Ogni volta che una persona perde la vita durante un intervento delle forze dell’ordine, il dolore è inevitabile e la ricerca della verità diventa un dovere. Proprio per questo sarebbe auspicabile attendere gli esiti delle indagini prima di trasformare una tragedia in una sentenza pronunciata nelle piazze, sui social o nei talk show. Eppure, ancora una volta, sembra essere accaduto l’esatto contrario. La morte del cittadino marocchino a Bologna ha immediatamente scatenato accuse pesantissime nei confronti della Polizia di Stato. Ancora prima che l’autorità giudiziaria potesse chiarire le cause del decesso, qualcuno aveva già individuato i responsabili. Gli agenti coinvolti sono stati indicati come colpevoli da una parte dell’opinione pubblica, senza attendere i risultati dell’autopsia e degli accertamenti tecnici. Eppure il quadro che emerge con il passare delle ore appare decisamente più articolato. Secondo quanto riferito da persone vicine alla vittima e da numerose ricostruzioni giornalistiche, l’uomo soffriva da tempo di importanti problemi respiratori, seguiva una terapia farmacologica e avrebbe fatto uso anche di sostanze stupefacenti. Circostanze che, naturalmente, dovranno essere valutate dagli esperti incaricati dalla magistratura, ma che rendono evidente come la vicenda non possa essere ridotta a uno slogan. Quel giorno, sempre secondo le ricostruzioni disponibili, l’uomo avrebbe dato in escandescenze. Auto danneggiate, urla, atteggiamenti aggressivi e minacce avrebbero spinto numerosi residenti a chiedere l’intervento delle forze dell’ordine. Gli agenti si sono quindi trovati davanti a una situazione estremamente delicata, nella quale era necessario tutelare l’incolumità dei cittadini, quella della persona interessata e la propria. Non a caso, rendendosi conto delle sue condizioni, sarebbe stato richiesto anche l’intervento del personale sanitario. Nonostante ciò, il dibattito pubblico ha imboccato quasi subito una strada diversa. La sorella della vittima ha sostenuto pubblicamente che il fratello fosse stato ucciso dalla Polizia, esprimendo una convinzione quando gli accertamenti erano ancora all’inizio. Quelle dichiarazioni hanno avuto un forte impatto mediatico e sono diventate uno dei punti di riferimento delle manifestazioni organizzate nei giorni successivi. Le proteste che hanno attraversato Bologna hanno visto la partecipazione di movimenti e realtà riconducibili all’area della sinistra, che hanno contestato duramente l’operato delle forze dell’ordine. Anche il sindaco Matteo Lepore è intervenuto pubblicamente chiedendo piena chiarezza sulla vicenda ed esprimendo vicinanza ai familiari della vittima. Secondo diversi osservatori, questo clima politico e mediatico avrebbe contribuito ad alimentare ulteriormente la tensione nei confronti degli agenti coinvolti, quando ancora nessun elemento investigativo consentiva di attribuire responsabilità definitive. Nel frattempo, però, chi indossava una divisa è stato bersaglio di accuse, insulti e contestazioni. Alcuni poliziotti sono stati feriti durante gli scontri scoppiati nel corso delle manifestazioni, mentre sui social si moltiplicavano commenti che parlavano già di omicidio senza attendere il lavoro della magistratura. È proprio questo il punto sul quale vale la pena riflettere. La presunzione d’innocenza è un principio costituzionale che dovrebbe valere per tutti, anche per chi porta una divisa. Se chiediamo garantismo quando un cittadino viene indagato, lo stesso principio dovrebbe essere riconosciuto agli appartenenti alle forze dell’ordine. Diversamente si rischia di sostituire il processo con il tribunale mediatico, dove la condanna arriva prima ancora delle prove. Naturalmente, qualora dovessero emergere responsabilità individuali, sarebbe giusto che chi ha sbagliato ne rispondesse davanti alla legge. Nessuno può essere sottratto alla giustizia. Ma vale anche il contrario: se gli accertamenti dovessero dimostrare che il decesso è stato provocato da un insieme di gravi condizioni cliniche, aggravate dall’eventuale assunzione di sostanze e non dall’operato degli agenti, allora qualcuno dovrebbe interrogarsi sulla leggerezza con cui sono state formulate accuse tanto gravi. La domanda, a quel punto, diventerebbe inevitabile. Chi restituirà dignità ai poliziotti indicati come assassini? Chi chiederà scusa agli uomini e alle donne dello Stato che hanno affrontato una situazione di emergenza e che, prima ancora della conclusione delle indagini, sono stati sottoposti a una vera e propria gogna mediatica? E chi risarcirà moralmente gli agenti rimasti feriti durante le contestazioni nate sulla base di una ricostruzione ancora tutta da verificare? La ricerca della verità non dovrebbe mai essere piegata alla convenienza politica o all’emotività del momento. Le piazze hanno il diritto di manifestare, la politica ha il diritto di esprimere le proprie posizioni e i familiari hanno tutto il diritto di chiedere giustizia. Tuttavia, in uno Stato di diritto, nessuno dovrebbe essere condannato prima che i fatti siano stati accertati. Forse è proprio questa la lezione che dovremmo imparare da Bologna. La verità richiede tempo, competenza e rispetto delle regole. Le sentenze sommarie, invece, arrivano in pochi minuti, ma lasciano ferite profonde. E se domani dovesse emergere che gli agenti non hanno avuto alcuna responsabilità nella morte dell’uomo, la domanda iniziale tornerà con ancora maggiore forza: chi avrà il coraggio di chiedere scusa ai poliziotti?







