Un’indagine durata anni, condotta da una giornalista investigativa francese di origine maghrebina che ha scelto di restare anonima per motivi di sicurezza, getta luce su dinamiche complesse e controverse all’interno di alcuni ambienti dell’attivismo anti-israeliano in Europa e negli Stati Uniti. Fingendosi un’attivista pro-palestinese, la reporter è riuscita a infiltrarsi in diversi gruppi, partecipando a incontri, corsi di formazione e attività organizzative, documentando con registrazioni e appunti un materiale che, secondo quanto riferito, va ben oltre la semplice critica politica allo Stato di Israele. Il metodo sotto copertura si è rivelato centrale per raccogliere prove dirette e testimonianze difficilmente accessibili altrimenti. “Funziona meglio quando si racconta esattamente ciò che si è visto e sentito”, avrebbe spiegato la giornalista, sottolineando come la precisione delle parole e dei contesti sia fondamentale per comprendere la portata del fenomeno osservato. Le registrazioni raccolte mostrerebbero, secondo il suo lavoro, un linguaggio e una narrativa in cui il confine tra attivismo per i diritti umani e ostilità verso gli ebrei tende progressivamente a dissolversi. Tra gli elementi più controversi emersi dall’inchiesta vi sono presunti corsi di formazione dedicati alla gestione dell’informazione online, in particolare su piattaforme come Wikipedia. In questi contesti, sostiene la giornalista, verrebbero insegnate tecniche per influenzare le voci enciclopediche, ad esempio introducendo termini come “genocidio” o rimuovendo la parola “terrorista” da pagine relative a gruppi come Hamas. Tali pratiche, se confermate, solleverebbero interrogativi sul rapporto tra attivismo politico e manipolazione dell’informazione digitale. L’indagine evidenzia inoltre possibili connessioni tra ambienti accademici, gruppi studenteschi e organizzazioni politiche o paramilitari. Presso la Columbia University, ad esempio, viene citato il caso dell’associazione Students for Justice in Palestine, che avrebbe organizzato una videochiamata tra studenti e un esponente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Durante l’incontro, secondo quanto riportato, il partecipante da Gaza avrebbe elogiato l’attivismo degli studenti, un episodio che ha suscitato polemiche e richieste di chiarimento. Parallelamente a queste dinamiche interne ai gruppi, l’inchiesta analizza anche le reazioni che si sono diffuse in numerosi Paesi europei. In città come Parigi, Berlino, Londra e Roma, grandi manifestazioni pro-palestinesi hanno visto la partecipazione di migliaia di persone, molte delle quali animate da sincere preoccupazioni umanitarie. Tuttavia, secondo la giornalista, in alcune di queste mobilitazioni si sarebbero infiltrati messaggi più radicali, capaci di orientare il discorso pubblico verso posizioni estreme. A questo quadro si aggiungono elementi contenuti in analisi di sicurezza attribuite all’ex Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare, che prima della sua riforma e trasformazione nell’attuale Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna si occupava di intelligence esterna. Secondo fonti citate nell’inchiesta, rapporti interni avrebbero già evidenziato negli anni il rischio di infiltrazioni ideologiche in movimenti apparentemente spontanei, sottolineando come reti transnazionali possano sfruttare cause legittime per diffondere narrazioni radicali e polarizzanti. Tali documenti, pur non sempre accessibili al pubblico, indicherebbero una crescente attenzione da parte degli apparati di sicurezza europei verso fenomeni di radicalizzazione ibrida, capaci di muoversi tra attivismo, propaganda e influenza culturale. La reporter descrive un processo in cui slogan e rivendicazioni vengono progressivamente reinterpretati, fino a trasformare parole d’ordine apparentemente universaliste in messaggi politicamente connotati. In questo contesto, il rischio evidenziato è quello di una diffusione capillare di narrazioni semplificate, che trovano terreno fertile soprattutto tra i più giovani e nei contesti universitari. Le proteste, amplificate dai social media, contribuiscono a creare un clima di polarizzazione crescente, in cui la complessità del conflitto mediorientale viene ridotta a schemi ideologici contrapposti. Nel corso della sua infiltrazione, la giornalista avrebbe osservato come slogan diffusi come “Palestina libera” vengano talvolta reinterpretati in chiave più radicale, fino a includere forme di sostegno a gruppi come Hezbollah, Jihad Islamica o i ribelli Houthi. L’inchiesta sottolinea come, in questi ambienti, la distinzione tra solidarietà verso una popolazione e adesione a narrative estremiste possa diventare sempre più sfumata. Un altro aspetto rilevante riguarda il processo di radicalizzazione di giovani studenti, spesso motivati da ideali di giustizia sociale. Secondo la reporter, alcuni di loro verrebbero progressivamente esposti a contenuti e interpretazioni che trasformano eventi violenti in atti di “resistenza” o “liberazione”. In questo contesto, episodi come l’attacco del 7 ottobre sono stati talvolta descritti, in alcune discussioni documentate, con toni celebrativi, un elemento che ha suscitato forte preoccupazione tra osservatori e analisti. L’inchiesta non si limita a denunciare singoli episodi, ma propone una riflessione più ampia sul modo in cui determinate narrazioni riescono a radicarsi in contesti sociali e accademici. La giornalista sostiene che l’ostilità verso gli ebrei non si manifesti più prevalentemente in forme esplicite, ma venga sempre più spesso mascherata da attivismo per i diritti umani, rendendo più difficile individuarla e contrastarla. I dati raccolti, pur necessitando di ulteriori verifiche indipendenti, pongono interrogativi significativi sul ruolo delle università, dei media e delle piattaforme digitali nella diffusione di contenuti polarizzanti. Allo stesso tempo, evidenziano la necessità di distinguere tra critica legittima alle politiche di uno Stato e forme di discriminazione o incitamento all’odio. L’autrice dell’inchiesta conclude che il fenomeno osservato non può essere ridotto a una semplice questione geopolitica, ma rappresenta una sfida più ampia per le società democratiche, chiamate a difendere sia la libertà di espressione sia i principi fondamentali di convivenza e rispetto reciproco.







