Garlasco, quando la narrazione prende il posto dei fatti

Le accuse al RIS e le letture opposte dei verbali del 2007 riportano al centro un dovere del giornalismo: rispettare la verità sostanziale dei fatti.

Come è possibile che gli stessi documenti vengano presentati come la prova di un occultamento e, contemporaneamente, come la dimostrazione che quell’occultamento non ci fu? È la domanda che dovrebbe guidare il racconto delle nuove polemiche su Garlasco. Prima di scegliere chi accusare o difendere, occorre capire che cosa dicano davvero le carte.

Il punto di partenza è un obbligo preciso. L’articolo 2 della legge n. 69 del 1963, che disciplina la professione giornalistica, impone il «rispetto della verità sostanziale dei fatti», insieme ai doveri di lealtà e buona fede. La norma enuncia il principio, senza offrirne una definizione analitica. La sua applicazione richiede però una disciplina concreta: verificare le notizie, conservarne il contesto e rendere riconoscibile la distanza fra ciò che è documentato e ciò che viene dedotto.

Proprio questa distanza rischia di scomparire nel dibattito sul RIS di Parma e sul suo allora comandante, Luciano Garofano. La controversia riguarda alcuni risultati genetici relativi ai pedali della bicicletta sequestrata ad Alberto Stasi. Secondo la ricostruzione riferita dall’ANSA, la Procura di Pavia e la difesa di Stasi contestano che due esiti nulli siano stati messi a disposizione delle parti. Garofano oppone un verbale del 24 settembre 2007: vi si attesta che il capitano Alberto Marino mostrò ai consulenti delle parti i risultati ottenuti fino a quel momento. Il documento reca le loro firme. La stessa notizia ricorda, tuttavia, una contestazione della difesa dell’epoca sul mancato avviso del proseguimento delle analisi. Sono elementi da esaminare insieme. (ANSA, 1 ottobre 2026)

Esiste poi una lettura che mette in discussione la premessa stessa delle “controanalisi nascoste”. Il Fatto Quotidiano, richiamando documenti dell’epoca e la spiegazione del consulente della famiglia Poggi, Marzio Capra, riferisce che alcuni file potrebbero essere stati interpretati confondendo la data dell’analisi con quella della successiva modifica. Secondo Capra, sarebbero risultati di un tentativo precedente su un campione inibito, anziché controanalisi successive al risultato positivo. È una spiegazione attribuita a un consulente di parte, che richiede verifica; ma incide direttamente sul significato della notizia. (Il Fatto Quotidiano, 29 settembre 2026)

Dall’altro lato, la ricostruzione pubblicata da Repubblica insiste sull’incompletezza del materiale consegnato alla difesa e sul recupero dei dati grezzi soltanto nel 2025. Il contrasto, dunque, riguarda questioni precise: quali risultati furono mostrati, quali documenti furono consegnati, quali dati finirono nel fascicolo e quale significato avevano. (La Repubblica, 2 ottobre 2026)

È qui che il giornalismo deve fare il proprio lavoro. La formula di un verbale può costituire un elemento importante senza risolvere ogni contestazione. Allo stesso modo, una presunta omissione deve essere accertata nella sua esistenza, nella sua portata e nelle eventuali responsabilità: chiamarla subito “prova truccata” significa anticipare la conclusione.

Anche il significato scientifico va spiegato con precisione. Che cosa indica, in quel particolare accertamento, un risultato negativo? Quale campione riguarda? È confrontabile con il risultato positivo? Quale conseguenza consente di trarre? Il passaggio da “esito negativo” a “prova dell’innocenza” richiede argomenti che un titolo non può sostituire.

Il problema nasce quando questi passaggi vengono compressi. Un dubbio tecnico diventa una certezza; una contestazione diventa un fatto; la lettura di una parte diventa la voce impersonale della verità. Poi la ripetizione fa il resto: ciò che è stato detto molte volte sembra, per questo solo motivo, dimostrato.

Le letture opposte dei verbali non autorizzano a dichiarare che nel 2007 fu tutto impeccabile. Impongono però di verificare seriamente l’accusa prima di presentarla come acquisita. Chi sostiene l’occultamento deve confrontarsi con i documenti richiamati per contestarlo. Chi difende il RIS deve rispondere alle obiezioni sulla disponibilità e sulla completezza dei dati.

La verità sostanziale dei fatti si perde quando al lettore viene consegnata una conclusione senza il percorso necessario per valutarla. A Garlasco quel percorso comprende date, campioni, verbali, risultati e interpretazioni. Ricostruirlo è faticoso e produce meno clamore di un’accusa definitiva. È precisamente il compito del giornalismo.

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