
Ci sono film che si presentano come italiani, ma che dell’Italia conservano soltanto la firma del regista. La migliore offerta, in effetti, è un’opera profondamente cosmopolita: ambientata tra Trieste, Vienna e Praga, interpretata da attori stranieri e recitata prevalentemente in inglese.
Eppure, nonostante questa apparente distanza dalla tradizione cinematografica italiana, il film porta con sé qualcosa di inequivocabilmente tornatoriano.
A ben vedere, l’unico elemento davvero “italiano” della pellicola è proprio Giuseppe Tornatore. Ma non è poco.
È sufficiente il suo sguardo, la sua eleganza formale, la sua capacità di costruire una narrazione come un meccanismo complesso e perfettamente calibrato, per trasformare un thriller internazionale in un’opera che parla la lingua del cinema italiano più raffinato.
Tornatore dirige un film elegante, sofisticato, quasi sontuoso, nel quale ogni dettaglio sembra avere una funzione. Nulla è lasciato al caso: gli ambienti, gli oggetti, i silenzi, le inquadrature, i gesti e persino le pause contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa, ambigua e seducente.
La sceneggiatura procede “a incastro”, aggiungendo progressivamente elementi, indizi e domande, senza mai concedere allo spettatore la possibilità di rilassarsi davvero. La tensione non nasce soltanto dagli eventi, ma dal modo in cui questi vengono mostrati e soprattutto da ciò che viene tenuto nascosto.
Ed è proprio qui che risiede la forza principale del film. La migliore offerta è un giallo, un noir, un dramma psicologico; ma è anche, e forse soprattutto, una riflessione sul desiderio, sull’ossessione e sulla solitudine.
Raccontarne la trama in maniera dettagliata sarebbe un errore, perché la pellicola vive della progressiva scoperta dei suoi segreti. Ogni informazione anticipata rischierebbe di indebolire l’impatto di una storia costruita proprio sulla sorpresa e sull’incertezza.
Si può però parlare del suo protagonista, Virgil Oldman, senza compromettere il piacere della visione.

Anzi, è impossibile analizzare il film senza soffermarsi su di lui, perché Tornatore costruisce l’intera opera attorno alla presenza magnetica di Geoffrey Rush.
Virgil è un antiquario di fama internazionale, un uomo colto, raffinato e apparentemente invulnerabile.
È anche misogino, solitario, profondamente controllato e incapace di vivere un rapporto autentico con il mondo esterno. La sua esistenza è regolata da rituali maniacali e da una serie di fobie che rivelano, sotto la superficie dell’autocontrollo, una personalità fragile e vulnerabile.
Virgil non ama toccare gli oggetti appartenuti agli altri.
Indossa sempre i guanti, mangia e beve utilizzando piatti e posate con le sue iniziali incise, parla al telefono soltanto dopo averlo coperto con una garza.
La sua casa è asettica, ordinata, quasi priva di vita. Ogni cosa è collocata al proprio posto, ogni gesto è sottoposto a una regola.
È come se l’uomo avesse cercato di costruire intorno a sé una barriera impermeabile, capace di proteggerlo dal contatto, dall’imprevisto e dai sentimenti.
In questo senso, la sua abitazione non è soltanto uno spazio fisico, ma una rappresentazione della sua psicologia. È il rifugio di un uomo che ha trasformato la propria solitudine in una forma di superiorità.
Virgil osserva il mondo, lo cataloga, lo valuta e lo possiede attraverso il denaro e la conoscenza, ma non riesce davvero a parteciparvi. Conosce il valore delle opere d’arte, ma sembra ignorare quello delle relazioni umane.
Il luogo più significativo della casa è una stanza segreta, blindata, nella quale Virgil si ritira per ore.
Quando la sequenza viene mostrata, l’effetto è sorprendente.

Dopo aver digitato il codice d’accesso, la macchina da presa inquadra una stanza apparentemente vuota, con al centro soltanto una poltrona di pelle bianca.
È uno spazio spoglio, silenzioso, quasi astratto.
Poi la telecamera mostra le pareti e l’immagine cambia completamente significato.
Quelle pareti sono interamente ricoperte da ritratti di donne.
Non semplicemente quadri, ma una vera collezione segreta, il santuario privato di un uomo che ha trascorso la vita a osservare, acquistare e possedere immagini femminili senza mai riuscire ad avvicinarsi davvero a una donna reale.
La scena è di una bellezza straordinaria perché sintetizza, con pochissime immagini, tutta la contraddizione del personaggio. Virgil si presenta come un uomo disinteressato alle donne, sprezzante nei loro confronti e incapace di considerarle davvero. Eppure il suo spazio più intimo è consacrato proprio a loro.
Le ha escluse dalla vita quotidiana, ma le ha trasformate in oggetti di adorazione estetica. Le rifiuta come persone e le idealizza come immagini.
La stanza diventa così il luogo in cui il protagonista può esercitare il massimo controllo.
I ritratti non parlano, non si muovono, non lo contraddicono, non possono ferirlo. Sono donne immobili, eternamente giovani, eternamente disponibili allo sguardo. Virgil non entra in relazione con loro: le contempla, le possiede, le ordina. In questo spazio l’amore viene ridotto a collezione, il desiderio a catalogo, la bellezza a merce.
Eppure la pellicola non tratta Virgil con superficialità.
Tornatore non si limita a rappresentarlo come un uomo arrogante o patologicamente misantropo.
Al contrario, lo osserva con attenzione e, progressivamente, lascia emergere le crepe della sua corazza. Sotto la freddezza, la rigidità e il sarcasmo si nasconde un individuo che non ha mai imparato a vivere pienamente. La sua competenza professionale è straordinaria, ma la sua esperienza emotiva è quasi inesistente.
Geoffrey Rush è semplicemente eccezionale.
La sua interpretazione sostiene il film in ogni momento. Tornatore si “fissa” su di lui, sulle sue espressioni, sui suoi occhi, sulle minime variazioni del volto, e Rush risponde con una prova attoriale di enorme precisione.
Non ha bisogno di grandi gesti o di dichiarazioni plateali. Il personaggio prende forma nei dettagli: nel modo in cui sistema i guanti, nella postura rigida, nella smorfia di disgusto davanti a un comportamento che considera volgare, nella cautela con cui entra in un ambiente estraneo, nell’imbarazzo che tenta di nascondere dietro un atteggiamento superiore.
Ogni movimento rivela qualcosa, anche quando Virgil cerca disperatamente di non mostrare nulla.
Rush riesce a rendere credibile la trasformazione di un uomo che sembra completamente impermeabile alle emozioni. All’inizio Virgil appare distante, quasi inaccessibile. Le sue manie possono persino suscitare ironia o irritazione. Ma lentamente la sua solitudine assume una dimensione più dolorosa. Lo spettatore comprende che il controllo non è vera forza: è paura organizzata, disciplinata, resa elegante.
L’attore costruisce un personaggio di straordinaria ambivalenza. Virgil è odioso e affascinante, arrogante e fragile, intelligente e ingenuo, capace di manipolare gli altri ma impreparato quando il coinvolgimento diventa reale. La sua superiorità è una maschera che, durante il film, rischia continuamente di scivolare via.

Accanto a lui, tutto il resto sembra davvero diventare contorno.
Non perché gli altri elementi siano trascurati, ma perché la macchina narrativa è concepita per concentrarsi sul protagonista.
Le ambientazioni, i personaggi secondari, gli oggetti e le opere d’arte sono disposti come parti di un grande dispositivo scenico, costruito per riflettere e amplificare l’evoluzione psicologica di Virgil.
Anche l’arte, nel film, non è soltanto un elemento decorativo.
È il linguaggio attraverso il quale il protagonista ha scelto di vivere. Virgil sa riconoscere l’autenticità, attribuire un valore, individuare un falso. Il suo mestiere si fonda sulla capacità di distinguere ciò che è vero da ciò che è contraffatto.
Ma proprio questa competenza professionale si trasforma in una trappola: egli crede di poter applicare gli stessi criteri alle persone, ai sentimenti e alla realtà.
Il film gioca continuamente sul rapporto tra originale e copia, autenticità e finzione, verità e apparenza.
Ogni cosa può essere interpretata in più modi. Un oggetto può avere un valore immenso oppure essere privo di significato; una persona può sembrare sincera e nascondere molte cose…







