti tecnici e professionali.
Per IGQ, organismo accreditato per le verifiche delle emissioni, figurano Roberto Pieroncini, Cecilia Galimberti Aghion e Beatrice Pettinari.
Per Sogesa Consulting compare Pierluigi Pireddu, socio e direttore tecnico della società che prestava consulenza nell’ambito delle pratiche ETS.
Nell’inchiesta compare anche Michele Zagaria, indicato come dipendente dell’area metallurgica di Acciaierie d’Italia.
Il ruolo di questi soggetti è importante perché la verifica delle quote di emissione richiede una catena di documenti, controlli e attestazioni. Secondo la Procura, alcune informazioni sarebbero state modificate o validate in modo irregolare. Non è però possibile dedurre dalle sole contestazioni che l’intero sistema di certificazione fosse compromesso.
Gli altri nomi dell’inchiesta
Tra le persone riportate nel decreto figurano inoltre Aldo Bove, responsabile dei laboratori primari e ambientali dello stabilimento; Ondrej Otradovec, già consigliere di amministrazione di ADI Holding; Nicola Petronelli, direttore dell’area ghisa; e Mauro Maurici, componente della segreteria tecnica del Comitato ETS.
Il quadro completo include quindi funzioni industriali, amministrative, finanziarie, ispettive e di consulenza.
In tutto le persone fisiche sono 28. A queste si aggiungono ArcelorMittal SA, ADI Holding SpA in amministrazione straordinaria, ADI SpA in amministrazione straordinaria, IGQ e Sogesa Consulting Srl, chiamate in causa per ipotesi di responsabilità amministrativa degli enti ai sensi del decreto legislativo 231/2001.
Anche per le società si tratta di contestazioni provvisorie e non di responsabilità accertate.
Le richieste cautelari
La Procura ha chiesto gli arresti domiciliari per Morselli, Labile e Astorri.
Per Alessandro Carettoni, Sergio La Motta, Giulia Dramis, Mauro Mallone, Giuseppe Marchese, Mauro Maurici, Mauro Rotatori e Antonio Sclafani è stata chiesta la sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio.
Per Vincenzo Dimastromatteo e Antonio Mura è stata chiesta invece una misura interdittiva relativa all’esercizio di determinate attività.
Il decreto fissa gli interrogatori dei tredici destinatari delle richieste per il 3 novembre 2026, davanti al gip Francesco Maccagnano.
Fino alla decisione del giudice non si può parlare di misure applicate.
Il capitolo giudiziario ancora da scrivere
L’inchiesta pone tre questioni distinte.
La prima riguarda il funzionamento e la sicurezza dello stabilimento di Taranto nel periodo esaminato.
La seconda riguarda le emissioni di benzene e l’impatto ambientale e sanitario che la Procura attribuisce alla gestione industriale.
La terza riguarda le procedure per l’assegnazione delle quote CO₂ e i rapporti tra imprese, consulenti, organismi di verifica e autorità pubbliche.
Sono tre piani che gli investigatori mettono in relazione, ma che devono essere valutati singolarmente sul piano delle prove.







