
Nella grande e storica città di Roma, che ama definirsi culla di civiltà e capitale dei diritti, torna a emergere con forza un fenomeno che nega quei valori alla radice ed è quello della diffusione di vere e proprie “liste stupri” all’interno delle scuole superiori. Dopo il caso che ha coinvolto il Liceo Giulio Cesare, un altro istituto capitolino, il Liceo Carducci di via Asmara, finisce al centro di una vicenda che non può essere archiviata come una bravata adolescenziale o un episodio isolato. Siamo di fronte a un segnale allarmante, a una pratica odiosa e deprecabile che riduce le ragazze a oggetti, a numeri da spuntare, a trofei di una competizione tossica che affonda le radici in una cultura del dominio e della disumanizzazione. Il fatto che tutto questo avvenga tra i banchi di scuola, in luoghi che dovrebbero essere presidi di crescita, conoscenza e rispetto, rende la questione ancora più grave e urgente. Non si tratta soltanto di comportamenti individuali deviati, ma del sintomo evidente di un vuoto educativo che riguarda l’intera società e che chiama in causa, senza più alibi, le istituzioni. Quando adolescenti e giovani adulti arrivano a concepire il corpo e l’intimità dell’altro come qualcosa da conquistare, catalogare o umiliare, significa che è mancato un insegnamento fondamentale quello dell’empatia, del consenso, del rispetto profondo della persona. È un fallimento collettivo che non può essere affrontato con interventi tampone o con la sola indignazione del momento. Serve una risposta strutturale, continua, rigorosa, che parta dalle scuole e accompagni i ragazzi nel loro percorso di crescita. In questo senso, la richiesta di attivare percorsi di educazione sessuo-affettiva non è più una bandiera ideologica né un tema rinviabile, ma è una necessità impellente. Educazione sessuo-affettiva significa fornire strumenti culturali ed emotivi per comprendere sé stessi e gli altri, per riconoscere i confini, per accettare il rifiuto, per costruire relazioni basate sulla reciprocità e non sul potere. Significa contrastare sul nascere la normalizzazione della violenza e della sopraffazione, che oggi trova terreno fertile anche attraverso linguaggi e modelli veicolati dai social e da una pornografia priva di filtri critici. Come ha dichiarato in una nota la vicepresidente della Commissione Scuola di Roma Capitale, Rachele Mussolini, non c’è più tempo da perdere affinché episodi come quelli del Liceo Carducci e del Liceo Giulio Cesare non abbiano a ripetersi. Le istituzioni, a tutti i livelli, non possono più sottrarsi a questo compito, né delegarlo esclusivamente alle famiglie, spesso lasciate sole e disorientate. Occorre un impegno chiaro e coordinato, che renda l’educazione sessuo-affettiva parte integrante dei percorsi scolastici a partire dalle scuole medie, con docenti formati e programmi seri, lontani da improvvisazioni e strumentalizzazioni. Continuare a rimandare significa accettare il rischio che queste pratiche si radichino ulteriormente, trasformando le scuole in luoghi insicuri e perpetuando una cultura che offende la dignità delle donne e, in ultima analisi, impoverisce l’intera comunità. Roma, e con essa il Paese, deve scegliere da che parte stare, se dalla parte del silenzio e della rimozione o da quella di un’azione educativa forte, capace di prevenire e non solo di reagire.

