L’assoluzione di Francesco D’Ausilio, arrivata dopo anni di processo, non è soltanto una notizia giudiziaria. È la fine di un percorso lungo e logorante che lascia dietro di sé interrogativi difficili da ignorare. È una ferita che si chiude, ma con cicatrici profonde. Anni di udienze. Anni di titoli di giornale. Anni di sospetti, di sguardi cambiati, di silenzi imbarazzati. Anni che nessuna sentenza potrà restituire. “La giustizia ha fatto il suo corso, si dirà. Ed è vero. Le sentenze si rispettano sempre, soprattutto quando assolvono. Ma c’è una domanda che non possiamo continuare a eludere: chi risponderà delle sofferenze di quest’uomo e della sua famiglia?”. A parlare è il dottor Emanuele Fierimonte, presidente del Centro Studi per la Giustizia e le Istituzioni e avvocato penalista del Foro di Roma, che interviene con parole misurate, ma profondamente critiche sul caso che ha visto protagonista D’Ausilio. Secondo Fierimonte, il punto non è mettere sotto accusa la magistratura in quanto tale, né delegittimare il ruolo costituzionale di giudici e pubblici ministeri. “La funzione giurisdizionale è essenziale in uno Stato di diritto. Non si tratta di attaccare le persone o le istituzioni. Si tratta di riflettere sul sistema. Perché quando un processo dura anni e si conclude con un’assoluzione piena, il tema non può essere liquidato con un semplice ‘così funziona la giustizia’”. L’avvocato insiste su un aspetto che spesso resta sullo sfondo del dibattito pubblico: il peso umano del procedimento penale. “Un processo non è mai solo un fascicolo. È vita vera. È dignità. È equilibrio familiare. È lavoro. È sonno che manca. È futuro sospeso. Noi operatori del diritto lo sappiamo bene, ma troppo spesso questo dato scompare nella narrazione mediatica e nel linguaggio tecnico delle aule giudiziarie”. Nel caso di D’Ausilio, come in molti altri, l’accusa si è protratta per anni prima di essere definitivamente respinta. Nel frattempo, la persona imputata ha dovuto convivere con un marchio difficile da cancellare. “Quando l’accusa diventa pubblica, la presunzione di innocenza rischia di trasformarsi in una formula retorica. Sulla carta è un principio cardine. Nella pratica quotidiana, però, assistiamo a una presunzione di colpevolezza che si insinua nel dibattito pubblico e nella percezione collettiva”. Fierimonte non usa mezzi termini: “L’assoluzione non è una vittoria. È la dimostrazione che l’accusa non ha retto, ma nel frattempo l’imputato ha già pagato un prezzo altissimo. Ha pagato in termini di reputazione, di serenità familiare, di opportunità professionali. Chi ricostruirà ciò che è stato eroso giorno dopo giorno? Chi restituirà alla famiglia la tranquillità sottratta?”. La questione, secondo il presidente del Centro Studi per la Giustizia e le Istituzioni, investe almeno tre nodi strutturali del sistema: la durata dei processi, l’uso mediatico delle indagini e la cultura effettiva della presunzione di innocenza. “Non possiamo ignorare che in Italia i tempi della giustizia penale siano spesso incompatibili con una tutela effettiva dei diritti. Un procedimento che si trascina per anni produce effetti devastanti, anche quando si conclude con un’assoluzione”. Sul rapporto tra giustizia e informazione, Fierimonte invita a una riflessione non ideologica, ma concreta. “La trasparenza è un valore, ma non può tradursi in una gogna anticipata. La diffusione di atti d’indagine, di intercettazioni, di ipotesi accusatorie, prima ancora che vengano vagliate in contraddittorio, rischia di creare un processo parallelo. Un processo mediatico che non conosce le regole della prova e che spesso non concede spazio equivalente all’esito assolutorio”. Nel caso D’Ausilio, come in molti altri, la notizia dell’indagine aveva trovato ampio spazio. L’assoluzione, inevitabilmente, ha avuto un’eco diversa, meno fragorosa. “Questo squilibrio comunicativo contribuisce a lasciare un’ombra che la sentenza non sempre riesce a dissipare completamente”, osserva Fierimonte. L’avvocato chiarisce di non voler proporre una visione conflittuale tra poteri dello Stato. “Non è una guerra tra avvocatura e magistratura. È una questione di responsabilità sistemica. Il potere, qualunque esso sia, deve misurarsi con le conseguenze delle proprie scelte. Quando un’accusa si rivela infondata dopo anni, dobbiamo avere il coraggio di interrogarci su ciò che non ha funzionato”. Tra le possibili soluzioni, Fierimonte indica la necessità di investimenti strutturali, ma anche di un cambiamento culturale. “Le riforme normative sono importanti, ma la vera riforma della giustizia passa dalla coscienza. Dalla consapevolezza che ogni atto, ogni richiesta di rinvio a giudizio, ogni scelta investigativa incide su vite concrete. La prudenza non è debolezza. È rispetto per la dignità delle persone”. Un altro tema sollevato riguarda il risarcimento per ingiusta detenzione o errore giudiziario, strumenti previsti dall’ordinamento, ma spesso percepiti come insufficienti rispetto al danno effettivo. “Anche quando lo Stato riconosce un indennizzo, si tratta quasi sempre di un ristoro parziale. Non esiste cifra che possa restituire anni di serenità. E comunque il percorso per ottenere quel riconoscimento è esso stesso lungo e complesso”. Fierimonte insiste su un punto che considera cruciale: “Dobbiamo smettere di pensare che l’assoluzione chiuda tutto. Dal punto di vista processuale, certo, la vicenda si conclude, ma sul piano umano, le conseguenze possono protrarsi per molto tempo. La reputazione è un bene fragile. Una volta incrinata, non torna automaticamente integra con la lettura del dispositivo”. Alla domanda se il caso D’Ausilio rappresenti un’eccezione o un sintomo di un problema più ampio, la risposta è netta: “Non è un caso isolato. È uno dei tanti episodi che dimostrano come il sistema abbia bisogno di maggiore equilibrio e senso della misura. La giustizia deve essere ferma, ma anche rapida e rispettosa. Non può trasformarsi in una pena anticipata”. Nel suo ruolo di presidente del Centro Studi per la Giustizia e le Istituzioni, Fierimonte annuncia l’intenzione di promuovere un ciclo di incontri e approfondimenti sul tema della responsabilità istituzionale e della tutela effettiva della presunzione di innocenza. “Non vogliamo fare polemica sterile. Vogliamo aprire un confronto serio tra magistrati, avvocati, accademici e rappresentanti della società civile. Perché il problema non riguarda solo gli addetti ai lavori. Riguarda la qualità della nostra democrazia”. L’assoluzione di Francesco D’Ausilio diventa così il punto di partenza per una riflessione più ampia. “Oggi esprimo rispetto per la decisione che ha ristabilito la verità processuale, ma non posso non chiedermi, e chiedervi, se il nostro sistema sia davvero capace di farsi carico delle vite che attraversa. Se sia in grado non solo di giudicare, ma anche di riconoscere il peso delle proprie dinamiche”. Fierimonte conclude con un appello che suona come una chiamata alla responsabilità collettiva: “La giustizia non è un meccanismo astratto. È fatta di persone che giudicano altre persone. È un potere che incide sulla carne viva della società. Per questo deve essere esercitato con rigore, ma anche con umiltà. Perché dietro ogni imputato c’è un essere umano, e dietro ogni sentenza c’è una storia che non può essere ridotta a una riga di dispositivo”. La vicenda giudiziaria di D’Ausilio si chiude peraltro con un’assoluzione che ristabilisce la verità processuale, ma le domande sollevate restano aperte. Chi risponderà delle sofferenze patite? Chi risarcirà il peso psicologico di un’accusa protratta nel tempo? Chi ricostruirà la reputazione erosa giorno dopo giorno? Chi restituirà alla famiglia la serenità sottratta? Interrogativi che vanno oltre il singolo caso e chiamano in causa l’intero sistema. Perché uno Stato di diritto non si misura solo dalla capacità di punire i colpevoli, ma anche dalla capacità di proteggere fino in fondo gli innocenti.







