A diciotto anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il caso di Garlasco continua a riaprire interrogativi che sembravano ormai consegnati agli archivi della cronaca giudiziaria. A tornare sulla vicenda è Ernesto Di Serio, generale dell’Arma dei Carabinieri, in quiescenza, e già nei RIS, che non nasconde le proprie perplessità sulla ricostruzione che ha portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi. Il punto, per Di Serio, non è stabilire oggi se Stasi sia colpevole o innocente, ma capire se le prove raccolte nel corso delle indagini fossero davvero sufficienti per arrivare a una condanna. “Stasi poteva anche essere colpevole, ma non sulla base delle prove, o degli indizi, per i quali è stato condannato”, spiega. Una distinzione tutt’altro che secondaria, soprattutto alla luce delle parole del magistrato Stefano Vitelli, che in primo grado aveva assolto Stasi. Il principio richiamato è quello della condanna oltre ogni ragionevole dubbio. Ed è proprio qui che, secondo il generale, si concentrano le maggiori perplessità. Nel frattempo è tornato sotto i riflettori anche il DNA trovato sotto le unghie di Chiara Poggi, attribuito nelle nuove ricostruzioni a un profilo diverso da quello di Stasi. Un elemento sul quale, osserva Di Serio, occorre evitare spiegazioni troppo semplici. L’ipotesi di una possibile contaminazione durante il trascinamento del corpo, sostiene, dovrebbe essere verificata alla luce di tutti gli elementi disponibili. “Qui si gioca con la vita delle persone”, sottolinea. E aggiunge: “Non si possono dire cose tanto per dire, per farsi pubblicità o creare audience”. L’altro grande interrogativo riguarda l’orario della morte. Nel corso degli anni la finestra temporale è stata oggetto di diverse valutazioni e l’attività del computer di Stasi, che risultava acceso alle 9.35, ha avuto un ruolo importante nella ricostruzione. Per Di Serio, però, non si può ignorare il primo accertamento medico-legale, che aveva collocato il decesso più avanti nella mattinata. Stabilire l’ora esatta di una morte, naturalmente, non è una scienza capace di indicare un minuto preciso. I medici legali lavorano attraverso diversi indicatori, tra cui temperatura corporea, rigidità cadaverica e macchie ipostatiche. Nel caso di Chiara, secondo Di Serio, questi elementi avrebbero dovuto essere considerati nel loro insieme. E proprio la distanza tra le diverse ipotesi temporali diventa, a suo giudizio, uno degli aspetti più delicati dell’intera vicenda. C’è poi il movente. Per il generale, resta difficile comprendere quale sarebbe stata la ragione di un gesto tanto estremo, considerando che non erano emerse, nella ricostruzione processuale, tensioni significative tra Chiara e Stasi. Anche l’ipotesi di un raptus, dunque, viene guardata con scetticismo. “In poco più di venti minuti avrebbe dovuto compiere tutto”, osserva Di Serio, riferendosi alla ricostruzione secondo cui Stasi avrebbe ucciso la fidanzata, si sarebbe ripulito e sarebbe poi tornato a casa per utilizzare il computer. Una sequenza che, a suo giudizio, presenta interrogativi ancora aperti. La vicenda di Garlasco resta così sospesa tra sentenze definitive, nuovi accertamenti e interpretazioni differenti degli stessi elementi. E proprio per questo, conclude Di Serio, la prudenza dovrebbe essere la regola. Perché quando una ricostruzione giudiziaria riguarda la vita e la libertà di una persona, ogni dubbio, ogni dettaglio e ogni prova meritano di essere pesati con la massima attenzione.







