C’è qualcosa di profondamente stonato nel modo in cui il dibattito pubblico ha accompagnato il referendum sulla riforma della giustizia del 2026. Il problema non è soltanto se la riforma fosse giusta o sbagliata, ma anche e, forse, soprattutto il modo in cui se n’è discusso, e il livello di consapevolezza con cui i cittadini hanno partecipato al voto. Perché una consultazione popolare dovrebbe essere il momento più alto della partecipazione civica, non una gara di slogan, né tantomeno una sfilata di appartenenze ideologiche. Ed invece, ancora una volta, si è scelto di galleggiare in superficie. Dispiace, anzitutto, per chi ha votato senza informarsi. Non si tratta di un giudizio morale, ma di una constatazione. In un’epoca in cui l’accesso alle informazioni è pressoché illimitato, decidere di non leggere nemmeno il contenuto della riforma e affidarsi al “sentito dire” rappresenta una rinuncia consapevole alla propria responsabilità di cittadino. Non è ignoranza, è disinteresse travestito da opinione. E il disinteresse, quando si vota, pesa quanto – se non più – dell’errore. Seguire il flusso della disinformazione, lasciarsi trascinare da titoli urlati, da clip di pochi secondi, da interpretazioni semplificate e spesso distorte, non è partecipazione democratica, ma è una delega cieca. È scegliere di non scegliere davvero. Ma c’è un secondo livello, forse ancora più preoccupante. Quello di chi la riforma l’ha letta, studiata, compresa e, tuttavia, ha rinunciato a giudicarla nel merito. Qui entra in gioco un altro fenomeno tipicamente italiano quello della politica come tifoseria. Non importa cosa c’è scritto, ma importa chi lo propone. Non importa l’effetto concreto delle norme, ma la bandiera sotto cui vengono presentate. Così, anche una riforma complessa come quella della giustizia, che tocca equilibri delicatissimi tra poteri dello Stato, diritti dei cittadini ed efficienza dei processi, viene ridotta ad un derby. Da una parte i “buoni” e dall’altra i “cattivi”. In mezzo, il vuoto. Chi si lascia intrappolare in questa dinamica finisce per rinunciare alla propria autonomia di giudizio. È una forma di auto-limitazione, quasi una gabbia mentale e si accetta che la propria opinione sia determinata da un’appartenenza, e non da una valutazione. E così il referendum smette di essere uno strumento di democrazia diretta per diventare un test di fedeltà. Poi ci sono quelli che hanno provato a ragionare con la propria testa. E che, per questo, si sono ritrovati isolati, criticati e talvolta persino derisi. Perché nel clima attuale il pensiero critico non è sempre ben visto, ma scomodo, rallenta e complica. E soprattutto non si presta a essere incasellato. Si parla continuamente di diritti, di rispetto e di pluralismo. Ma quando qualcuno si discosta dalla linea dominante, che sia quella dei media, di certi ambienti culturali o di una parte della politica, viene etichettato. Con leggerezza, spesso con superficialità. “Ignorante”, “manovrato” e “nostalgico”. Parole usate non per argomentare, ma per chiudere il discorso. Eppure, in una democrazia sana, dovrebbe essere esattamente il contrario perchè chi argomenta, chi dubita e chi analizza dovrebbe essere ascoltato di più, e non di meno. Il confronto dovrebbe essere la regola e non l’eccezione. Invece, sempre più spesso, si preferisce evitare. Perché il confronto richiede fatica. E, soprattutto, comporta il rischio di dover rivedere le proprie posizioni. Il risultato di tutto questo è sotto gli occhi di chi vuole vedere un’occasione persa. Perché al di là delle singole opinioni sulla riforma, legittime e diverse, il referendum rappresentava un’opportunità preziosa per discutere seriamente di giustizia. Di come funziona, di cosa non funziona e di quali cambiamenti siano necessari. Era il momento per entrare nel merito di questioni come la separazione delle carriere, la responsabilità dei magistrati, i tempi dei processi e il rapporto tra politica, e magistratura. Per chi non avesse seguito nel dettaglio, la riforma mirava, tra le altre cose, a ridefinire l’assetto della magistratura, introducendo meccanismi per distinguere in modo più netto il ruolo dei giudici da quello dei pubblici ministeri, intervenendo sul sistema disciplinare e cercando di rendere più trasparente e meritocratico l’accesso e la progressione di carriera. Temi tecnici, certo, ma tutt’altro che astratti poiché incidono direttamente sulla vita dei cittadini, sulla fiducia nelle istituzioni e sulla percezione di equità. Eppure, invece di affrontare questi nodi, si è preferito parlare d’altro. O, peggio, semplificare tutto in poche frasi ad effetto. Come se bastasse uno slogan per spiegare una riforma che richiederebbe ore di lettura e confronto. In questo contesto, anche il ruolo di alcune figure pubbliche – attori, artisti e divulgatori – ha contribuito a rendere il dibattito ancora più superficiale. Non perché non abbiano diritto di esprimersi, ma perché spesso le loro opinioni vengono amplificate in modo sproporzionato rispetto alla competenza specifica sul tema. E così il rischio è che l’autorevolezza venga confusa con la notorietà. Il punto non è zittire qualcuno, ma rimettere le cose nella giusta prospettiva la riforma della giustizia, che non è un trailer da commentare, ma è un testo da studiare. E allora sì, dispiace. Dispiace per chi ha scelto di non approfondire. Dispiace per chi ha capito, ma non ha avuto il coraggio di esporsi. Dispiace per chi ha provato a ragionare ed è stato messo da parte, ma soprattutto dispiace per il Paese. Perché ogni volta che un’occasione di confronto serio viene trasformata in una rappresentazione superficiale, si fa un passo indietro. Non nella politica, ma nella cultura civica. E mentre si torna rapidamente alle solite priorità – lo sport, l’intrattenimento e le polemiche del giorno – resta la sensazione che qualcosa sia stato sprecato. Non tanto il risultato in sé, quanto il percorso, perché una democrazia non si misura solo da come vota, ma da come arriva al voto. E, questa volta, la strada percorsa non è stata all’altezza della meta.







