Il successo dell’Alternative für Deutschland (AfD) in Sassonia-Anhalt non si può liquidare con una formula sbrigativa, definendolo semplicemente l’ennesima avanzata dell’estrema destra. Dietro quel risultato, secondo Carmela Iannella, dirigente nazionale dell’Udc, c’è qualcosa di più profondo: il disagio di una parte importante della società tedesca, la sensazione di non essere ascoltata e la crescente distanza tra cittadini e politica. A votare AfD, osserva Iannella, non sono soltanto persone mosse da convinzioni ideologiche radicali. Ci sono anche lavoratori, pensionati, famiglie. Persone che magari fino a ieri si riconoscevano nei partiti tradizionali e che oggi scelgono il voto di protesta perché non trovano più risposte ai problemi di ogni giorno. È il voto di chi si sente messo da parte, di chi guarda alle istituzioni e le percepisce lontane, incapaci di comprendere le proprie paure e le proprie difficoltà. Per leggere questo fenomeno, però, bisogna evitare semplificazioni. I tedeschi, ricorda Iannella, non sono un popolo di estremisti. Nel secondo dopoguerra la Germania ha compiuto un percorso straordinario: ha ricostruito la propria identità morale, ha riconquistato la fiducia della comunità internazionale e ha costruito politiche di accoglienza e integrazione che per anni sono state considerate un esempio. Iannella conosce questa realtà anche per esperienza personale. Ha vissuto l’emigrazione e l’inserimento nella società tedesca, così come migliaia di italiani e di figli di emigrati. Generazioni cresciute in un Paese dove l’integrazione non era soltanto una parola, ma una possibilità concreta, e dove la meritocrazia rappresentava un valore riconosciuto. Proprio per questo, l’avanzata dell’AfD va interpretata anche come il segnale di un cambiamento nella percezione di molti cittadini. Una parte della popolazione sente che l’accoglienza e l’integrazione abbiano superato quello che considera un limite sostenibile. I cambiamenti culturali, invece di essere vissuti come un arricchimento, vengono talvolta percepiti come una minaccia alle tradizioni e all’identità locali. A questa inquietudine si aggiungono il tema del welfare, ritenuto da alcuni cittadini sbilanciato a favore di chi non ha ancora una storia contributiva consolidata, e quello della sicurezza, diventato sempre più presente nelle preoccupazioni quotidiane. Identità, welfare e sicurezza: sono questi, secondo Iannella, i tre terreni sui quali si concentra il malcontento. In questo scenario, la CDU è chiamata a interrogarsi. Il partito democristiano, oggi alla guida del governo tedesco, dovrebbe chiedersi perché una parte così consistente degli elettori dell’AfD provenga proprio dal suo tradizionale bacino. Si tratta spesso di persone moderate e conservatrici, lavoratori e famiglie che un tempo guardavano al centrodestra e che oggi non si sentono più rappresentate. La domanda, a questo punto, è inevitabile: continuare a mantenere il cordone sanitario nei confronti dell’AfD oppure confrontarsi con una realtà elettorale che non può più essere ignorata? Per Iannella, una possibile strada sarebbe quella di mettere l’AfD davanti alle proprie responsabilità, anche attraverso un eventuale coinvolgimento nel governo. Non per legittimare gli estremismi, ma per costringerla a misurarsi con la complessità dell’amministrazione, con le decisioni concrete e con le conseguenze delle proprie scelte. Sarebbe una scommessa difficile e delicata, soprattutto per la storia e la sensibilità della CDU. Ma, secondo Iannella, continuare a ignorare il fenomeno rischia di rafforzarlo. Perché quando le paure restano senza risposta, finiscono per trovare altri canali. E il voto di protesta può trasformarsi in un cambiamento politico destinato a incidere non solo sulla Germania, ma anche sul futuro dell’Europa.







