Generali, RedBird e Oaktree si incontrano nel progetto della nuova casa del calcio milanese. La fusione sportiva non è nei programmi pubblicamente annunciati. Ma l’alleanza industriale e le ipotesi di futuri supercampionati rendono attuale una vecchia provocazione: quanto potrebbe valere una sola squadra di Milano?
Le strisce rossonere e nerazzurre nello stesso schermo, i nomi di Milan e Inter accanto a quello di Generali. L’immagine accompagna un’operazione concreta: il nuovo stadio condiviso dai due club. Ma suggerisce anche una domanda che il calcio milanese conosce da tempo e che la crescente dimensione finanziaria del settore potrebbe riportare nella discussione: l’idea di unire le due squadre potrebbe un giorno riprendere piede?
Non ci sono conferme pubbliche di un progetto di fusione promosso da Generali o dalle proprietà. Esistono però una convergenza industriale documentata e un precedente preciso. Mino Raiola propose di riunire Milan e Inter per costruire una potenza capace di competere con i grandi club europei. Una provocazione che oggi può essere riletta alla luce degli investimenti nelle infrastrutture e del dibattito sui futuri supercampionati.
Il passaggio dall’una all’altra cosa resta interamente da dimostrare. Uno stadio comune non implica una squadra comune. Tuttavia, l’operazione offre l’occasione per esaminare la logica economica di quell’ipotesi: quali vantaggi potrebbe produrre, quali ricavi rischierebbe di cancellare e quali condizioni potrebbero renderla interessante agli occhi degli investitori.
La provocazione di Raiola aveva una logica economica
Nel luglio 2013 Raiola suggerì a Milan e Inter di unire le forze, sostenendo che una società più forte avrebbe avuto maggiori possibilità contro i colossi europei. Estese il ragionamento anche a Roma e Lazio. Il contesto era quello di un calcio italiano alle prese con difficoltà economiche e con la crescente capacità di spesa dei concorrenti internazionali. La Gazzetta dello Sport, 4 luglio 2013
La proposta ebbe una circolazione internazionale. Nel gennaio 2015 il sito svedese Fotbollskanalen riportò un ulteriore intervento del procuratore, con l’idea di un “FC Milano” riconoscibile nel mondo e capace di misurarsi con Real Madrid e Barcellona. Era una posizione pubblica di Raiola, non l’annuncio di una trattativa fra società. Fotbollskanalen, 30 gennaio 2015
Il nucleo della sua tesi era semplice: concentrare le risorse di una città in una sola squadra avrebbe potuto aumentare la competitività. È una logica comprensibile nel mondo delle imprese. Applicata al calcio, incontra però una difficoltà particolare: una parte del valore delle società nasce proprio dalla loro identità e dalla rivalità con le altre.
La domanda lasciata da Raiola rimane quindi aperta: unire due grandi club significa sommare il loro valore oppure rischia di consumarne una parte?
Lo stadio cambia la dimensione del rapporto
L’elemento nuovo è l’investimento condiviso.
Il 29 ottobre 2026 Milan e Inter hanno presentato il Generali Stadium, un impianto da 71.500 posti progettato da Foster + Partners e MANICA. Il comunicato ufficiale identifica RedBird e Oaktree come le proprietà impegnate nell’operazione; Generali sarà il partner che dà il nome allo stadio e il partner assicurativo ufficiale di entrambe le società. Comunicato ufficiale Inter
Una struttura di questo tipo richiede collaborazione su investimenti, gestione e sviluppo commerciale. Le due società devono far convivere interessi distinti dentro un progetto di lungo periodo. Il suo successo dipenderà dalla capacità di valorizzare l’impianto, offrire servizi, attrarre imprese e rendere sostenibile il capitale investito.
È ragionevole interpretare questa collaborazione come un consolidamento dei rapporti industriali fra i club. Sarebbe invece prematuro considerarla una preparazione alla fusione sportiva: le fonti disponibili non autorizzano quel passaggio.
L’infrastruttura comune può, anzi, offrire una soluzione economicamente efficace proprio perché serve due squadre. Permette di distribuire parte dei costi su un calendario più ampio, mantenendo due marchi, due pubblici e due offerte commerciali.
La variabile dei supercampionati
L’ipotesi di una squadra unica acquisterebbe un significato diverso se cambiasse radicalmente il mercato nel quale dovrebbe competere.
Un torneo europeo con entrate molto elevate, un calendario stabile e pochi partecipanti potrebbe modificare gli incentivi dei proprietari. In uno scenario del genere, la disponibilità di un posto diventerebbe una risorsa decisiva. Una squadra espressione di una grande città potrebbe essere valutata in relazione alla sua capacità di attrarre pubblico, sponsor e distribuzione internazionale.
È però uno scenario condizionale. Il progetto originario della Superlega del 2021 includeva Milan e Inter come due fondatori distinti e prevedeva che continuassero a giocare nei rispettivi campionati nazionali. Non introduceva una sola rappresentante per città. Comunicato fondativo della Superlega
Perché una futura competizione renda più conveniente una fusione, dovrebbero dunque emergere condizioni nuove: limiti di accesso, regole territoriali o opportunità economiche che una sola organizzazione possa cogliere meglio di due. Al momento non è documentato un simile meccanismo per il calcio milanese.
La distinzione è sostanziale. Se Milan e Inter potessero entrare entrambe in un torneo ricco, conservare due partecipanti potrebbe essere più redditizio che ridurli a uno.
Il punto di partenza sfiora il miliardo
La dimensione economica attuale permette di capire la portata della questione.
Per l’esercizio 2025/26 il Milan ha comunicato ricavi per 464,6 milioni di euro e una perdita netta di circa 24 milioni. Per l’Inter, il resoconto dell’assemblea riporta ricavi per 518 milioni e un utile netto di 22,7 milioni. Risultati ufficiali Milan, resoconto dell’assemblea Inter
La somma aritmetica arriva a 982,6 milioni di euro di ricavi. Non è un bilancio consolidato: comprende voci che andrebbero esaminate e rese confrontabili prima di qualsiasi valutazione societaria. Offre comunque una misura dell’attività economica da cui partire.
Una nuova squadra non erediterebbe automaticamente tutti quei ricavi. Avrebbe meno partite complessive da vendere, una sola maglia principale per gli sponsor e un solo percorso nelle competizioni europee. Dovrebbe inoltre conservare l’adesione di tifosi abituati a riconoscersi in due identità differenti.
L’eventuale vantaggio sarebbe soprattutto nella concentrazione delle risorse e nella riduzione di alcuni costi. Ma una squadra costruita per vincere ad altissimo livello potrebbe assorbire rapidamente quei risparmi attraverso nuovi investimenti sportivi.
Una simulazione: dove potrebbe nascere il beneficio
In assenza di un progetto reale e di dati riservati, si può costruire soltanto un modello illustrativo. Le cifre seguenti sono ipotesi dell’analisi: non derivano da piani di Generali, RedBird, Oaktree o dei club.
Si assume che una fusione faccia perdere 220 milioni annui di ricavi per la contrazione dell’attività e la revisione dei rapporti commerciali. Si ipotizzano poi 80 milioni di nuove entrate, grazie alla forza commerciale e sportiva della squadra, e 170 milioni di risparmi annui a regime.
| Ipotesi economica annua | Milioni di euro |
|---|---|
| Ricavi aggregati di riferimento | 982,6 |
| Ricavi perduti | −220 |
| Nuovi ricavi | +80 |
| Ricavi della squadra unica nel modello | 842,6 |
| Risparmi di costo | +170 |
| Miglioramento del saldo ricavi meno costi | +30 |
Il risultato è un beneficio di 30 milioni annui, prima di costi di integrazione, imposte ed effetti finanziari. È appena il 3% circa dei ricavi aggregati di riferimento: un margine relativamente contenuto per un cambiamento di tale portata.
Il modello mostra soprattutto la sensibilità dell’operazione. Con gli stessi risparmi e gli stessi nuovi ricavi, se la perdita di entrate salisse da 220 a 300 milioni, il vantaggio diventerebbe uno svantaggio di 50 milioni annui.
Per questo la risposta dei tifosi e degli sponsor sarebbe decisiva quanto il costo della rosa.
Quanto dovrebbe pagare una futura Superlega?
Il modello consente anche di misurare l’effetto di un eventuale supercampionato.
Supponiamo che, dopo tutte le altre conseguenze della fusione, rimanga uno svantaggio economico di 50 milioni annui. Una nuova competizione dovrebbe assicurare alla squadra unica oltre 50 milioni annui di beneficio netto aggiuntivo per rendere positiva l’operazione.
La parola decisiva è “aggiuntivo”. Se la nuova squadra ricevesse 150 milioni dal torneo, non si potrebbero conteggiare integralmente come vantaggio della fusione: bisognerebbe sottrarre ciò che Milan e Inter avrebbero potuto incassare partecipando separatamente, oltre agli eventuali maggiori costi.
È qui che si concentra il possibile ritorno dell’idea di Raiola. Una futura architettura delle competizioni potrebbe rendere conveniente concentrare le risorse, ma potrebbe anche aumentare il valore di mantenere due grandi club. Servirebbero le regole e i contratti del torneo per distinguere i due casi.
Generali ha già accesso a entrambi i pubblici
Nel progetto confermato, Generali può associare il proprio marchio al nuovo impianto e a tutte e due le società. La partnership offre quindi un accesso commerciale al calcio milanese senza richiedere la nascita di una nuova squadra.
Attribuire alla compagnia un interesse alla fusione sarebbe una deduzione non sostenuta dalle informazioni disponibili. La sua partecipazione rende visibile l’alleanza economica sullo stadio; non dimostra una strategia di unificazione sportiva.
Lo stesso criterio vale per le proprietà. La collaborazione infrastrutturale può creare valore per entrambe senza modificare l’identità dei rispettivi investimenti.
Il valore che rischierebbe di sparire
Il derby costituisce una parte del patrimonio commerciale dei due club. Produce partite, racconto, attenzione e coinvolgimento che si estendono ben oltre la settimana della sfida.
Una squadra unica potrebbe acquisire una forza sportiva maggiore e, nello stesso tempo, perdere una parte di questo motore narrativo. La quantità di pubblico conservato non si può presumere: andrebbe studiata attraverso ricerche sulle tifoserie e analisi dei comportamenti di acquisto.
Anche i risparmi richiederebbero tempo. Contratti dei giocatori, strutture organizzative e accordi con gli sponsor dovrebbero essere gestiti. Un progetto del genere avrebbe inoltre bisogno di verifiche e autorizzazioni sportive: la sua convenienza finanziaria, da sola, non ne garantirebbe la realizzabilità.
La vecchia provocazione di Raiola può dunque tornare nel dibattito, spinta dalla dimensione del nuovo investimento e dalle trasformazioni possibili del calcio europeo. Per diventare un affare dovrebbe però superare una prova precisa: creare più valore di quello prodotto da due club che collaborano fuori dal campo e continuano a contendersi Milano dentro lo stadio.
Il Generali Stadium rende concreta la prima parte di questa formula. La squadra unica resta, per ora, la domanda.







