Tra il tubo catodico e l’intelligenza artificiale” Oltre il muro”: un documentario fuori dal tempo

Ho assistito alla proiezione del nuovo documentario ideato e diretto da Gjon Kolndrekaj, prodotto da CrossinMedia in collaborazione con Rai Documentari, scritto da Pal Kolndrekaj, che ne ha curato anche il montaggio.

Mi aspettavo un’opera capace di confrontarsi con il presente, di interrogare il pubblico contemporaneo e di raccontare un eventuale fenomeno soprannaturale attraverso strumenti narrativi e visivi adeguati al nostro tempo.

Invece, fin dalle prime immagini, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a un prodotto datato, incapace di dialogare con la sensibilità attuale e con il modo in cui oggi guardiamo, interpretiamo e condividiamo le immagini.

La delusione è arrivata quasi subito. Non perché il documentario affronti un tema religioso o soprannaturale: anche argomenti di questo genere possono essere trattati con profondità, intelligenza e grande forza cinematografica.

Il problema è il modo in cui vengono presentati.

L’opera sembra muoversi secondo schemi ormai superati, come se il pubblico fosse ancora quello dell’epoca del tubo catodico, disposto ad accettare senza troppe domande una narrazione solenne, lineare e celebrativa.

Ma siamo nel XXI secolo. La comunicazione è cambiata, il rapporto con le immagini è cambiato, il pubblico è cambiato.

Non basta più mostrare, raccontare e commentare: occorre mettere in discussione, verificare, confrontare.

Lo spettatore contemporaneo non è necessariamente più informato o più scettico, ma è certamente più abituato alla pluralità dei punti di vista.

Può accedere a fonti diverse, interrompere la visione, cercare conferme, leggere opinioni alternative e condividere immediatamente le proprie impressioni.

Un documentario non può fingere che tutto questo non esista.

Oggi i giovani sono attratti dall’intelligenza artificiale, dalle esperienze interattive, dai linguaggi audiovisivi veloci e contaminati, dalla possibilità di verificare le informazioni in tempo reale e di confrontare immediatamente punti di vista differenti.

Questo non significa che il cinema debba inseguire ogni moda tecnologica o trasformarsi necessariamente in un prodotto spettacolare.

Non significa nemmeno che un documentario debba riempirsi di effetti digitali, grafiche elaborate o dispositivi interattivi per risultare contemporaneo.

Significa, però, che non può ignorare il nuovo contesto culturale in cui viene proposto. Un documentario contemporaneo dovrebbe almeno interrogarsi sul modo in cui il suo soggetto viene percepito oggi, sulle domande che può suscitare, sui dubbi e sulle contraddizioni che porta con sé. Dovrebbe capire che l’autorità di una voce narrante, per quanto solenne, non è più sufficiente a garantire la credibilità di ciò che viene raccontato.

In questo caso, invece, ho avuto l’impressione che l’opera si rivolgesse a un pubblico immaginario rimasto fermo a diversi decenni fa. Le immagini, il tono della voce narrante, la struttura del racconto e il ricorso a una certa retorica religiosa sembrano appartenere a una televisione più rassicurante, più ossequiosa e meno disposta a mettere in discussione le proprie affermazioni.

Ogni passaggio appare costruito per accompagnare lo spettatore verso una conclusione già stabilita, senza lasciargli davvero lo spazio per riflettere, dubitare o elaborare una propria interpretazione.

Il documentario sembra chiedere adesione prima ancora di aver costruito una vera ricerca.

Non accompagna il pubblico all’interno di un problema, ma lo conduce lungo un percorso già tracciato.

Gli elementi del racconto non vengono messi in rapporto tra loro affinché lo spettatore possa giudicarli: vengono ordinati in modo da produrre un effetto preciso. La testimonianza non apre una domanda, la chiude.

L’immagine non suggerisce un’ipotesi, la conferma.

La musica non accompagna l’emozione, la prescrive.

Un documentario che racconta un evento soprannaturale dovrebbe, a mio avviso, mantenere un equilibrio delicato tra fede, testimonianza e analisi. Dovrebbe presentare i fatti, ascoltare i protagonisti, distinguere le esperienze personali dalle interpretazioni, mettere in campo anche le domande più scomode.

Qui, invece, la narrazione sembra procedere in una sola direzione: non tanto raccontare un evento, quanto confermare una lettura dell’evento.

La differenza è sostanziale. Nel primo caso lo spettatore viene invitato a partecipare a una ricerca; nel secondo viene condotto verso una sorta di conclusione edificante.

Non è necessariamente illegittimo realizzare un’opera dichiaratamente religiosa o apologetica.

Ma allora sarebbe più corretto assumere apertamente questa prospettiva, senza presentarla come se fosse il risultato naturale e inevitabile di un’indagine documentaria.

Il risultato è un’opera che tende a sostituire l’indagine con la devozione.

Al posto di un racconto aperto, si avverte una costruzione fortemente orientata.

Al posto della complessità, prevale la semplificazione. Al posto del dubbio, la certezza. E proprio questa certezza, presentata con toni solenni e spesso celebrativi, finisce per indebolire il documentario.

Quando un’opera sembra sapere in anticipo ciò che vuole dimostrare, tutto ciò che segue appare inevitabilmente funzionale alla dimostrazione stessa. Le testimonianze vengono utilizzate come tasselli di una tesi; le immagini come conferme visive; il montaggio come strumento di accompagnamento emotivo.

Lo spettatore non viene messo davanti a una materia da interpretare, ma davanti a un’interpretazione già confezionata.

Non ho trovato, quindi, quella curiosità autentica che dovrebbe essere alla base di ogni documentario. La curiosità non consiste nel confermare ciò che già si crede, ma nel mettere alla prova le proprie convinzioni.

Anche quando il tema è spirituale, anche quando il pubblico è composto da persone credenti, il racconto dovrebbe poter accogliere l’incertezza.

La fede non ha bisogno di essere protetta da ogni domanda.

Anzi, forse proprio le domande più difficili potrebbero renderla più umana e più credibile. Una fede che si confronta con il dubbio è più interessante di una fede rappresentata come certezza indiscutibile.

Un’esperienza religiosa raccontata nella sua complessità può coinvolgere anche chi non la condivide. Una narrazione che pretende invece di stabilire ciò che lo spettatore deve pensare rischia di rivolgersi soltanto a chi è già convinto.

Nel documentario, l’impressione prevalente è quella di una rappresentazione costruita per ottenere consenso.

Sembra quasi un tentativo di ingraziarsi il Sommo Pontefice, o comunque di avvicinarsi all’autorità ecclesiastica attraverso un linguaggio deferente, rispettoso fino all’adulazione.

Il Papa, la Chiesa e il tema religioso vengono trattati con una cautela così evidente da rendere il film meno libero e meno interessante.

Non si ha la percezione di assistere a un’opera che vuole comprendere un fenomeno; piuttosto, a un prodotto che cerca di collocarsi dalla parte giusta, quella più rassicurante e istituzionalmente riconoscibile.

L’autorità ecclesiastica sembra diventare una sorta di garanzia narrativa, un punto d’arrivo verso il quale il racconto deve dirigersi.

Ma proprio questa deferenza finisce per ridurre la capacità critica dell’opera.

Un documentario davvero rispettoso della dimensione religiosa non dovrebbe avere paura di mostrare le zone d’ombra.

Non dovrebbe temere di affrontare le interpretazioni alternative, le letture psicologiche, sociologiche o storiche, né di mettere a confronto la devozione con la prudenza. La spiritualità non si difende attraverso l’eliminazione delle domande, ma attraverso la capacità di sostenerle.

Questa ricerca di benevolenza condiziona ogni elemento del racconto.

Le testimonianze sembrano selezionate soprattutto per sostenere una tesi, le immagini assumono una funzione quasi illustrativa, la musica sottolinea le emozioni invece di lasciarle emergere naturalmente. Tutto appare studiato per suggerire meraviglia, rispetto e commozione.

Ma quando la commozione viene preparata con troppa insistenza, rischia di trasformarsi in un effetto meccanico.

Lo spettatore non si emoziona più per ciò che vede: viene semplicemente informato del fatto che dovrebbe emozionarsi. La musica gli indica quando provare stupore, la voce narrante gli suggerisce come interpretare una testimonianza, le immagini gli mostrano la direzione emotiva da seguire.

Questo procedere per segnali espliciti impoverisce l’esperienza della visione.

Il cinema possiede una grande capacità di evocare, ma l’evocazione richiede fiducia nello spettatore.

Occorre lasciare spazio ai silenzi, alle ambiguità, ai dettagli non risolti.

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