Dalle 62 condanne del rito abbreviato alle deposizioni dei collaboratori di giustizia, dai rapporti tra Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra alla politica locale, fino alle nuove rivelazioni di settembre. A quasi tre anni dall’esplosione dell’inchiesta Hydra, il processo di Milano sta entrando nella fase che può spiegare non soltanto chi faceva parte dell’organizzazione, ma come funzionava davvero il suo sistema di relazioni in Lombardia. E molte domande sono ancora aperte.
Il processo Hydra è arrivato probabilmente al suo passaggio più interessante. Non perché sia vicino alla conclusione: è vero esattamente il contrario. Il dibattimento ordinario davanti all’ottava sezione penale del Tribunale di Milano ha davanti a sé un numero enorme di testimoni e una quantità di materiale investigativo che rende difficile immaginare tempi brevi. Ma dopo quasi tre anni di discussioni sull’esistenza stessa del cosiddetto “sistema mafioso lombardo”, il centro della questione si sta spostando.
La domanda iniziale era: può esistere in Lombardia un’organizzazione mafiosa nella quale uomini provenienti da ’ndrangheta, Cosa nostra e camorra collaborano stabilmente pur continuando ad appartenere ai rispettivi mondi criminali?
Ora le domande sono altre.
Come funzionava quell’accordo? Chi lo teneva insieme? Quali affari venivano condivisi? Come venivano risolti i conflitti tra gruppi? Quanto pesavano le organizzazioni di origine? E soprattutto: fin dove arrivava la rete di rapporti costruita attorno agli uomini di Hydra nel mondo legale?
Sono le questioni sulle quali il processo ordinario comincia a produrre materiale nuovo.
E ciò che sta emergendo nel settembre 2026 indica che una delle parti meno esplorate di Hydra potrebbe essere proprio quella che si trova fuori dal perimetro degli imputati.
Il punto di partenza: 62 condanne
Per capire dove siamo bisogna tornare al 12 gennaio 2026.
Quella sera il gup di Milano Emanuele Mancini pronuncia la sentenza nel troncone celebrato con rito abbreviato: 62 condanne, 18 assoluzioni, oltre ai patteggiamenti e ai proscioglimenti intervenuti nella fase preliminare. Altri 45 imputati vengono rinviati al processo ordinario. La pena più alta, 16 anni, viene inflitta a Massimo Rosi, indicato come figura di vertice della ’ndrangheta lombarda. Filippo Crea viene condannato a 14 anni e 8 mesi, Giuseppe Fidanzati a 14 anni.
Ma il numero delle condanne, pur impressionante, non rappresenta il vero significato giudiziario della decisione.
Il punto decisivo è un altro: Mancini riconosce la contestazione associativa formulata dai pubblici ministeri Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane.
È il nodo sul quale Hydra aveva rischiato di naufragare.
Quando nell’ottobre 2023 il gip Tommaso Perna aveva esaminato le richieste della Procura, aveva rigettato 142 richieste di misura cautelare su 153, non condividendo l’impostazione accusatoria sul nuovo organismo mafioso. Il procedimento sembrava essersi scontrato con un problema giuridico enorme: dimostrare non semplicemente che in Lombardia operassero mafiosi siciliani, calabresi e campani – circostanza tutt’altro che nuova – ma che alcuni di loro avessero costituito qualcosa di ulteriore.
La Procura non abbandona l’impostazione.
Ricorre al Riesame.
E da quel momento la storia giudiziaria di Hydra cambia.
Non una fusione delle mafie
Nel 2024 il Tribunale del Riesame riconosce l’esistenza di un’associazione mafiosa autonoma. Ma la formula giornalistica della “supermafia” rischia di semplificare troppo ciò che i giudici stanno descrivendo.
Non significa che Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra si siano fuse.
Non significa neppure che abbiano cessato di esistere le rispettive gerarchie, appartenenze e organizzazioni.
Il modello descritto nelle carte è diverso.
Singoli uomini provenienti dalle mafie tradizionali avrebbero trasferito nel nuovo sodalizio caratteristiche, reputazione e capacità intimidatoria derivanti dalle organizzazioni di provenienza. Il Riesame parla di un’organizzazione orizzontale nella quale convivono soggetti provenienti da differenti matrici mafiose.
È un passaggio essenziale.
Hydra non descrive necessariamente la nascita di una quarta mafia che sostituisce le precedenti.
Descrive piuttosto un livello di cooperazione.
E per capire questo livello bisogna guardare al territorio nel quale nasce: la Lombardia.
Qui le famiglie criminali non devono contendersi necessariamente quartieri come avverrebbe in alcune aree di tradizionale insediamento mafioso. Devono soprattutto fare affari.
Il territorio lombardo offre imprese, appalti, credito, edilizia, logistica, servizi, movimento di capitali, professionisti, amministrazioni locali e una delle economie più ricche d’Europa.
In questo contesto la cooperazione può essere più redditizia della guerra.
È esattamente il concetto che emerge dalle motivazioni depositate nel luglio 2026.
Il vero collante: massimizzare i profitti
Le motivazioni della sentenza Mancini sono monumentali: circa 1.800 pagine.
E contengono probabilmente la chiave interpretativa più importante dell’intera vicenda.
Il giudice individua nella “massimizzazione dei profitti” il collante dell’organizzazione: cooperare consentiva di raggiungere risultati economici che i singoli gruppi, operando separatamente, non avrebbero potuto ottenere nello stesso modo.
È questo che rende Hydra interessante anche oltre il singolo procedimento penale.
La questione non è soltanto stabilire se mafiosi appartenenti a organizzazioni diverse si incontrassero.
La criminalità organizzata ha sempre stretto accordi.
Trafficanti calabresi, siciliani e campani hanno concluso affari insieme ben prima di Hydra.
Qui l’accusa sostiene qualcosa di più strutturato: che fosse nato un organismo stabile destinato a governare gli interessi comuni, evitando conflitti e sfruttando congiuntamente opportunità economiche.
Ed è su questo punto che la deposizione di William Alfonso Cerbo diventa importante.
Cerbo: «Il sistema nasce nel 2019»
Il 9 luglio 2026 nell’aula bunker di Milano comincia la deposizione di William Alfonso Cerbo, detto “Scarface”.
Cerbo è un collaboratore di giustizia. È stato condannato a cinque anni nel rito abbreviato, beneficiando dell’attenuante per la collaborazione.
La sua deposizione occupa più udienze.
Cerbo colloca nel 2019 la nascita del sistema e indica tra le figure iniziali Gaetano Cantarella e Giancarlo Vestiti. Racconta di essersi trovato personalmente nella fase in cui quella convergenza prendeva forma e di aver contribuito ad alimentarla attraverso le proprie attività illecite.
Ma uno degli episodi più istruttivi riguarda un debito.
Secondo il racconto del collaboratore, c’era da recuperare circa 250 mila euro da Filippo Crea.
Entra in scena Santo Crea.
Quello che avrebbe potuto produrre uno scontro tra gruppi criminali diventa, nella ricostruzione del collaboratore, uno dei passaggi attraverso i quali mondi differenti imparano a trattare.
Il recupero del credito diventa così qualcosa di più di una questione economica.
Diventa un esempio di governo del conflitto mafioso.
Ed è probabilmente qui che bisogna cercare una delle spiegazioni profonde di Hydra.
Una struttura comune serve non soltanto per fare nuovi affari.
Serve anche a impedire che un affare degeneri in una guerra.
Il vertice del Sardinia
Un altro momento centrale della ricostruzione è il 3 giugno 2020.
Quel giorno si svolge una cena al ristorante Sardinia di Inveruno.
Nel corso della deposizione del 15 luglio, la pm Alessandra Cerreti chiede a Cerbo di ricostruirne gli scopi. La registrazione integrale dell’udienza consente di seguire direttamente il passaggio processuale. Cerbo collega l’incontro anche alla necessità di fare il punto della situazione dopo la scomparsa di Gaetano Cantarella.
Quel pranzo ha assunto anche un’importanza processuale inattesa.
Le difese avevano infatti sostenuto che il procedimento dovesse essere trasferito da Milano a Busto Arsizio, indicando come momento costitutivo dell’associazione un successivo incontro del marzo 2021 a Dairago.
Il Tribunale ha respinto l’eccezione.
Per i giudici esisteva un momento precedente riconducibile proprio all’incontro di Inveruno.
Il processo resta quindi a Milano.
Non è soltanto una disputa sulla competenza territoriale.
Stabilire quando nasce Hydra significa stabilire quali incontri rappresentano semplici affari tra criminali e quali invece costituiscono manifestazioni di una nuova struttura comune.
Ed è una delle questioni che il dibattimento dovrà approfondire.
Le mafie di origine non scompaiono
C’è però un errore che bisogna evitare leggendo Hydra.
Pensare che l’organizzazione comune cancelli le identità precedenti.
Le deposizioni di settembre mostrano il contrario.
Il collaboratore di giustizia Francesco Bellusci, ex affiliato alla locale di Lonate Pozzolo, ha descritto davanti al Tribunale riti, gerarchie, doti e regole tipiche della ’ndrangheta.
Nell’udienza del 16 settembre ha raccontato anche il significato della “mangiata”, con il posto a capotavola attribuito secondo il grado mafioso, e ha riferito di aver incontrato analoghe ritualità durante periodi di detenzione.
È un particolare importante.
Perché suggerisce che i due livelli possano convivere.
Da una parte resta la ’ndrangheta con la sua grammatica tradizionale: locali, gradi, affiliazioni, rituali.
Dall’altra esiste, secondo l’accusa e secondo la sentenza di primo grado abbreviata, il tavolo comune.
Non sostituzione, quindi.
Sovrapposizione.
Ed è forse questo il modello criminale che Hydra obbliga a studiare.
La violenza che non scompare
La seconda semplificazione da evitare è quella della cosiddetta “mafia silente”.
La Lombardia mafiosa viene spesso raccontata come una criminalità esclusivamente economica, capace di infiltrarsi negli affari senza ricorrere alla violenza.
La pm Cerreti ha contestato apertamente questa rappresentazione durante il processo, richiamando intimidazioni, narcotraffico e anche il caso della scomparsa di Gaetano Cantarella, trattata nell’inchiesta come una possibile “lupara bianca”.
Le dichiarazioni rese da Bellusci il 23 settembre rafforzano questo versante dell’accusa.
Il collaboratore ha raccontato di violenze, disponibilità di armi e intimidazioni nell’Alto Milanese. Ha riferito, assumendosene la responsabilità, dell’incendio di due automobili della Polizia locale di Robecchetto con Induno perché un agente stava svolgendo accertamenti su di lui. Ha parlato anche di un progetto per colpire l’automobile di un carabiniere di Cuggiono.
Sono dichiarazioni di un collaboratore e dovranno essere valutate nel contraddittorio processuale.
Ma pongono una questione importante.
Hydra non racconta soltanto la mafia dei commercialisti, delle società e delle fatture.
Racconta contemporaneamente la capacità di intimidazione sul territorio.
Il sistema degli affari e quello della violenza non sono necessariamente alternativi.
La grande novità del 2026: il “capitale relazionale”
È però nelle 1.800 pagine della sentenza Mancini che compare il concetto destinato probabilmente a diventare centrale nell’interpretazione di Hydra.
Il capitale relazionale.
Secondo il giudice, la forza dell’organizzazione non derivava soltanto dalle disponibilità economiche o dalla reputazione criminale.
Derivava dalla capacità di costruire una rete attorno a sé.
Imprenditori.
Professionisti.
Amministratori.
Politici.
Soggetti inseriti nelle istituzioni.
La sentenza descrive una capacità di penetrazione in ambiti imprenditoriali, istituzionali e para-istituzionali e prende in considerazione anche situazioni nelle quali non risultano dimostrate condotte penalmente illecite da parte dei soggetti esterni.
La distinzione è fondamentale.
Frequentare un mafioso non significa automaticamente partecipare a un’associazione mafiosa. Essere citati in un’intercettazione non significa essere indagati. Ricevere voti da persone vicine a un clan non significa aver stipulato un accordo criminale.
Ma dal punto di vista dell’organizzazione, sostiene la sentenza, la disponibilità di relazioni può comunque produrre prestigio e capacità di influenza.
Il giudice parla di contatti con parlamentari, amministratori locali e candidati alle elezioni e della possibilità per l’organizzazione di offrire sostegno, intermediazioni e utilità.
Qui si apre probabilmente il più grande territorio ancora da esplorare dell’inchiesta Hydra.
Carate Brianza
Un esempio è emerso proprio durante il processo.
Nel giugno 2026 vengono depositate conversazioni relative a Luca Faraone, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Carate Brianza.
È necessario sottolinearlo: Faraone non risulta indagato.
Le intercettazioni riguardano invece uomini coinvolti nell’inchiesta che discutono del sostegno alla sua candidatura alle elezioni comunali del 2023.
Il Fatto Quotidiano ha ricostruito conversazioni tra Santo Crea e Pietro Pansera nelle quali viene affrontato il tema dell’appoggio elettorale a Faraone e della sua eventuale disponibilità.
La questione è interessante per almeno due ragioni.
La prima è territoriale.
Hydra non è confinata a Milano.
La rete arriva nei piccoli e medi Comuni lombardi, dove poche centinaia di preferenze possono avere un peso politico assai diverso da quello che avrebbero in una grande città.
La seconda riguarda la natura dello scambio.
Non basta sapere che qualcuno intendeva sostenere un candidato.
Bisogna capire che cosa pensava di ottenere in cambio.
È precisamente questa la zona nella quale un’inchiesta giornalistica può andare oltre la cronaca processuale senza trasformare sospetti in accuse.
Settembre 2026: emerge Buscate
Poi arriva settembre.
Ed emerge un altro caso.
Questa volta il territorio è Buscate, nell’Alto Milanese.
Il collaboratore Francesco Bellusci, in un verbale del 2 settembre, parla di un consigliere comunale di maggioranza che sarebbe stato molto vicino a Giacomo Cristello, figura della ’ndrangheta lombarda già coinvolta in Hydra.
Secondo Bellusci, questo amministratore avrebbe svolto una funzione di collegamento tra Cristello e la famiglia Rispoli, evitando contatti diretti.
Dopo le dichiarazioni del collaboratore, i Carabinieri del Nucleo investigativo svolgono accertamenti.
Il 21 settembre viene redatta un’annotazione.
Il nome individuato dagli investigatori è quello di Giuseppe Greco, consigliere comunale e capogruppo di maggioranza a Buscate, che si è successivamente autosospeso.
Anche qui bisogna mettere immediatamente un punto fermo:
Greco non risulta indagato.
L’informativa dei Carabinieri, secondo quanto riportato da ANSA, indica però 131 contatti telefonici con Nicodemo Santo Rispoli, detto “Santino”, zio paterno di Vincenzo Rispoli, storico boss della ’ndrangheta lombarda detenuto al 41-bis. Gli investigatori hanno inoltre ricostruito rapporti con Giacomo Cristello.
E c’è un episodio concreto.
L’assunzione a Malpensa
Nel 2021 una persona cerca lavoro all’aeroporto di Milano Malpensa.
Secondo la ricostruzione contenuta nell’informativa, Cristello si sarebbe interessato all’assunzione attivando Greco.
In una conversazione riportata nelle cronache, dopo essere stato convocato per il colloquio, il candidato informa Cristello; quest’ultimo gli indica di fare il nome di Giuseppe Greco e non il proprio.
Non è ancora una sentenza.
Non dimostra automaticamente un accordo politico-mafioso.
Ma è esattamente il genere di episodio che consente di comprendere che cosa significhi concretamente capitale relazionale.
Una relazione utile non deve necessariamente produrre un grande appalto.
Può produrre un posto di lavoro.
Una pratica.
Una presentazione.
Un contatto.
Un’intermediazione.
Una porta che normalmente sarebbe chiusa e che improvvisamente si apre.
È questa dimensione quotidiana del potere mafioso che merita probabilmente più attenzione.
Il politico come “ponte”
Secondo il racconto di Bellusci, il consigliere avrebbe avuto anche una funzione diversa: fare da intermediario tra Cristello e uomini della famiglia Rispoli per evitare che i boss comunicassero direttamente.
Il collaboratore parla di un “ponte”.
La Procura ha depositato l’annotazione dei Carabinieri il 23 settembre, alla fine della lunga udienza nella quale Bellusci ha deposto davanti al collegio.
È una delle novità più recenti di Hydra.
E mostra soprattutto una cosa.
L’inchiesta continua a produrre indagine.
Il materiale non è congelato al 2023.
Le dichiarazioni dei collaboratori generano nuovi accertamenti, verifiche sui tabulati, identificazioni, ricostruzioni di rapporti e acquisizione di documenti.
Per questo la fotografia del processo può cambiare ancora.
I collaboratori sono diventati decisivi
Quando Hydra esplode pubblicamente nell’ottobre 2023, una parte rilevante della prova è costituita da intercettazioni, pedinamenti, incontri documentati e attività economiche.
Tre anni dopo, il quadro è differente.
Diversi uomini hanno iniziato a collaborare.
Cerbo.
Bellusci.
Emanuele De Castro.
E altri ancora.
A marzo 2026 emerge anche la collaborazione di Bernardo Pace, indicato come figura proveniente dall’ambiente mafioso di Castelvetrano.
Pace rende dichiarazioni il 19 febbraio.
Nel verbale depositato all’apertura del dibattimento ci sono otto pagine interamente omissate relative a rapporti con politici locali o nazionali.
Pace però non potrà essere interrogato nel processo.
Il 16 marzo viene trovato morto nel carcere di Torino. La morte viene indicata dalle cronache come suicidio.
Quelle pagine oscurate rappresentano quindi uno dei grandi interrogativi ancora aperti.
Che cosa contengono?
Chi viene indicato?
Le dichiarazioni sono state riscontrate?
Hanno generato altri fascicoli investigativi?
Sono questioni alle quali, allo stato delle fonti pubbliche consultate, non è possibile dare una risposta documentata.
Ed è proprio per questo che costituiscono una pista giornalistica.
Il rapporto con la politica è ancora largamente inesplorato
La sentenza Mancini parla esplicitamente di capacità di interferire, in alcuni casi, con le scelte degli amministratori locali e con il voto in alcuni Comuni lombardi.
Abbiamo Carate Brianza.
Abbiamo Buscate.
Abbiamo riferimenti ancora coperti da omissis.
Probabilmente non abbiamo ancora il quadro completo.
La domanda da porre non è semplicemente:
“Quali politici erano amici dei mafiosi?”
È una domanda troppo rozza e rischia di essere anche fuorviante.
La domanda utile è:
che cosa chiedevano gli uomini di Hydra alla politica?
Posti di lavoro?
Autorizzazioni?
Informazioni?
Contatti?
Accesso alle amministrazioni?
Intermediazione sanitaria?
Appalti?
Sostegno imprenditoriale?
Protezione?
E, specularmente:
che cosa potevano offrire?
Voti.
Consenso.
Relazioni.
Denaro.
Capacità di mobilitazione.
Mediazione sociale.
È questo scambio di utilità, quando provato, che permette di capire la qualità della penetrazione mafiosa.
La seconda area inesplorata: l’economia legale
C’è poi un problema ancora più grande.
Le mafie al Nord non possono funzionare senza imprese.
Hydra nasce come indagine criminale, ma una delle domande centrali riguarda il sistema economico che ruotava intorno agli imputati.
Le motivazioni parlano espressamente della capacità di penetrazione negli ambienti imprenditoriali.
Per ricostruire davvero Hydra bisognerebbe quindi seguire sistematicamente le società.
Non soltanto quelle sequestrate.
Anche quelle che hanno avuto rapporti commerciali con aziende riconducibili agli imputati.
Bisognerebbe ricostruire amministratori, soci, cambi di proprietà, liquidazioni, fallimenti, cessioni di quote, prestanome, finanziamenti, fatture, immobili, subappalti e rapporti bancari.
La domanda non è quanti imprenditori abbiano commesso reati.
È più ampia:
qual era l’ecosistema economico nel quale Hydra riusciva a operare?
La terza area: i professionisti
Ogni organizzazione criminale che entra nell’economia legale ha bisogno di competenze.
Commercialisti.
Avvocati.
Consulenti fiscali.
Notai.
Tecnici.
Intermediari finanziari.
Broker.
Amministratori societari.
Non significa che ogni professionista incontrato o utilizzato da un mafioso sia complice.
Anzi: è proprio qui che occorre essere particolarmente rigorosi.
Ma per comprendere un sistema criminale economicamente evoluto bisogna ricostruire chi produceva la competenza tecnica necessaria a trasformare denaro criminale in operazioni apparentemente normali.
È un lavoro differente dall’individuazione dei boss.
Ed è spesso molto più difficile.
La quarta area: il rapporto tra Lombardia e Sud
Hydra pone poi una questione che va oltre Milano.
Quale rapporto esisteva tra il sistema lombardo e le organizzazioni madri?
L’accusa sostiene che gli uomini dell’organizzazione potessero spendere l’autorevolezza derivante dall’appartenenza alle mafie storiche.
Ma questo apre una serie di domande.
Quanto erano autonome le decisioni prese in Lombardia?
Quando era necessario chiedere un’autorizzazione?
Chi garantiva gli accordi?
Che cosa accadeva quando gli interessi lombardi entravano in conflitto con quelli delle famiglie di origine?
I collegamenti con la Calabria, la Sicilia e la Campania erano soltanto identitari oppure anche economici?
Seguivano il denaro?
Seguivano la droga?
Seguivano gli investimenti?
Sono questioni che il processo può chiarire attraverso le deposizioni dei collaboratori.
Cosa nostra e il nodo Castelvetrano
Particolarmente delicato è il versante siciliano.
Nell’inchiesta compare Paolo Aurelio Errante Parrino, cugino per parte materna di Matteo Messina Denaro e indicato dagli investigatori come possibile raccordo con l’ambiente di Castelvetrano.
Nel gennaio 2025 la Cassazione conferma la misura cautelare nei suoi confronti; quando deve essere eseguita, Parrino risulta irreperibile.
Anche Bernardo Pace proveniva dall’ambiente di Castelvetrano.
Nelle prime fasi del processo sono inoltre emerse dichiarazioni di collaboratori relative a presunti passaggi dello stesso Matteo Messina Denaro a Milano: affermazioni che, in quanto dichiarazioni testimoniali, richiedono riscontri indipendenti prima di essere trasformate in un fatto storico acquisito.
È un altro capitolo ancora da approfondire.
Perché se il collegamento con Castelvetrano fosse stato operativo e non soltanto personale, cambierebbe il peso della componente siciliana dentro Hydra.
La ’ndrangheta resta la struttura territorialmente più leggibile
Sul versante calabrese il quadro appare invece più tradizionale.
Le locali lombarde precedono Hydra di molti anni.
Lonate Pozzolo, Legnano e altri insediamenti hanno una propria storia giudiziaria.
Massimo Rosi, Vincenzo Rispoli, Giacomo Cristello, Santo e Filippo Crea appartengono a mondi criminali che non nascono con il “sistema mafioso lombardo”.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti.
Hydra non parte dal nulla.
Si appoggia su infrastrutture mafiose già presenti.
Relazioni familiari.
Prestigio.
Territorio.
Riti.
Capacità intimidatoria.
Conoscenza degli imprenditori.
Contatti politici.
Il nuovo sistema, secondo l’accusa, mette in rete patrimoni criminali già esistenti.
E la camorra?
È probabilmente la componente che, nella narrazione pubblica di Hydra, rimane meno facilmente leggibile.
Cosa nostra ha Castelvetrano e il nome ingombrante di Messina Denaro.
La ’ndrangheta dispone di locali e famiglie radicate da decenni in Lombardia.
La componente campana deve invece essere ricostruita maggiormente attraverso i singoli protagonisti e i loro rapporti economici.
Tra questi compare Giancarlo Vestiti, associato nelle ricostruzioni processuali alla componente camorristica e indicato da Cerbo tra le figure presenti nella fase iniziale del sistema.
Comprendere quale fosse l’apporto specifico della componente campana – capitale, contatti, capacità operativa, mercati criminali, relazioni romane o campane – è un’altra delle questioni sulle quali il processo ordinario potrà fornire elementi.
Quasi 500 testimoni
La dimensione del dibattimento spiega perché siamo ancora all’inizio.
La Procura ha indicato 484 testimoni, dei quali 291 appartenenti alla polizia giudiziaria. Il Tribunale ha ammesso il vasto materiale testimoniale richiesto dalle parti.
Significa che davanti al collegio dovrà essere ricostruita una parte enorme dell’indagine.
Intercettazioni.
Pedinamenti.
Informative.
Rapporti societari.
Episodi di droga.
Estorsioni.
Armi.
Incontri.
Rapporti tra famiglie.
Contatti esterni.
E soprattutto collaboratori di giustizia.
Cerbo ha occupato più udienze tra luglio e settembre.
Bellusci sta facendo lo stesso.
Il processo ordinario non sarà quindi semplicemente una verifica della sentenza già pronunciata nel rito abbreviato.
Produrrà una propria prova dibattimentale.
Due processi che viaggiano parallelamente
È importante infatti non confondere i due percorsi.
Da una parte abbiamo gli imputati giudicati in abbreviato.
Per loro esiste una sentenza di primo grado, non definitiva.
Dall’altra ci sono i 45 imputati rinviati al rito ordinario.
Per questi ultimi vale pienamente la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva.
Anche quando si parla del “riconoscimento giudiziario” di Hydra bisogna quindi specificare a quale procedimento ci si riferisce.
Il giudice Mancini ha riconosciuto l’associazione nel rito abbreviato.
Il Tribunale che sta celebrando il rito ordinario dovrà formare autonomamente il proprio convincimento sulla base delle prove utilizzabili nel dibattimento.
Ed è possibile che le due ricostruzioni non coincidano completamente.
Cosa succederà adesso
L’ultima udienza che abbiamo potuto verificare è quella del 23 settembre 2026.
È durata 5 ore e 17 minuti ed è stata dedicata in larga parte all’esame di Francesco Bellusci da parte dei pm Rosario Ferracane e Alessandra Cerreti. La registrazione integrale è disponibile nell’archivio di Radio Radicale.
La scheda dell’udienza indica come successiva data processuale il 30 ottobre 2026, nell’aula bunker della casa circondariale di Milano Opera.
Nel frattempo il lavoro investigativo non si ferma.
L’esempio Greco lo dimostra: una dichiarazione resa da un collaboratore il 2 settembre ha prodotto verifiche dei Carabinieri e un’annotazione depositata poche settimane dopo.
Potrebbero quindi emergere nuovi nomi anche prima della conclusione del dibattimento.
Il processo nel processo: l’attendibilità dei pentiti
Da qui in avanti uno dei terreni principali dello scontro tra accusa e difese sarà inevitabilmente l’attendibilità dei collaboratori.
Non basta che Cerbo o Bellusci raccontino qualcosa.
Il Tribunale deve verificare la credibilità soggettiva del dichiarante e trovare, quando necessario, riscontri alle sue dichiarazioni.
Le difese cercheranno inevitabilmente contraddizioni, errori cronologici, interessi personali, conoscenze indirette e punti nei quali i racconti non coincidono con gli elementi documentali.
La Procura farà il contrario.
Tabulati.
Intercettazioni.
Posizioni telefoniche.
Documenti.
Incontri registrati.
Movimenti economici.
Dichiarazioni convergenti di altri collaboratori.
L’informativa depositata dopo le dichiarazioni su Buscate mostra già questo metodo: non limitarsi alla parola del pentito, ma cercare i contatti telefonici e gli episodi concreti che possano confermarla o smentirla.
La vera domanda di Hydra
Alla fine, però, il processo pone una questione più grande dei singoli imputati.
Per decenni abbiamo interpretato le mafie al Nord soprattutto attraverso il modello della colonizzazione.
Una famiglia calabrese arriva.
Ricostruisce una locale.
Mantiene i rapporti con il paese d’origine.
Controlla uomini e attività economiche.
Hydra propone un modello ulteriore.
Organizzazioni diverse rimangono diverse, ma alcuni dei loro uomini capiscono che in un mercato ricco cooperare può rendere più che combattersi.
Non serve fondersi.
Serve riconoscersi.
Serve sapere chi rappresenta chi.
Serve poter garantire un accordo.
Serve impedire che un debito diventi una faida.
Serve mettere in comune relazioni quando conviene.
Serve utilizzare la reputazione mafiosa come garanzia.
E soprattutto serve costruire una zona di contatto con l’economia legale.
È lì che la storia diventa lombarda.
Perché il “capitale relazionale” potrebbe essere più importante dei summit
Le fotografie dei summit sono potenti.
I boss seduti allo stesso tavolo spiegano Hydra in un’immagine.
Ma potrebbero non essere la parte più importante.
Il vero potere di un’organizzazione criminale economicamente evoluta si misura quando non ha bisogno di minacciare nessuno.
Quando basta una telefonata.
Quando qualcuno risponde.
Quando una candidatura può essere sostenuta.
Quando un curriculum può essere segnalato.
Quando un imprenditore trova un finanziamento.
Quando una pratica incontra meno ostacoli.
Quando un debitore comprende chi sta chiedendo i soldi.
Quando persone appartenenti a organizzazioni differenti possono affidarsi allo stesso tavolo per risolvere una controversia.
Questo è il territorio che le motivazioni Mancini definiscono attraverso il concetto di capitale relazionale.
Ed è probabilmente qui che si trova la parte di Hydra ancora meno conosciuta.
Le domande ancora senza risposta
Dopo tre anni di indagine e un primo processo concluso con 62 condanne, può sembrare paradossale sostenere che Hydra sia ancora in larga parte da raccontare.
Eppure è così.
Non sappiamo ancora fino a che punto arrivasse la rete politica descritta nelle carte.
Non conosciamo pubblicamente il contenuto integrale dei passaggi omissati delle dichiarazioni di Bernardo Pace.
Non sappiamo quanti rapporti esterni citati nelle intercettazioni abbiano prodotto verifiche autonome.
Non conosciamo ancora in modo completo l’ecosistema delle imprese che lavorava intorno agli uomini dell’organizzazione.
Non abbiamo una mappa sistematica dei professionisti.
Non è ancora completamente chiaro il rapporto tra la struttura lombarda e le organizzazioni mafiose del Sud.
Non sappiamo quale fosse l’effettivo grado di autonomia del nuovo organismo.
E il processo ordinario deve ancora stabilire se la costruzione accusatoria reggerà integralmente davanti al collegio giudicante.
Sono questi i punti da seguire.
Non le formule.
Hydra non è finita
L’errore sarebbe considerare l’inchiesta Hydra una storia conclusa con gli arresti del 2023 o con le condanne del gennaio 2026.
È probabilmente adesso che comincia la fase più interessante.
Gli investigatori avevano ricostruito dall’esterno una rete attraverso telefoni, pedinamenti, telecamere, società e incontri.
Ora alcuni uomini che quella rete sostengono di averla conosciuta dall’interno stanno parlando.
Il loro racconto dovrà essere verificato.
Le difese lo contesteranno.
I giudici dovranno decidere cosa è provato e cosa no.
Ma ogni deposizione può aprire un nuovo percorso investigativo.
È già successo.
Le dichiarazioni di Bellusci hanno portato a nuovi accertamenti su Buscate e a un’informativa depositata nel settembre 2026.
E altri capitoli possono ancora emergere.
Per questo la domanda più importante, oggi, non è più soltanto se in Lombardia esistesse Hydra.
Una sentenza di primo grado ha già dato una prima risposta affermativa per gli imputati giudicati in abbreviato.
La domanda che accompagnerà i prossimi mesi di processo è molto più difficile:
quanto era grande Hydra fuori da Hydra?
Quanto arrivava lontano la rete di persone, imprese, professionisti e relazioni che permetteva ai suoi uomini di trasformare la forza criminale in influenza economica e sociale?
È su quella frontiera che si giocherà una parte importante del processo.
Ed è lì che bisognerà continuare a cercare.







