Il segretario provinciale della Lega rilancia dopo il convegno con operatori ed esperti: rigenerazione urbana, housing per il ceto medio, recupero delle case popolari sfitte e tempi più brevi per le pratiche. Le recenti sentenze del TAR danno ragione ai costruttori sui tempi dei procedimenti, ma non dispongono un commissariamento generale di Palazzo Marino. Sullo sfondo restano il caro-casa e gli effetti delle inchieste sull’urbanistica.
«Milano non può più aspettare i tempi e le paure della Giunta Sala». Samuele Piscina, segretario provinciale della Lega e consigliere comunale, sceglie l’urbanistica e la casa per rilanciare l’offensiva contro Palazzo Marino. Al termine di un convegno organizzato il 26 settembre con operatori ed esperti del settore, Piscina ha presentato una piattaforma in cinque punti e chiesto che si arrivi alla nomina di un commissario per superare quella che definisce la «paralisi» dell’amministrazione Sala.
La richiesta prende spunto anche dalle recenti pronunce del TAR Lombardia, ma necessita di una precisazione: i giudici amministrativi non hanno disposto il commissariamento dell’urbanistica del Comune di Milano. Le sentenze riguardano singoli procedimenti edilizi nei quali è stato riconosciuto l’obbligo dell’amministrazione di arrivare a una decisione entro termini precisi.
È però proprio questo nuovo fronte amministrativo a fornire alla Lega uno degli argomenti per chiedere un cambio di passo.

Il TAR e il caso di viale Brenta
Uno dei casi più recenti riguarda viale Brenta 34, nella zona di corso Lodi. La società Setha Brenta srl aveva presentato una richiesta di permesso di costruire convenzionato. Nel dicembre 2025 il Comune aveva interrotto i termini del procedimento; dopo una diffida presentata a febbraio, la società si era rivolta al TAR.
I giudici hanno stabilito che Palazzo Marino deve concludere il procedimento entro 60 giorni. Questo non significa che il Comune debba necessariamente autorizzare l’intervento: può anche respingerlo, purché arrivi a una decisione motivata. Soltanto in caso di ulteriore inerzia potrà entrare in gioco un commissario ad acta incaricato di intervenire sullo specifico procedimento.
Un principio analogo era stato affermato per un intervento in via Cletto Arrighi 16, a Lambrate.
Piscina spinge però la questione sul terreno politico. «Siamo perfettamente d’accordo con i giudici amministrativi e ci auguriamo che si arrivi al più presto alla nomina del Commissario per porre fine a questa paralisi», sostiene il consigliere della Lega.
Il problema dei tempi amministrativi esiste, ma si inserisce in una vicenda assai più complessa rispetto a un semplice scontro tra costruttori e Palazzo Marino.

I cantieri fermi dopo le inchieste sull’urbanistica
Il rallentamento di una parte consistente dell’attività immobiliare milanese è infatti strettamente legato alle inchieste della Procura sulle modalità con cui negli anni sono stati autorizzati numerosi interventi edilizi.
Nel luglio 2025 una stima di Scenari Immobiliari indicava in circa 150 i cantieri bloccati, con 12 miliardi di euro di investimenti potenzialmente a rischio e altri 26 miliardi di possibili ricadute economiche. Per le casse comunali la mancata realizzazione degli interventi avrebbe potuto comportare, secondo quelle stime, tra 60 e 80 milioni di euro all’anno di minori oneri e contributi.
È dunque possibile parlare dei 12 miliardi citati da Piscina, ma con una precisazione: non si tratta di 12 miliardi di euro «congelati» certificati dal Comune, bensì di una stima elaborata sul valore degli investimenti potenzialmente compromessi dalla situazione.
Nel frattempo anche il quadro giudiziario ha iniziato a evolversi. Nel giugno scorso il primo processo arrivato a sentenza, quello relativo a Torre Milano, si è concluso in primo grado con l’assoluzione di tutti gli otto imputati.
Al centro del procedimento c’era proprio una delle questioni che hanno attraversato l’intera vicenda dell’urbanistica milanese: la possibilità di realizzare determinati interventi attraverso titoli edilizi diretti anziché ricorrendo a un piano attuativo.
La sentenza non chiude automaticamente gli altri fascicoli, che riguardano progetti, soggetti e circostanze differenti. Ha però aggiunto un elemento importante a una situazione nella quale amministrazione, costruttori e tecnici devono muoversi tra procedimenti penali, norme urbanistiche e interpretazioni che negli ultimi anni sono diventate oggetto di un durissimo confronto.
Piscina: «Milano espelle lavoratori e famiglie»
La Lega lega direttamente il blocco dell’urbanistica al secondo grande problema milanese: il costo delle abitazioni.
Piscina cita alcuni numeri per descrivere una città sempre meno accessibile alla classe media. Secondo i dati richiamati dal consigliere, servirebbero 142 mensilità di stipendio per acquistare un appartamento di 60 metri quadrati, quasi dodici anni di retribuzione lorda, mentre i prezzi medi avrebbero superato i 5.400 euro al metro quadrato e i canoni di locazione avrebbero raggiunto i 1.780 euro mensili.
Il consigliere richiama inoltre un confronto internazionale pubblicato dal Financial Times, secondo il quale il rapporto tra prezzo delle abitazioni e reddito a Milano avrebbe raggiunto quota 12,5, contro 10,6 a Londra.
Al di là delle differenti metodologie con cui possono essere calcolati questi indicatori, il problema che descrivono è reale: Milano continua ad attirare capitali e acquirenti, anche internazionali, mentre una parte crescente delle persone che lavorano in città incontra difficoltà a sostenere i prezzi del mercato immobiliare.
È il paradosso intorno al quale ruota ormai una parte consistente del confronto sulla città: Milano continua ad avere bisogno di lavoratori, ma rischia di diventare economicamente inaccessibile proprio a una parte di essi.
La ricetta della Lega: più offerta e meno burocrazia
Dal confronto organizzato dalla Lega sono uscite cinque priorità.
La prima è utilizzare maggiormente gli strumenti previsti dalla normativa regionale sulla rigenerazione urbana per recuperare le aree dismesse, accompagnando gli interventi con un aumento del verde pubblico fruibile.
La seconda riguarda l’housing sociale. Piscina chiede di sviluppare un’offerta destinata non soltanto alle fasce economicamente più fragili, ma anche a quella parte del ceto medio che guadagna troppo per accedere all’edilizia popolare e troppo poco per permettersi i prezzi del mercato milanese.
Terzo punto è il recupero del patrimonio di edilizia residenziale pubblica inutilizzato.
Seguono il dimezzamento dei tempi burocratici e una maggiore certezza sui titoli abilitativi, per consentire agli operatori di conoscere preventivamente regole e procedure.
L’ultimo obiettivo è aumentare l’offerta complessiva di abitazioni, nella convinzione che una maggiore disponibilità di case possa contribuire a contenere prezzi di vendita e affitti.
È su quest’ultimo passaggio che si concentra una parte importante del confronto politico. Aumentare l’offerta non significa infatti automaticamente produrre abitazioni economicamente accessibili ai redditi medi milanesi. La questione riguarda quindi anche quali case costruire, dove e con quali vincoli.
Lo scontro sull’housing sociale
Piscina accusa il PGT milanese di avere «azzerato l’housing sociale».
Il quadro normativo è però più articolato. Le norme del Piano di governo del territorio prevedono espressamente quote di Edilizia residenziale sociale e, in determinati ambiti di rigenerazione, per gli interventi residenziali superiori a 10 mila metri quadrati è prevista una quota del 35 per cento della superficie destinata a ERS.
La discussione può dunque riguardare l’efficacia di queste norme, la loro convenienza per gli operatori e soprattutto quante abitazioni accessibili siano state effettivamente prodotte. Più difficile sostenere letteralmente che l’housing sociale sia stato cancellato dal PGT.
Ed è proprio il divario tra previsioni urbanistiche e case effettivamente disponibili a rappresentare uno dei punti sui quali maggioranza e opposizione continueranno a confrontarsi.
I 65 appartamenti a canone calmierato
Piscina cita anche il recente bando comunale per 65 abitazioni a canone calmierato, definendole «briciole».
Il bando esiste e riguarda appartamenti nei Municipi 3, 4, 6 e 8 destinati a nuclei che non hanno i requisiti per una casa popolare ma incontrano difficoltà a sostenere i prezzi del libero mercato. Il limite ISEE previsto è di 40 mila euro.
Quei 65 appartamenti non costituiscono però l’intera politica abitativa del Comune.
Nel marzo 2026 Palazzo Marino ha avviato bandi relativi alle aree ex Palasharp, San Romanello e Bovisasca nell’ambito del Piano straordinario Casa, prevedendo per le future abitazioni canoni massimi indicativi di 375 euro mensili per 50 metri quadrati, 525 euro per 70 metri quadrati e 675 euro per 90.
Ad aprile è stata inoltre avviata la seconda edizione di “Casa ai lavoratori”, con 110 alloggi comunali sfitti da ristrutturare e destinare alla locazione calmierata ai dipendenti delle realtà aderenti.
Per il 2026 il Piano dell’offerta dei servizi abitativi approvato dal Consiglio comunale prevede complessivamente 2.321 unità assegnabili tra Comune e Aler: 2.047 nell’ambito dei servizi abitativi pubblici e 274 nei servizi abitativi transitori.
Numeri che non cancellano il problema dell’accessibilità abitativa, ma permettono di collocare i 65 appartamenti citati dalla Lega all’interno di un programma più ampio.
Il nodo delle 6.100 case comunali sfitte
Più complessa è la questione delle abitazioni gestite da MM.
Piscina torna a citare 6.100 alloggi comunali sfitti. È una cifra che deriva dai dati forniti nel 2025 in risposta a una sua interrogazione e sulla quale era già nato un duro confronto con l’assessore alla Casa Fabio Bottero.
Il conteggio comprendeva circa 2.300 abitazioni da riattare, 1.100 in attesa di assegnazione e circa 2.700 unità collocate in altre condizioni.
L’amministrazione aveva quindi contestato l’equazione tra 6.100 appartamenti formalmente sfitti e 6.100 case immediatamente disponibili per essere assegnate.
Ma è proprio questo a far emergere un problema politico ulteriore.
Se una quota rilevante del patrimonio pubblico non può essere assegnata perché necessita di lavori, la domanda diventa quanto costerebbe recuperarla, quali risorse siano disponibili e quanto tempo serva per riportarla effettivamente sul mercato pubblico.
Piscina propone di mettere proprio il recupero di queste abitazioni al centro della politica comunale.
I dati diffusi allora indicavano inoltre 15.203 posizioni di morosità e circa 500 occupazioni abusive.
Sbloccare i cantieri, ma per costruire quali case?
È questo il punto sul quale il confronto lanciato dalla Lega finisce per incrociare il problema strutturale dell’urbanistica milanese.
Dopo le inchieste giudiziarie Milano deve risolvere contemporaneamente almeno tre questioni.
Deve restituire certezza alle procedure edilizie, perché una città nella quale amministrazione e operatori non sanno con sufficiente sicurezza quale procedimento utilizzare finisce inevitabilmente per rallentare gli investimenti.
Deve aumentare l’offerta abitativa economicamente accessibile, perché la crescita dei valori immobiliari sta mettendo sotto pressione lavoratori, giovani e famiglie.
E deve riuscire a farlo senza trasformare lo “sblocco dei cantieri” in un semplice ritorno al modello precedente alle inchieste, mentre tribunali penali e amministrativi stanno ancora contribuendo a stabilire quali procedure siano legittime.
È all’interno di questo vuoto che Piscina inserisce la richiesta del commissario.
Ma anche qui la distinzione è importante. Allo stato delle pronunce disponibili non esiste un commissario indicato dal TAR per prendere in mano l’intera urbanistica di Milano. Esiste invece la possibilità di nominare un commissario ad acta su specifici procedimenti qualora Palazzo Marino non rispetti i termini imposti dai giudici.
È meno clamoroso di un commissariamento generale.
Politicamente, però, il segnale resta rilevante.
Dopo le inchieste della Procura e i processi penali, anche il contenzioso amministrativo sta obbligando Palazzo Marino ad affrontare il problema dei procedimenti rimasti sospesi.
Non significa necessariamente autorizzare i progetti.
Significa decidere.
Ed è precisamente su questo che Piscina prova a costruire la proposta della Lega: meno incertezza sulle procedure, recupero delle abitazioni pubbliche inutilizzate, maggiore housing per il ceto medio e più possibilità di costruire e rigenerare.
La vera verifica, tuttavia, arriverà sui risultati. Perché Milano non ha soltanto bisogno di far ripartire le gru. Ha bisogno che una quota significativa delle case prodotte o recuperate possa essere abitata anche dalle persone che nella città lavorano.
Ed è probabilmente su questa distanza – quella tra il prezzo delle nuove abitazioni e gli stipendi di chi vive a Milano – che si misurerà la politica della casa della prossima amministrazione.







