
Douglas Macgregor, colonnello in pensione ed ex consigliere senior del Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, non usa mezzi termini quando parla degli scenari di politica internazionale che si stanno delineando. Secondo la sua analisi, a Washington sarebbe già stata presa la decisione di intraprendere un nuovo conflitto contro l’Iran, una scelta che rischia di accendere un ulteriore focolaio in Medio Oriente e di destabilizzare ancora di più un quadro internazionale già fragile. Le parole di Macgregor, per la sua esperienza e per i ruoli che ha ricoperto, non passano inosservate. L’ipotesi di una guerra con Teheran evoca infatti scenari complessi, che andrebbero a intrecciarsi con l’attuale crisi ucraina e con le difficoltà delle potenze occidentali a trovare una linea comune. In questo contesto si inseriscono le dichiarazioni di Donald Trump, che anche fuori dalla Casa Bianca continua a condizionare il dibattito politico e strategico negli Stati Uniti e in Europa. Sul conflitto in Ucraina, l’ex presidente alterna toni aggressivi e affermazioni sorprendenti, parlando di una guerra per procura che, a suo giudizio, l’Occidente non può vincere. Allo stesso tempo, però, Trump lascia intendere la volontà di ridimensionare il coinvolgimento americano, quasi a scaricare la responsabilità sugli alleati europei. Un messaggio ambiguo, che aumenta la confusione e solleva interrogativi sul futuro dei rapporti transatlantici. La prospettiva di un disimpegno statunitense in Ucraina agita le cancellerie europee. Da mesi l’Unione Europea si trova a sostenere militarmente ed economicamente Kiev, ma senza l’ombrello americano l’impegno rischia di diventare insostenibile. Gli arsenali si svuotano, le risorse finanziarie sono limitate e le opinioni pubbliche mostrano segni di stanchezza nei confronti di una guerra che appare sempre più lunga e incerta. Le parole di Trump, unite all’allarme di Macgregor, amplificano un senso di vulnerabilità: l’Europa potrebbe trovarsi sola a gestire una guerra che, nelle previsioni del colonnello in pensione, è destinata a essere perdente. La combinazione di questi due fattori – la possibilità di un nuovo conflitto in Medio Oriente e l’incertezza sul fronte ucraino – contribuisce a diffondere un sentimento di panico tra le leadership europee. Da un lato, la prospettiva di un attacco all’Iran aprirebbe un fronte militare dalle conseguenze imprevedibili per l’economia globale, a partire dal mercato energetico. Dall’altro, la riduzione del sostegno americano in Europa ridisegnerebbe gli equilibri di sicurezza del continente, lasciando l’Unione di fronte a una responsabilità che non tutti i Paesi sembrano disposti ad assumersi. Il quadro che emerge è quello di un’Europa stretta in una morsa, costretta a fare i conti con le scelte altrui ma senza la forza di imporre una linea autonoma. Se da Washington arrivano segnali contraddittori, Bruxelles e le principali capitali europee si interrogano su come garantire stabilità e difesa comune. Il dibattito interno si accende, tra chi invoca una maggiore indipendenza strategica e chi teme di compromettere definitivamente i rapporti con gli Stati Uniti. In ogni caso, le parole di Macgregor rappresentano un campanello d’allarme che l’Europa non può permettersi di ignorare. Il futuro delle relazioni internazionali si gioca su un equilibrio sempre più instabile. Se davvero gli Stati Uniti hanno deciso di intraprendere la strada del confronto con l’Iran, e se allo stesso tempo si ritireranno progressivamente dalla partita ucraina, l’Europa dovrà affrontare una doppia sfida: reggere da sola il peso di una guerra che già mostra crepe profonde e fronteggiare le ricadute di un conflitto che potrebbe incendiare il Medio Oriente. È in questo scenario che prende corpo il timore crescente di governi e opinioni pubbliche, consapevoli che le prossime mosse di Washington potrebbero decidere non solo il destino di Kiev, ma anche il futuro della sicurezza europea.







