Amarga Navidad: l’eco lontana di un cinema almodovariano

Più che un film di Pedro Almodóvar, Amarga Navidad sembra l’eco lontana di un film di Almodóvar. Un’eco riconoscibile, certo, e proprio per questo malinconica: vi si ritrovano alcuni dei motivi, dei colori e delle ossessioni che hanno costruito l’immaginario del regista spagnolo, ma quasi sempre attenuati, privati della loro urgenza, restituiti come tracce di un linguaggio un tempo vitalissimo e oggi ripetuto con crescente stanchezza.

È un film che parla della crisi dell’ispirazione e della crisi dell’identità, del rapporto tra arte e vita sublimato nella scrittura e nel cinema, della possibilità – o dell’impossibilità – di trasformare l’esperienza in racconto senza tradirla. È anche un film nel film, o meglio un film nella fase ancora incerta della sua definizione: un progetto che nasce mentre viene raccontato, un’opera disperatamente in cerca d’autore. In questo senso, Amarga Navidad appare come l’esito inevitabile di una traiettoria inaugurata da Dolor y Gloria e proseguita, con esiti assai diversi, da Madres Paralelas, The Human Voice, Strange Way of Life e La stanza accanto, premiato a Venezia con il Leone d’oro.

In mezzo a queste opere si è progressivamente consolidata una riflessione sulla “fine”. La fine della vita, naturalmente, ma anche quella del linguaggio cinematografico, della capacità di inventare, dell’autore stesso in quanto figura creativa e biografica. Almodóvar sembra ormai interrogarsi costantemente sul momento in cui un’immagine smette di produrre desiderio, una storia non trova più il proprio tono, un corpo o una memoria diventano materia da congedare. Non è un caso, allora, che anche Amarga Navidad porti con sé ossessioni tipicamente almodovariane: la malattia, il lutto materno, ancora una volta la perdita di un figlio, la crisi di ispirazione, il disorientamento identitario e la mise en abyme tra vita e finzione.

Il problema è che qui quelle ossessioni non sembrano più aprire ferite, ma soltanto ribadire un repertorio. Dove Dolor y Gloria riusciva a trasformare l’autobiografia in una forma complessa e sensoriale, Amarga Navidad tende a illustrarla. Dove il cinema precedente metteva in tensione memoria, desiderio e corpo, questo nuovo film sembra spesso limitarsi a disporre sullo schermo i materiali di una poetica già compiuta, come se la loro riconoscibilità potesse ancora bastare a produrre emozione.

Un’autofiction dichiarata

L’autofiction – titolo francese programmatico e quasi lapalissiano – è il motore dichiarato del film. La sua natura metanarrativa viene sottolineata sin dai credits e nei raccordi di montaggio, attraverso i rumori dei tasti e i caratteri che compaiono sullo schermo mentre vengono digitati al computer. La scrittura non è semplicemente un’attività del protagonista: è il dispositivo che organizza il racconto, il luogo in cui il film mostra continuamente la propria costruzione.

A scrivere è Raúl, un regista di successo, celebrato con riconoscimenti e retrospettive, ennesimo alter ego di Almodóvar. Raúl, però, non gira un film da molto tempo. È un autore riconosciuto ma improduttivo, circondato dalla memoria dei propri successi e incapace di trasformare il presente in una nuova opera. La sua crisi non è soltanto professionale: è una condizione esistenziale. Il regista è immobilizzato davanti allo schermo del computer, sospeso tra ciò che ha già fatto e ciò che non riesce più a fare.

L’ispirazione arriva sotto forma di una storia ambientata vent’anni prima. Raúl comincia a scrivere di Elsa, una regista di nicchia che, dopo aver abbandonato il cinema d’autore per dirigere spot televisivi, attraversa una crisi d’identità. Elsa intraprende una relazione con uno spogliarellista e, contemporaneamente, torna a lavorare al soggetto di un terzo film, dopo anni di silenzio. Il progetto nasce dalle vite di due amiche: una è prigioniera di una crisi matrimoniale dalla quale non riesce a uscire; l’altra è precipitata in una depressione profonda dopo la morte tragica del figlio, vittima di un incidente.

Il film procede così su due piani narrativi, alternando la storia di Raúl e quella del film che egli sta scrivendo. Ma ben presto la distinzione si fa incerta. Quelle figure non sembrano più soltanto personaggi inventati: potrebbero essere persone reali della vita del regista, presenze rielaborate, forse deformate, forse sfruttate narrativamente. La scrittura diventa una forma di appropriazione. E la domanda centrale di Amarga Navidad riguarda proprio il limite di questa appropriazione: fino a che punto ci si può spingere nel raccontare una storia ispirandosi alle vite altrui?

È una domanda legittima e, in teoria, fertile. Il cinema di Almodóvar ha spesso trasformato l’esperienza personale in materia narrativa, mescolando confessione, invenzione e memoria.

Ma qui la questione arriva accompagnata dalla sensazione di essere stata formulata con un certo ritardo. In un’epoca in cui la privacy è continuamente esposta dai media e dai social network, in cui la vita privata viene convertita in contenuto e l’autofiction letteraria è ormai pienamente integrata nel mercato culturale, la riflessione del film appare datata.

Non perché il problema sia superato, ma perché Amarga Navidad lo affronta con strumenti che sembrano appartenere a una stagione precedente del dibattito.

L’autofiction non viene davvero interrogata nella sua ambivalenza contemporanea. Non si mostra quanto la confessione sia ormai una strategia commerciale, quanto l’esposizione del privato possa diventare una forma di costruzione pubblica del sé, quanto il racconto di sé sia spesso indistinguibile dalla gestione della propria immagine.

Il film preferisce concentrarsi sulla colpa individuale dello scrittore, sul suo rapporto con le persone che diventano materia narrativa. Ma questa impostazione restringe il campo e rende il conflitto troppo facilmente leggibile: da una parte l’autore, dall’altra le vite altrui; da una parte l’arte, dall’altra la responsabilità.

Il cinema come memoria personale

Almodóvar ha già dimostrato, con Dolor y Gloria, di poter trasformare il proprio archivio personale in un’opera di straordinaria intensità. In quel caso la dimensione autobiografica non era un semplice contenuto, ma un principio formale. La memoria deformava il tempo, lo scomponeva e lo ricomponeva; il corpo diventava il luogo in cui si depositavano le immagini; il cinema appariva insieme come malattia e cura.

Salvador Mallo non era soltanto un alter ego del regista.

Era una figura attraverso la quale l’autore poteva interrogare la propria esperienza senza ridurla a confessione.

Il film trovava una forma capace di tenere insieme la sofferenza fisica, la dipendenza, la perdita, il desiderio e il ricordo.

Le immagini dell’infanzia, la figura della madre, il rapporto con la scrittura e il teatro non si limitavano a rimandare alla biografia di Almodóvar: diventavano una grammatica del ricordo, un sistema di corrispondenze in cui il passato non veniva semplicemente ricostruito, ma reinventato.

In Amarga Navidad, invece, il materiale autobiografico rimane spesso esposto in superficie. Raúl è un regista che non riesce più a creare; Almodóvar è un regista che continua a creare ma sembra interrogarsi sempre più apertamente sulla propria possibilità di farlo. Il parallelismo è evidente, talvolta persino insistito.

Ma il personaggio non acquista una sufficiente autonomia rispetto al suo modello. Più che una figura drammatica, Raúl appare come un contenitore delle inquietudini dell’autore.

Il film insiste sulla sua paralisi creativa, sulla sua immobilità fisica, sul gesto ripetuto dello scrivere.

Il computer, la tastiera, le parole che appaiono sullo schermo, i rumori della digitazione: tutto concorre a rendere visibile la nascita del racconto. Ma questa visibilità della scrittura non produce necessariamente una vera complessità.

Il dispositivo metanarrativo è esplicitato, ribadito, accompagnato da segni che ne sottolineano il funzionamento. Il film sembra dire in continuazione: guardate, qui stiamo osservando un autore mentre inventa una storia.

È una scelta comprensibile, ma anche una scelta che rischia di impoverire il mistero della creazione cinematografica

Giovanni De Ficchy pluripremiato critico cinematografico ;  ha accompagnato il pubblico nella comprensione delle trasformazioni del cinema contemporaneo, offrendo interpretazioni capaci di andare oltre il semplice giudizio sulle opere.

La sua attività rappresenta un punto di riferimento per quanti considerano il cinema non soltanto intrattenimento, ma una forma d’arte in grado di raccontare la società, le emozioni e le contraddizioni del nostro tempo.

Titolo originale: id. Regia: Pedro Almodovar Interpreti: Barbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sánchez-Gijón, Victoria Luengo, Milena Smit, Patrick Griado, Quim Gutiérrez, Rossy de Palma, Gloria Muñoz, Carmen Machi, Antonio Romero, Tusti de las Haras Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia Durata: 110′ Origine: Spagna 2026

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