Alla Milano-Bicocca la presentazione di “Orizzonte nucleare” di Massimo Beccarello diventa un confronto sulle condizioni concrete del ritorno all’atomo. Nuclitalia punta a completare la selezione tecnologica entro l’anno, Ansaldo avverte che le partnership internazionali si decidono adesso. Sul tavolo anche finanziamenti pubblici e privati, distribuzione dei benefici tra imprese e famiglie, competenze e filiere lombarde. Regina propone di riportare l’energia alla competenza nazionale e chiede una revisione dell’ETS.
MILANO — Le centrali richiedono anni, ma le decisioni industriali non possono aspettare. È questa la tensione che attraversa il confronto sul possibile ritorno del nucleare in Italia: da una parte un percorso ancora lungo, fatto di decreti, autorizzazioni, investimenti e consenso; dall’altra un mercato internazionale nel quale si stanno già scegliendo tecnologie, fornitori e alleanze. Per le imprese italiane, rimaste attive all’estero anche dopo l’uscita del Paese dalla produzione elettronucleare, il rischio è arrivare alla definizione del programma nazionale quando altri avranno già occupato gli spazi disponibili.
La presentazione del libro di Massimo Beccarello, Orizzonte nucleare. Economia, istituzioni e futuro dell’industria italiana, pubblicato da Luiss University Press, ha portato questo problema al centro della mattinata del 28 settembre all’Università di Milano-Bicocca. Nell’incontro promosso dal CESISP, il confronto ha toccato la sostenibilità economica degli impianti, il ruolo dello Stato, la capacità della filiera, i prezzi dell’elettricità e il rapporto con i cittadini.

A condurre la discussione è stata la giornalista Nicoletta Picchio. Con Beccarello sono intervenuti Stefano Monti, presidente dell’Associazione Italiana Nucleare; Roberto Adinolfi, presidente di Ansaldo Nucleare; Luca Mastrantonio, amministratore delegato di Nuclitalia; Lucia Parisio, docente della Bicocca; Armando De Crinito, direttore generale Sviluppo economico di Regione Lombardia; e, per le conclusioni, Aurelio Regina, vicepresidente di Confindustria per l’Energia. Il programma annunciava inoltre i saluti della prorettrice Laura Parolin, l’intervento istituzionale del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin e la partecipazione di Marco Ricotti, docente di Impianti nucleari al Politecnico di Milano. Programma dell’Università.
Beccarello, professore di Strategie di politica industriale e Green economy e direttore scientifico del CESISP, ha impostato la questione sulle condizioni necessarie per trasformare una possibilità tecnologica in un programma realizzabile. Nel volume, l’economia del nucleare si intreccia con il costo del capitale, la stabilità delle regole, le competenze e il consenso. È un’impostazione coerente con il percorso dell’autore, già presidente del Comitato ETS e direttore Strategie, studi e documentazione di ARERA. Scheda del volume e dell’autore.

Nel dialogo con Picchio, Beccarello ha individuato nella decarbonizzazione un possibile terreno comune sul quale costruire una discussione meno ideologica. Gli obiettivi ambientali possono essere condivisi anche quando restano distanti le valutazioni sulle tecnologie, sui costi e sui tempi. Da qui la richiesta di affidare agli esperti il confronto sugli aspetti tecnici e di mettere i cittadini nelle condizioni di scegliere disponendo delle informazioni necessarie.
Il richiamo riguarda anche il capitale umano. Una parte della generazione che aveva lavorato al programma nucleare italiano è uscita progressivamente dal mondo del lavoro: ricostruire le competenze, valorizzare quelle rimaste e favorire il ritorno di professionalità dall’estero diventa una condizione della ripartenza. Lo stesso vale per la responsabilità sul passato nucleare del Paese, a partire dalla gestione dei materiali e dei rifiuti: questioni che non scompaiono rinunciando a discutere di nuovi impianti.
Il problema del consenso è stato ripreso da Monti con un’autocritica rivolta allo stesso settore. Negli ultimi anni gli incontri si sono moltiplicati, ma troppo spesso il confronto è rimasto interno a un ambiente di tecnici e sostenitori. Per rendere evidente il limite, il presidente dell’AIN ha invitato la sala a interrogarsi sulla presenza di persone contrarie al nucleare. Picchio ha rincalzato citando i poco più di 1.600 follower dell’account Instagram dell’associazione: un segnale della distanza tra il dibattito specialistico e un pubblico più vasto.
Per Monti, comunicazione e coinvolgimento dei territori devono diventare componenti del programma, con risorse e continuità. Non bastano convegni nazionali o iniziative autofinanziate: occorre parlare con amministratori, comunità e soggetti economici nei luoghi nei quali le scelte dovranno concretizzarsi. Discutere di ricerca lontana nel tempo incontra resistenze diverse da quelle che emergono quando si passa alla realizzazione di impianti.
L’immagine utilizzata è quella di una squadra di calcio: le fonti energetiche devono svolgere ruoli differenti e complementari. La sfida consiste nel combinare sicurezza degli approvvigionamenti, sostenibilità ambientale e costi compatibili con l’economia. Anche la programmazione deve procedere su più piani, dagli investimenti alle persone, evitando che l’Italia resti ai margini delle trasformazioni in corso.
Il confronto si è svolto pochi giorni dopo il voto del Senato sulla delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile: il 23 settembre il provvedimento è stato approvato con 81 voti favorevoli, 51 contrari e sette astenuti. Votazione del Senato.
Monti ha però invitato a distinguere il passaggio parlamentare dalla disponibilità di un quadro operativo. I contenuti decisivi dovranno arrivare con i decreti e con il programma nazionale. Nella sua valutazione, il lavoro preparatorio può avanzare entro la fine dell’anno, mentre il completamento dei passaggi istituzionali richiederà altro tempo, con un orizzonte che si spinge verso la fine del 2027. Nel mezzo pesano il calendario politico, l’assenza di un accordo trasversale e la possibilità di iniziative referendarie.
L’attesa, ha sostenuto, deve essere utilizzata per costruire le strutture necessarie. Tra le priorità ha indicato un’autorità di sicurezza realmente indipendente, dotata di personale e risorse adeguati, immaginando a regime una consistenza di 200-300 persone tra funzioni regolatorie e supporto tecnico. La capacità di autorizzare gli impianti non può essere considerata illimitata: scegliere quali tecnologie approfondire serve anche a concentrare la formazione e le competenze di chi dovrà valutarle.
La maturità da considerare, inoltre, riguarda l’intero sistema. Non basta un progetto di reattore promettente: occorre valutare combustibile, ciclo del combustibile, filiera e capacità operative. È su questo terreno che si colloca il lavoro di Nuclitalia.
Mastrantonio ha spiegato che la società intende completare entro la fine dell’anno il proprio percorso di selezione tecnologica. Una scadenza riferita agli studi e alla valutazione delle soluzioni, distinta dalle successive decisioni sul programma nazionale e sulla costruzione degli impianti. Il criterio, ha insistito, deve partire dagli obiettivi del Paese: decarbonizzazione, maggiore autonomia, competitività e valorizzazione dell’industria.
Nuclitalia è stata costituita nel maggio 2025 da Enel, che ne detiene il 51%, Ansaldo Energia, con il 39%, e Leonardo, con il 10%. Il presidente è Ferruccio Resta, già rettore del Politecnico di Milano. Il mandato iniziale comprende lo studio delle tecnologie più promettenti, con attenzione agli Small Modular Reactor raffreddati ad acqua, e l’esame di partnership industriali e opportunità di coprogettazione. Comunicato dei soci.
La compagine riunisce tre gruppi nei quali la presenza pubblica ha un peso rilevante. Il ministero dell’Economia è il principale azionista di Enel, con circa il 23,6%, e di Leonardo, con circa il 30,2%; Ansaldo Energia è invece controllata da CDP Equity. Si tratta quindi di un progetto che mette in relazione competenze elettriche, manifatturiere e tecnologiche, all’interno di un sistema di partecipazioni pubbliche. Azionariato Enel, bilancio Leonardo.
Mastrantonio porta in Nuclitalia anche l’esperienza maturata nel gruppo Enel, dove ha seguito i sistemi tecnologici nucleari durante la costruzione di due reattori della centrale slovacca di Mochovce ed è responsabile della Nuclear Innovation. Profilo societario.
Nel merito degli studi, l’amministratore delegato ha descritto un metodo comparativo: mettere a confronto scenari con e senza nucleare, considerando le risorse richieste dall’intero sistema. Secondo la lettura illustrata, gli scenari privi di questa fonte risultano più difficili da realizzare, oppure richiedono ipotesi particolarmente impegnative su accumuli, materie prime, territorio e capacità industriale.
La valutazione riguarda anche dove ricadono gli investimenti. Per Mastrantonio, il nucleare offre all’Italia la possibilità di utilizzare una base produttiva già presente e di trattenere una parte importante del valore generato. Nuclitalia sta quindi lavorando anche al coinvolgimento della filiera, affinché la scelta tecnologica tenga conto delle opportunità per le imprese nazionali.
Resta il nodo del finanziamento. Alla domanda di Picchio, Mastrantonio ha risposto indicando la necessità di una partnership tra pubblico e privato. L’investimento iniziale rappresenta una barriera rilevante, mentre i benefici si distribuiscono su un arco temporale molto lungo. Il sostegno pubblico, nella sua impostazione, dovrebbe aiutare a superare questa distanza, rendendo possibile un programma capace di produrre ritorni industriali, occupazionali e fiscali. La scelta di intervenire andrebbe dunque valutata insieme alla capacità del Paese di trasformare quella spesa in attività economica.
È su questa capacità che Adinolfi ha concentrato l’intervento più direttamente industriale. Il presidente di Ansaldo Nucleare ha ricordato il paradosso di un settore italiano che continua a lavorare sui mercati internazionali pur in assenza di un mercato domestico della generazione nucleare. Ha indicato nel 94% la quota del fatturato realizzata all’estero negli anni passati, attribuendo la continuità dell’attività alla capacità delle imprese di assumersi rischi e conquistare commesse.
Ansaldo Nucleare è controllata al 100% da Ansaldo Energia. Quest’ultima fa capo per circa il 99,6% a CDP Equity, mentre una quota residuale, intorno allo 0,4%, resta riconducibile al gruppo cinese Shanghai Electric. CDP Equity appartiene al gruppo Cassa Depositi e Prestiti, il cui capitale è detenuto per l’82,77% dal ministero dell’Economia e per il 17,23% dalle fondazioni di origine bancaria. La catena di controllo riporta quindi l’azienda nell’orbita pubblica italiana. Perimetro del gruppo CDP, assetto di Ansaldo Energia, azionariato CDP.
Adinolfi ne è il presidente; l’amministratrice delegata di Ansaldo Nucleare è Daniela Gentile. La capogruppo Ansaldo Energia è presieduta da Carlo Alberto Giusti e guidata dall’amministratore delegato e direttore generale Fabrizio Fabbri. Management del gruppo.
Per Adinolfi la nuova fase internazionale del nucleare richiede soprattutto industrializzazione. Ogni centrale realizzata come un progetto unico, con una propria organizzazione e una filiera costruita di volta in volta, rende più difficile controllare tempi e costi. La risposta passa dalla standardizzazione, dalla ripetizione degli stessi modelli e dalla possibilità di trasferire una parte crescente delle lavorazioni dal cantiere all’officina.
Interpellato sul numero di unità necessario, ha indicato un ordine di grandezza variabile secondo la tecnologia: cinque, otto, in alcuni casi dieci impianti dello stesso tipo. La piccola taglia e la modularizzazione possono favorire questa impostazione, riducendo i rischi delle attività sul sito. Il punto economico è il peso del tempo: i ritardi di costruzione aumentano gli oneri finanziari e possono compromettere la competitività della produzione futura.
La dimensione nazionale, però, può essere insufficiente. Adinolfi ha descritto un mercato europeo nel quale costruire prodotti replicabili in più Paesi e partnership capaci di distribuire attività e ricadute industriali. Per l’Italia, poter mettere sul tavolo anche la prospettiva di realizzazioni domestiche rafforzerebbe il potere negoziale delle imprese.
L’industria non può comunque subordinare ogni decisione alla conclusione dell’iter italiano. Il presidente di Ansaldo Nucleare ha osservato che i programmi esteri stanno partendo e che le alleanze si definiscono adesso, richiamando i movimenti intorno a Rolls-Royce e ai mercati dell’Europa centro-orientale. Da qui l’avvertimento: «Non abbiamo più tempo per aspettare». La permanenza della filiera italiana tra i protagonisti della ripresa internazionale dipende anche dalle scelte compiute in questi mesi.
Parisio ha spostato il confronto su ciò che accadrebbe dopo la costruzione. Professoressa ordinaria di Scienza delle finanze alla Bicocca, con attività di ricerca sulla regolazione, le aste e i mercati elettrici, ha invitato a progettare fin da ora le modalità di vendita dell’energia. Un impianto che entrasse in funzione nel prossimo decennio si troverebbe infatti in un mercato diverso da quello attuale, con una domanda influenzata dall’elettrificazione e una presenza più ampia delle rinnovabili. Profilo accademico.
Nella sua analisi, l’ingresso della produzione nucleare può contribuire a ridurre i prezzi all’ingrosso e la dipendenza dal gas. Ma l’effetto deve essere valutato insieme alla maggiore disponibilità di energia nelle ore solari. Una produzione abbondante a basso costo marginale può comprimere ulteriormente i prezzi, fino a valori negativi in alcune ore, creando un problema per la remunerazione degli stessi investimenti.
È il fenomeno della cannibalizzazione, già discusso per le rinnovabili: la concentrazione dell’offerta abbassa il prezzo proprio quando gli impianti producono. Per Parisio, l’obiettivo di rendere l’elettricità più conveniente deve quindi essere accompagnato da strumenti capaci di sostenere gli investimenti senza cancellare i segnali economici utili al sistema.

Tra questi strumenti ha esaminato i contratti per differenza, che stabilizzano la remunerazione rispetto a un prezzo di riferimento. Anche in questo caso, però, i rischi devono essere distribuiti con attenzione. La durata di un contratto può essere inferiore alla vita dell’impianto; inoltre, un prezzo fissato oggi può risultare troppo alto o troppo basso rispetto alle condizioni future. Il contratto di lungo termine rialloca il rischio, ma non lo elimina.
Un secondo canale è quello dei Power Purchase Agreement, gli accordi di acquisto di lungo periodo particolarmente interessanti per le grandi imprese energivore. Possono assicurare maggiore prevedibilità della fornitura e dei costi, ma richiedono di valutare la solidità delle controparti, l’evoluzione dei consumi e gli effetti della localizzazione degli impianti sui prezzi nelle diverse zone.
L’ipotesi proposta da Parisio è una combinazione di strumenti: quote di energia vendute sul mercato spot, altre attraverso contratti per differenza e altre ancora con PPA. La ripartizione dovrebbe essere progettata in funzione dei rischi e degli obiettivi pubblici, evitando di affidare l’intera produzione a un solo modello.
Qui si apre anche una questione distributiva. Se i grandi consumatori potessero assicurarsi energia più economica con accordi dedicati, mentre le famiglie restassero maggiormente esposte alla volatilità del mercato, i benefici della transizione rischierebbero di distribuirsi in modo squilibrato. Parisio ha chiesto quindi di considerare insieme competitività industriale e tutela dei consumatori. Ha anche difeso l’utilità del segnale di prezzo nelle diverse ore: remunerare allo stesso modo ogni unità di energia, indipendentemente dal momento in cui viene offerta, può indebolire gli incentivi a ottimizzare il funzionamento del sistema.
Dal mercato elettrico il confronto è passato alla costruzione della filiera territoriale. De Crinito ha illustrato il lavoro di Regione Lombardia per far emergere competenze e capacità produttive che spesso restano frammentate. Nella sua esperienza, anche imprese potenzialmente complementari non si conoscono: creare occasioni di incontro tra aziende, ricerca e grandi committenti è già un intervento di politica industriale.
Il direttore generale ha richiamato il riconoscimento delle filiere e il percorso delle Zone di innovazione e sviluppo, indicando l’interesse per un’iniziativa dedicata al nucleare. Il traguardo è costruire reti nelle quali possano entrare anche imprese oggi esterne al settore, ma dotate di lavorazioni o tecnologie utili.
Come esempio ha citato il lavoro svolto con Leonardo per individuare possibili fornitori sul territorio. Secondo il racconto di De Crinito, la ricognizione ha portato a segnalare circa 120 realtà, poi sottoposte alle valutazioni del gruppo. Un approccio che la Regione sta sviluppando anche nel dialogo con Ansaldo ed Enel, con l’obiettivo di accorciare le catene di fornitura e ampliare le opportunità per le imprese lombarde.
Entrare in queste filiere richiede però qualifiche e certificazioni, spesso onerose per le aziende più piccole. A questo risponde il bando regionale per le certificazioni industriali avanzate, dotato di 11 milioni di euro: copre il 70% delle spese ammissibili, con una spesa minima di 70 mila euro e un contributo massimo di 220 mila euro. Lo strumento sostiene l’accesso a filiere strategiche attraverso certificazioni, approvazioni regolatorie e qualifiche tecniche. Bando di Regione Lombardia.
L’altro versante è quello delle persone. De Crinito ha insistito sulla necessità di offrire ai ricercatori opportunità professionali e retribuzioni capaci di trattenerli. La misura “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, con una dotazione di sette milioni, sostiene l’inserimento nelle PMI di dottori di ricerca provenienti da collaborazioni con organismi di ricerca. Il bando prevede il 70% dei costi ammissibili per le assunzioni a tempo indeterminato, fino a 56 mila euro annui, e il 60% per quelle a termine, fino a 48 mila euro annui, con durate del sostegno differenziate. Misura Talenti.
De Crinito ha infine introdotto una cautela sulla selezione tecnologica. Richiamando l’esperienza dell’automotive, ha sostenuto che le istituzioni debbano indicare gli obiettivi, lasciando spazio alla ricerca e alle valutazioni industriali sulle soluzioni. Una posizione che aggiunge una tensione al dibattito: concentrare risorse e competenze su opzioni realizzabili, senza irrigidire prematuramente il percorso dell’innovazione.
Nelle conclusioni Regina ha riportato tutte queste questioni alla tenuta della manifattura. Il vicepresidente di Confindustria per l’Energia ha ricordato il lavoro compiuto con Beccarello sugli strumenti destinati alle imprese energivore e ha descritto un sistema produttivo esposto a una trasformazione strutturale degli approvvigionamenti.
L’uscita dalla precedente dipendenza dal gas russo ha imposto nuove rotte e un maggiore ricorso al gas naturale liquefatto. La diversificazione, nella sua lettura, ha ridotto alcuni rischi ma ha accresciuto l’esposizione alle dinamiche del mercato mondiale. Anche una crisi lontana, senza un’interruzione immediata delle forniture italiane, può trasferirsi sui prezzi, sui contratti e sulle aspettative.
Per Regina, la fine dei conflitti non sarebbe sufficiente a ricostruire automaticamente le condizioni precedenti: servirebbe recuperare anche la fiducia tra Stati. Da qui la domanda sul futuro industriale italiano. Un Paese con un’elevata capacità di esportazione e stretti legami con le filiere europee non può separare la politica energetica dalla difesa dell’occupazione, del reddito e del welfare.
Il rallentamento della Germania, ha osservato, coinvolge anche i fornitori italiani. La concorrenza cinese impone inoltre di confrontarsi con sistemi che investono contemporaneamente in fonti differenti. La risposta proposta da Regina si articola su tre tempi: interventi immediati sui costi, accelerazione delle rinnovabili nel medio periodo e costruzione della prospettiva nucleare nel lungo.
Il fatto che il nucleare richieda anni, ha sostenuto, rende necessario cominciare ora. Nel mix da lui delineato, rinnovabili e nucleare devono integrarsi, mentre una parte della produzione termoelettrica continuerà a essere necessaria. La sua critica è rivolta soprattutto alla ricerca di soluzioni che spostino sistematicamente all’estero la produzione, lasciando all’Italia il costo delle connessioni e una persistente dipendenza dalle decisioni altrui.
Regina ha richiamato, con tono polemico, le proposte di importare energia nucleare da diversi Paesi o di realizzare impianti oltreconfine, fino all’ipotesi riferitagli da un imprenditore di rivolgersi all’Albania. Il problema sollevato riguarda la disponibilità italiana ad assumere sul proprio territorio le responsabilità delle scelte energetiche.
Da questa impostazione è arrivata la proposta istituzionale più netta della mattinata: una riforma costituzionale per sottrarre l’energia alle materie concorrenti e riportarla alla competenza nazionale. Se l’approvvigionamento è una questione di sicurezza del Paese, ha argomentato Regina, la frammentazione in venti politiche regionali rischia di rallentare le decisioni e moltiplicare i conflitti.
Il richiamo alla responsabilità ha riguardato anche il confronto tra partiti. Regina ha chiesto continuità sulle scelte energetiche, indicando nella stabilità delle strategie una condizione per investimenti che attraversano più legislature. Nella sua valutazione, l’incertezza politica si traduce direttamente in difficoltà industriale.
Le ultime battute hanno allargato il confronto all’ETS, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione. Regina ne ha contestato l’evoluzione, sostenendo che per le industrie prive di ulteriori soluzioni tecnologiche concretamente disponibili il costo delle emissioni rischia di diventare un prelievo senza una corrispondente possibilità di ridurlo attraverso nuovi investimenti.
Ha quindi chiesto di distinguere maggiormente tra settori e di affrontare il ruolo degli operatori finanziari nel mercato delle quote. A suo giudizio, lasciare un costo decisivo per la competitività esposto a dinamiche speculative rappresenta un problema politico. Tra le correzioni auspicate ha indicato limiti all’oscillazione dei prezzi; più radicalmente, ha sostenuto l’opportunità di una sospensione temporanea del sistema per ripensarne il funzionamento, riconoscendo la difficoltà di ottenere una revisione profonda.
Il nucleare, nelle conclusioni, non ha attenuato la richiesta di accelerare sulle rinnovabili. Regina ha difeso l’idea di un commissario ispirato all’esperienza della ZES unica, con una funzione di accompagnamento e coordinamento dei procedimenti, senza sostituire gli organismi competenti nelle valutazioni ambientali.
Secondo il vicepresidente di Confindustria, il principale ostacolo non è la mancanza di progetti o di disponibilità finanziarie, ma la difficoltà di portarli alla realizzazione. Ha richiamato i contrasti autorizzativi, le opposizioni delle strutture di tutela e gli ostacoli che interessano anche il repowering, cioè il rinnovo degli impianti esistenti.
In questo contesto ha ricordato l’Energy Release, sviluppato anche attraverso il confronto con Beccarello, attribuendogli una duplice funzione: mitigare i costi per le imprese e attivare nuova capacità produttiva. Ha indicato un potenziale di investimenti pari a 14 miliardi di euro, sottolineando le ricadute sul lavoro e sull’attività economica anche quando una parte delle tecnologie viene acquistata all’estero.
La richiesta con cui ha chiuso la mattinata è stata di semplificare i processi e assumere decisioni coerenti con gli obiettivi dichiarati. Perché la competitività delle imprese dipende tanto dalla prospettiva delle tecnologie future quanto dalla capacità di realizzare gli investimenti già disponibili.







