ROMA – Non è più uno scontro ideologico circoscritto al tradizionale confronto tra studenti appartenenti a differenti culture politiche. Quello che sarebbe avvenuto il 26 maggio 2026 presso lo Spazio Rossellini di Roma, all’interno dell’Istituto Cine-Tv Roberto Rossellini di via della Vasca Navale, secondo la testimonianza raccolta da l’”Osservatore Meneghino”, assume i contorni di un episodio gravissimo di intimidazione politica, aggressione organizzata e compressione della libertà di espressione ai danni di giovani democraticamente eletti nella Consulta Provinciale degli Studenti di Roma. A parlare è un giovane rappresentante di Forza Italia Giovani, membro della CPS romana, che ricostruisce dettagliatamente quanto accaduto durante l’ultima plenaria dell’anno scolastico, convocata per discutere orientamento scolastico e presentazione dei progetti previsti per settembre. Il direttore editoriale de l’”Osservatore Meneghino”, dottor Massimo Blandini, apre il confronto con tono fermo. «Ci troviamo davanti a una vicenda che, se confermata integralmente, non può essere liquidata come semplice tensione studentesca. Qui emerge un problema politico e culturale molto più profondo: l’utilizzo dell’antifascismo come pretesto per delegittimare e intimidire chiunque non si allinei a una determinata impostazione ideologica». Il giovane rappresentante annuisce e ricostruisce i fatti. «Noi abbiamo proposto democraticamente di modificare il nome della commissione “Antifascismo e Memoria Storica”, sostituendolo con “Democrazia e Memoria Storica”. Una proposta politica pienamente legittima, votabile, discutibile quanto si vuole, ma assolutamente democratica. Il fascismo è terminato ottant’anni fa e oggi gli studenti romani devono affrontare problemi enormi: edifici scolastici degradati, trasporti inefficienti, carenze strutturali, disorganizzazione amministrativa e difficoltà nell’orientamento. Noi lavoriamo quotidianamente per risolvere problemi concreti, ma una parte della sinistra studentesca continua a vivere in una dimensione di conflitto ideologico permanente». Secondo il racconto dell’intervistato, la situazione sarebbe degenerata immediatamente dopo l’apertura ufficiale della plenaria. «Appena il consiglio di presidenza ha pronunciato le parole “buongiorno e benvenuti all’ultima plenaria”, diversi studenti appartenenti ai collettivi di sinistra si sono alzati in piedi iniziando a urlare “siamo tutti antifascisti”. Dopo pochi minuti il clima è precipitato. Sono iniziate aggressioni fisiche con sedie lanciate, bottiglie d’acqua, lattine di Coca-Cola e spintoni. Una ragazza di Azione Studentesca è rimasta ferita, un ragazzo di Forza Italia è stato colpito e molti di noi si sono ritrovati circondati senza possibilità immediata di uscita». La tensione sarebbe poi sfociata in un violento scontro con esponenti dei collettivi studenteschi di sinistra legati alla Rete degli Studenti Medi e a OSA. La Rete degli Studenti Medi, nata nel 2008, si definisce un’organizzazione democratica, apartitica, antifascista e progressista, impegnata nella rappresentanza istituzionale e nella difesa della scuola pubblica, collaborando anche con la CGIL. OSA, organizzazione nata nel 2018 e strutturata a livello nazionale, rivendica invece una linea politica apertamente di sinistra radicale, anticapitalista, antifascista e internazionalista, concentrandosi soprattutto sulla mobilitazione di piazza e sull’opposizione ai PCTO. Secondo quanto riferito dal rappresentante intervistato, durante gli scontri alcuni militanti avrebbero mostrato il gesto della pistola P38 e intonato cori ritenuti intimidatori verso i rappresentanti di destra di Azione Studentesca, richiamando simbolicamente il clima della violenza politica degli anni Settanta. Blandini insiste su un punto cruciale. «L’aspetto più inquietante non è soltanto la violenza materiale, ma la normalizzazione culturale di certi comportamenti. Se davvero vengono evocati simboli come la P38 contro avversari politici, significa che qualcuno sta giocando irresponsabilmente con la memoria degli anni di piombo». Il giovane prosegue. «Eravamo bloccati vicino alle uscite. Oltre quaranta persone cercavano di impedirci di muoverci. Per circa due ore siamo rimasti chiusi in uno spazio senza sicurezza adeguata, mentre alcuni collettivi continuavano ad avanzare verso di noi in modo intimidatorio. Alcuni agenti in borghese presenti sul posto sarebbero stati colpiti durante gli scontri. Solo dopo è intervenuto il Primo Reparto Mobile della Polizia di Stato insieme agli agenti del commissariato di zona, che hanno consentito l’evacuazione in sicurezza». Secondo l’intervistato, esisterebbe inoltre una responsabilità culturale più ampia. «Il dissenso non nasce spontaneamente da studenti informati e autonomi. In molti casi viene alimentato da appartenenti al corpo docente che, invece di garantire pluralismo e imparzialità, strumentalizzano ideologicamente gli studenti trasformando le scuole in luoghi di militanza politica. Quando un insegnante smette di educare al confronto e inizia a suggerire implicitamente che alcune idee siano legittime e altre no, la scuola perde la propria funzione educativa». Il giovane riferisce inoltre un episodio particolarmente controverso. «Durante gli scontri una docente del Rossellini avrebbe minimizzato la situazione dicendo che stavamo facendo “la tragedia” e che “l’epoca fascista deve finire”. Nel frattempo la dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale, la dottoressa Liliana Tomaselli, cercava invece di riportare ordine ricordando che eravamo stati noi a subire l’aggressione». Il momento più drammatico riguarda tuttavia un riferimento evocato durante il caos. «Una ragazza ha gridato: “la fine di Sergio Ramelli vogliono fa”». Il nome di Sergio Ramelli continua ancora oggi a rappresentare una ferita storica e morale nella memoria italiana. Blandini si sofferma con durezza sul significato di quell’episodio. «Quando il clima politico degenera fino a evocare simbolicamente la morte di un ragazzo assassinato per le proprie idee, significa che è stato superato il limite della convivenza democratica. La memoria storica dovrebbe servire a evitare il ritorno dell’odio politico, non a legittimarlo sotto nuove forme». A volte ritornano, ma non i “fascisti”, ma i “veri” fascisti hanno dato prova che la parola “fascista” equivale a violenza gratuita (non dovrebbe neanche essere obbligatoria, ma solo per difesa personale). L’intervistato denuncia infine quello che definisce un «capovolgimento mediatico». «Molti giornali online parlano di aggressione neofascista, ma non è vero. Noi ci siamo difesi. Eravamo chiusi in uno spazio senza possibilità di uscita e senza protezione immediata. Se la Polizia non fosse intervenuta rapidamente, le conseguenze avrebbero potuto essere ancora più gravi». Le conseguenze psicologiche, sostiene il giovane, sono pesanti. «Ci sono studenti che vogliono rinunciare al mandato per paura. E questa sarebbe la democrazia che alcuni pretendono di insegnare? Una democrazia dove chi esprime idee differenti viene intimidito, isolato o aggredito fisicamente?». Blandini conclude con parole durissime. «La scuola dovrebbe essere il luogo del confronto libero, non della caccia ideologica. Se una parte politica pretende il monopolio morale e utilizza la pressione fisica o psicologica per zittire gli avversari, allora non siamo più davanti a una dialettica democratica, ma davanti a un estremismo mascherato da superiorità etica. Ci auguriamo che questo episodio venga portato all’attenzione degli esponenti del Parlamento italiano affinché si comprenda definitivamente la malafede di chi si proclama difensore della democrazia mentre tenta di soffocare la libertà di espressione garantita dalla Costituzione. Quando il dissenso viene aggredito fisicamente e moralmente, non siamo più davanti a un confronto civile, ma davanti a un’intolleranza che mina le fondamenta stesse dello Stato democratico».







