Garlasco, le inchieste restano anche quando i procuratori vanno in pensione

La prospettiva del congedo di Fabio Napoleone pone una domanda sulla responsabilità di chi rimette in discussione una verità giudiziaria. Il dubbio merita rispetto quando riguarda le sentenze, ma anche quando interroga le nuove ipotesi dell’accusa.

I magistrati vanno in pensione. Le inchieste, spesso, rimangono. E insieme ai fascicoli restano le persone: chi aspetta una risposta, chi deve difendersi, chi ha già ricevuto una condanna e chi continua a fare i conti con un lutto.

È anche da qui che si può guardare alla nuova stagione giudiziaria di Garlasco. Fabio Napoleone, il procuratore di Pavia che coordina l’inchiesta su Andrea Sempio e ha promosso la valutazione di una possibile revisione della condanna di Alberto Stasi, si avvicina alla conclusione della carriera. Nato nel 1957, secondo quanto indicato dalla stampa dovrebbe andare in pensione nel 2027. Una prospettiva che non dimostra nulla sulle sue intenzioni, ma rende legittima una riflessione su ciò che un magistrato lascia a chi viene dopo. Una premessa è necessaria. Nessun procuratore dovrebbe ignorare elementi nuovi perché gli manca poco al congedo. Se una condanna fosse ingiusta, correggerla sarebbe un dovere, indipendentemente dal calendario personale di chi se ne accorge. E un’inchiesta non appartiene al magistrato che la conduce: appartiene all’istituzione, che deve poterla proseguire.

Proprio per questo, però, la qualità dell’eredità conta. Quanto più importante è la verità giudiziaria che si rimette in discussione, tanto più solide devono essere le ragioni per farlo. E tanto maggiore dovrebbe essere la cura nel distinguere ciò che è stato accertato da ciò che l’accusa ritiene di poter dimostrare.

Il 7 maggio la Procura di Pavia ha comunicato la conclusione delle indagini su Sempio e l’intenzione di trasmettere gli elementi raccolti alla procuratrice generale di Milano per valutare una richiesta di revisione della condanna di Stasi. Sono passaggi rilevanti, ma non equivalgono né a una condanna del primo né a un’assoluzione del secondo. La comunicazione della Procura riportata da Sky TG24.

Nel racconto pubblico, invece, il rischio è che la possibilità di un errore passato diventi subito la certezza di una verità nuova. Prima ancora che questa abbia superato il confronto processuale. Una sostituzione di certezze che dovrebbe preoccupare proprio chi rivendica il valore del dubbio.

Qui nasce la domanda, rivolta a chiunque eserciti il potere di accusare: il rigore impiegato nel cercare gli errori altrui viene applicato con la stessa intensità alle proprie ipotesi? Si dà altrettanto spazio agli elementi che le indeboliscono? Si è disposti a riconoscere che una pista promettente possa non reggere?

Alla fine di una carriera, fare il bilancio del proprio lavoro dovrebbe comprendere anche questo. Tornare sui procedimenti seguiti, interrogarsi sulle scelte compiute, considerare le conseguenze delle accuse. È un esercizio di responsabilità che dovrebbe accompagnare ogni nuova iniziativa, soprattutto quando questa riapre una vicenda capace di occupare per anni tribunali e televisioni.

Non abbiamo elementi per sostenere che Napoleone stia trascurando questo dovere, né che cerchi un’ultima ribalta. Sarebbe una scorciatoia polemica. Possiamo però chiedere che il successo di un’inchiesta venga misurato dalla sua tenuta davanti ai giudici e dalla capacità di correggersi, anziché dall’intensità del terremoto pubblico che produce.

L’invito evangelico a scagliare la prima pietra soltanto se si è senza peccato non può diventare una regola per paralizzare la giustizia. Può ricordare, invece, che il potere di giudicare richiede anche la disponibilità a esaminare sé stessi. La pulizia in casa propria comincia da questa disponibilità.

A Garlasco il dubbio deve poter entrare ovunque, anche nelle stanze di chi oggi dubita delle conclusioni raggiunte ieri. È forse questa l’eredità più utile che un procuratore può lasciare: un lavoro abbastanza rigoroso da essere proseguito, e abbastanza aperto da poter essere smentito.

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