Negli ultimi anni il dibattito economico italiano ha subito una trasformazione significativa, segnando il passaggio da una cultura della sostenibilità dei conti pubblici a una narrazione sempre più orientata alla promessa politica permanente. Secondo l’economista Veronica De Romanis, si è progressivamente diffusa l’idea che lo Stato possa intervenire per risolvere qualsiasi problema sociale o economico attraverso nuove misure di spesa, senza che ciò comporti conseguenze rilevanti nel lungo periodo. Una visione che ha attecchito in un contesto segnato dall’eredità della crisi del debito sovrano del 2011, affrontata dal governo tecnico guidato da Mario Monti, le cui politiche di rigore, pur necessarie per ristabilire la fiducia dei mercati, hanno lasciato una diffusa insoddisfazione nell’opinione pubblica. Negli anni successivi, questa reazione si è tradotta in una crescente ostilità verso qualsiasi richiamo alla disciplina fiscale, creando terreno fertile per una politica economica sempre più orientata all’espansione della spesa. È in questo scenario che si colloca la stagione dei governi guidati da Giuseppe Conte, durante i quali la spesa pubblica è diventata uno strumento centrale non solo per sostenere l’economia, ma anche per costruire consenso. Numerosi interventi sono stati presentati come risposte rapide ed efficaci a problemi complessi, spesso accompagnati da una comunicazione che ha minimizzato o evitato del tutto il tema delle coperture finanziarie e delle conseguenze future. Questo approccio ha contribuito a rafforzare l’idea che il debito pubblico potesse essere gestito come una variabile secondaria, se non addirittura irrilevante, alimentando una percezione distorta del funzionamento della finanza pubblica. Tra le misure più emblematiche di questa fase vi sono il reddito di cittadinanza e il superbonus 110 per cento, simboli di una strategia fondata sull’espansione della spesa. Il reddito di cittadinanza è stato introdotto con l’obiettivo di contrastare la povertà e favorire il reinserimento lavorativo, ma ha evidenziato fin da subito criticità strutturali legate alla difficoltà dei controlli, all’inefficienza dei centri per l’impiego e a un impatto limitato sulla creazione di occupazione stabile. Di fatto, si è tradotto in un ampio trasferimento monetario che ha inciso in modo significativo sulla spesa corrente senza produrre effetti proporzionati sulla crescita economica. Ancora più rilevante è stato il caso del superbonus 110 per cento, che ha introdotto un meccanismo di incentivazione fiscale tale da eliminare quasi completamente la percezione del costo per i beneficiari. Se da un lato la misura ha sostenuto il settore edilizio e generato un aumento dell’attività economica nel breve periodo, dall’altro ha comportato un forte aggravio per i conti pubblici, contribuendo a distorsioni nei prezzi e favorendo episodi di frode. A queste politiche si sono aggiunti gli interventi straordinari adottati durante l’emergenza legata alla diffusione del COVID-19, che hanno richiesto decisioni rapide e un aumento significativo della spesa. In tale contesto, alcune scelte, come l’acquisto di dispositivi sanitari in condizioni di urgenza o l’introduzione dei banchi scolastici a rotelle, sono diventate oggetto di critiche e hanno contribuito a rafforzare la percezione di una gestione poco coordinata e priva di una visione strategica di lungo periodo. Episodi di questo tipo hanno alimentato nell’opinione pubblica la sensazione di una spesa pubblica fuori controllo, guidata più dalla necessità di rispondere nell’immediato alle pressioni politiche e mediatiche che da una pianificazione coerente. Il nodo centrale della riflessione proposta da De Romanis riguarda tuttavia un aspetto più profondo, che investe il rapporto tra politica, economia e verità. La diffusione dell’idea che lo Stato possa distribuire risorse senza costi reali rischia infatti di alterare il funzionamento della democrazia, inducendo gli elettori a privilegiare chi promette di più senza interrogarsi sulla sostenibilità di tali promesse. Si innesca così una dinamica in cui la competizione politica si trasforma in una corsa al rialzo della spesa, con il rischio di rinviare sistematicamente il problema del debito alle generazioni future. In questo quadro, il debito pubblico rappresenta una presenza costante ma spesso rimossa dal dibattito pubblico, nonostante costituisca un vincolo concreto per le prospettive di crescita e un fattore di vulnerabilità in caso di crisi finanziarie. La storia recente ha mostrato chiaramente i rischi associati a una perdita di fiducia dei mercati, come avvenuto durante la crisi dello spread, quando l’Italia è stata costretta ad adottare misure drastiche per evitare conseguenze ancora più gravi. Nonostante questa esperienza, la tendenza a sottovalutare il problema del debito sembra persistere, sostenuta da una narrazione politica che privilegia il consenso immediato rispetto alla sostenibilità di lungo periodo. Secondo De Romanis, la critica ai governi guidati da Conte non riguarda soltanto le singole politiche adottate, ma un intero modello di gestione economica basato sulla rimozione del tema dei costi e sull’illusione che sia possibile finanziare la spesa senza conseguenze. Si tratta di un approccio che, oltre a presentare evidenti limiti sul piano economico, rischia di compromettere il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, alimentando aspettative difficili da soddisfare. La realtà, tuttavia, resta immutata: ogni intervento pubblico richiede risorse che devono essere reperite attraverso la fiscalità o il ricorso al debito. Ignorare questo principio non lo elimina, ma ne rinvia soltanto l’impatto, rendendo più complesso affrontarlo in futuro. In questo senso, la metafora dei pasti gratis mantiene intatta la sua validità, ricordando che nessuna politica può sottrarsi alle leggi fondamentali della sostenibilità finanziaria senza pagarne, prima o poi, il prezzo.







