La moda italiana ha passato decenni a raccontare la qualità attraverso la manifattura, la creatività e la storia dei suoi marchi. Oggi deve aggiungere un’altra parola al proprio vocabolario: misurabilità. Non basta più dire che un tessuto è sostenibile. Occorre sapere da dove arriva, come è stato prodotto, quali materiali contiene, quale impatto ha e, soprattutto, poterlo dimostrare. È in questo passaggio, meno spettacolare di una passerella ma probabilmente più decisivo per il futuro dell’industria, che si inserisce il lavoro di Valeria Mangani. Economista, esperta di moda e figura con una lunga esperienza internazionale, Mangani ha scelto da anni di portare la sostenibilità fuori dal perimetro della comunicazione per trasformarla in un tema di ricerca, innovazione e politica industriale. La sua creatura più riconoscibile è la Sustainable Fashion Innovation Society, nata per mettere in relazione imprese, startup, università, istituzioni e mondo della ricerca. Un’impostazione che dice molto del modo in cui Mangani interpreta la transizione ecologica: non come una semplice sostituzione di materiali, ma come una trasformazione dell’intera filiera. È un approccio che parte anche da molto lontano, letteralmente dalla terra. Nel 2023 la FAO l’ha indicata come World Food Hero, riconoscendo il suo impegno nel collegare il mondo della moda ai temi dell’agricoltura e della sostenibilità. Nello stesso percorso si colloca il progetto per il recupero di circa 100 ettari di cotone biologico in Sicilia. La scelta non è casuale. La produzione di fibre naturali rimette infatti in discussione una delle separazioni più artificiose dell’industria contemporanea: quella tra agricoltura e moda. Prima che un tessuto arrivi in una fabbrica o venga trasformato in un capo, esiste una materia prima. E quella materia prima ha una storia fatta di suolo, acqua, coltivazioni, energia e lavoro. Riportare questa storia dentro il ragionamento sulla moda significa cambiare prospettiva. È anche uno dei motivi per cui la parola “rigenerazione” ricorre con sempre maggiore frequenza nel lavoro di Mangani. Rigenerare significa recuperare valore senza consumare nuovamente le stesse risorse. Ma significa anche, in una certa misura, provare a ricostruire filiere che l’industria italiana aveva progressivamente perso. Il cotone siciliano è un esempio emblematico di questa possibilità. Il secondo grande capitolo della sua attività passa dal Phygital Sustainability Expo, evento di cui Mangani è presidente e che dal 2021 porta nel cuore di Roma aziende, ricercatori, istituzioni e innovatori impegnati sul fronte della sostenibilità. La prima edizione, ospitata ai Mercati di Traiano, mise insieme 34 brand. Negli anni successivi l’appuntamento è cresciuto fino a diventare un punto di confronto europeo sui temi della moda sostenibile e dell’innovazione. La scelta dei Mercati di Traiano racconta, in qualche modo, anche la filosofia dell’iniziativa: mettere nello stesso luogo la memoria industriale e culturale dell’Italia e le tecnologie che dovrebbero accompagnarne il futuro. La sostenibilità, però, non può vivere soltanto di eventi. Ed è qui che il lavoro di Mangani si sposta su un terreno più tecnico. Nei progetti della Sustainable Fashion Innovation Society trovano spazio materiali innovativi, tecnologie di produzione, ricerca sui polimeri bio-based, stampa 3D e attività di sperimentazione. L’obiettivo è avvicinare le imprese, soprattutto quelle che non dispongono di grandi strutture interne di ricerca e sviluppo, a un ecosistema nel quale l’innovazione possa essere testata e trasferita nella produzione. La questione centrale diventa allora quella della prova scientifica. Il settore tessile è pieno di parole che rischiano di perdere significato quando vengono utilizzate senza criteri comuni: naturale, riciclato, sostenibile, ecologico. Ma un’etichetta non è una certificazione e una dichiarazione non equivale a una misurazione. Per Mangani, la credibilità della transizione passa quindi dalla possibilità di verificare ciò che un prodotto dichiara. Un tema destinato a diventare ancora più rilevante con l’evoluzione della normativa europea. Il Digital Product Passport, per esempio, va nella direzione di una maggiore disponibilità di informazioni lungo il ciclo di vita dei prodotti. Per la moda significa prepararsi a un futuro nel quale la tracciabilità non sarà più soltanto un vantaggio competitivo, ma una componente strutturale del mercato europeo. La stessa evoluzione del Phygital Sustainability Expo mostra quanto il concetto di sostenibilità si sia allargato. Le edizioni più recenti hanno portato nel dibattito questioni che fino a pochi anni fa sembravano appartenere a mondi diversi: PFAS, microplastiche, sicurezza chimica, salute, rifiuti elettronici, Green Claims e nuove regole europee. Nel 2026 il confronto si è spinto anche verso la collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, con l’attenzione rivolta al rapporto tra materiali tessili, salute e sostenibilità. È un cambio di passo significativo. Il problema non è più soltanto quanto una fibra “pesa” sull’ambiente. Bisogna interrogarsi anche su quali sostanze possano entrare in contatto con le persone, su come si comportino le microfibre e su quali informazioni debbano accompagnare un prodotto. La sostenibilità entra così nel campo della salute pubblica e della sicurezza dei materiali. È difficile immaginare un passaggio più netto rispetto alla vecchia idea di moda sostenibile costruita attorno alla sola comunicazione verde. In parallelo, Mangani ha assunto un ruolo nel confronto istituzionale sulla trasformazione del settore. Come componente del Tavolo Nazionale della Moda presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, porta nel confronto una prospettiva centrata sulla sostenibilità della filiera. Il significato di questo incarico va oltre il titolo. La moda italiana è composta da grandi gruppi e maison internazionali, ma anche da una rete molto ampia di piccole e medie imprese, laboratori e fornitori specializzati. Per loro l’adeguamento alle nuove regole ambientali e digitali non è un esercizio teorico: può significare investimenti, nuove competenze, revisione dei processi produttivi e, in alcuni casi, la necessità di ripensare completamente il rapporto con i fornitori. Mangani conosce entrambi i lati della questione. Da una parte il mondo istituzionale e internazionale; dall’altra quello industriale e accademico. Ha ricoperto incarichi manageriali, tra cui quello nel consiglio di amministrazione di Corneliani, e ha sviluppato un’attività didattica al Politecnico di Milano e alla Sapienza Università di Roma. Ha inoltre scritto “Vestire il Futuro”, dedicato ai temi dell’ecologia e della qualità della vita. È un percorso che aiuta a leggere il suo lavoro attuale non come una parentesi ambientalista nel mondo della moda, ma come il risultato di una traiettoria che tiene insieme industria, formazione, ricerca e istituzioni. Anche la sua esperienza internazionale contribuisce a spiegare questa impostazione. Dal 2017 è Head Delegate dell’International Alliance of Women presso le Nazioni Unite a Roma. Il confronto con organismi internazionali ha rafforzato una visione nella quale la sostenibilità non può essere affrontata soltanto dentro i confini nazionali. Le regole cambiano a livello europeo, le catene di fornitura sono globali e la reputazione del Made in Italy dipende sempre più dalla capacità di documentare la qualità lungo l’intero percorso produttivo. È qui che il tema diventa interessante anche dal punto di vista economico. La transizione ecologica viene spesso raccontata come un costo che le imprese devono sostenere. Per il sistema moda italiano può essere anche un’opportunità, a condizione che la sostenibilità diventi una competenza industriale e non soltanto una voce di marketing. Un’impresa che conosce i propri materiali, controlla la filiera, investe nella ricerca e riesce a dimostrare l’origine e le caratteristiche dei propri prodotti non risponde soltanto alle norme: costruisce un nuovo elemento di competitività. La sfida, semmai, è evitare che questa trasformazione allarghi ulteriormente la distanza tra i grandi operatori e le piccole imprese. Per questo il trasferimento tecnologico e la condivisione delle competenze diventano essenziali. È forse questo il punto nel quale il percorso di Valeria Mangani acquista il suo significato più ampio. Dalla coltivazione del cotone alla ricerca sui materiali, dal laboratorio alla politica industriale, dalla passerella ai dati, la sostenibilità della moda non è più una questione confinata al prodotto finito. È diventata una domanda rivolta all’intera filiera. Il Made in Italy è chiamato a rispondere senza perdere ciò che lo ha reso riconoscibile nel mondo, ma anche senza pensare che la tradizione possa bastare. La nuova frontiera non è scegliere tra artigianalità e tecnologia, tra estetica e ambiente, tra crescita e responsabilità. È riuscire a farle convivere. In questo passaggio, il lavoro di Mangani si colloca in una zona precisa: quella in cui la moda smette di limitarsi a raccontare il futuro e comincia, attraverso materiali, ricerca, dati e nuove filiere, a costruirlo.







