In Italia esiste una giustizia parallela che non ha codici, non prevede contraddittorio e non concede appello. È la giustizia del clamore mediatico, delle sentenze pronunciate nei salotti televisivi, delle campagne social costruite sulla demolizione personale. Una macchina feroce che trasforma le accuse in verità assolute e gli indagati in colpevoli ancora prima che un giudice possa esprimersi. La vicenda di Stella Bartolo, assolta dal Tribunale di Roma dalle accuse di stalking perché “il fatto non sussiste”, riporta violentemente al centro una domanda che il Paese continua a evitare. Quante vite devono essere distrutte prima che si torni a rispettare il principio della presunzione di innocenza? Per oltre tre anni Bartolo ha vissuto sotto il peso di un’accusa devastante nata dalla denuncia dell’ex parlamentare leghista Cristian Invernizzi. Una vicenda trasformata immediatamente in caso mediatico, alimentata da articoli, commenti online e giudizi sommari. Eppure la sentenza pronunciata dal Tribunale di Roma ha spazzato via ogni ipotesi di responsabilità penale. Nessun reato. Nessuna persecuzione. Nessuna colpevolezza. Ma nel frattempo il danno umano era già stato consumato. “Ho attraversato anni devastanti. Mi hanno tolto serenità, lavoro e dignità”, racconta oggi Stella Bartolo dopo la piena assoluzione. Le sue parole non hanno il tono della rivalsa rabbiosa, ma quello amaro di chi ha sperimentato cosa significhi essere travolti dalla macchina del sospetto. “La gogna pubblica mi ha distrutta psicologicamente. Sono stata trattata come colpevole prima ancora che esistesse un processo. Mi sentivo impotente, senza voce”. Il punto politico e morale della vicenda è tutto qui. In un sistema democratico la colpa dovrebbe essere accertata nelle aule giudiziarie. Invece troppo spesso viene costruita mediaticamente, alimentata dall’emotività collettiva e amplificata dalla superficialità di un’informazione che rincorre lo scandalo anziché la verità. L’accusa di stalking, tema delicatissimo che merita massimo rigore e tutela reale per le vittime autentiche, non può diventare automaticamente uno strumento di esecuzione pubblica. In uno Stato di diritto non basta una denuncia per cancellare la vita di una persona. Eppure è esattamente ciò che accade sempre più frequentemente. Si perde il lavoro, si perdono relazioni, si perdono opportunità professionali e credibilità sociale ancora prima che venga accertato un fatto. Bartolo racconta di essere stata esclusa persino da un importante concorso nella Marina Militare dopo la diffusione della vicenda sui giornali. “Avevo superato le prime fasi. Poi tutto si è fermato. Nessuno ti dice apertamente il motivo, ma comprendi perfettamente che quell’etichetta ti rimane addosso”. A questo si aggiungono minacce, insulti e campagne d’odio sui social network. Una spirale che in molti casi produce conseguenze irreparabili anche quando arriva un’assoluzione piena. Ed è proprio l’assoluzione a rappresentare l’aspetto più scomodo della storia. Perché il sistema mediatico italiano dedica spesso grande spazio alle accuse e pochissimo alle sentenze che le smentiscono. La notizia dell’indagine fa rumore. L’innocenza riconosciuta da un tribunale, invece, passa quasi inosservata. È un meccanismo malato che altera la percezione pubblica e trasforma la cronaca giudiziaria in una forma di condanna preventiva. L’avvocato Emanuele Fierimonte, legale della militante romana, parla senza mezzi termini di un caso emblematico di sovraesposizione mediatica. “Sin dall’inizio emergeva l’assenza di elementi tali da sostenere una responsabilità penale”, spiega Fierimonte. “Tuttavia la vicenda è stata trascinata sul piano pubblico con conseguenze gravissime per la mia assistita. Oggi la sentenza restituisce verità giudiziaria, ma non può cancellare completamente le ferite personali e professionali subite”. Parole dure che chiamano in causa non soltanto il sistema dell’informazione, ma anche una parte dell’opinione pubblica ormai assuefatta alla cultura del linciaggio. La velocità con cui si costruiscono mostri mediatici è direttamente proporzionale alla lentezza con cui si riconoscono gli errori. Nel 2023 Cristian Invernizzi aveva raccontato pubblicamente di sentirsi vittima di comportamenti persecutori, sostenendo di aver ricevuto messaggi insistenti, pressioni e contatti verso persone a lui vicine. Oggi però il Tribunale di Roma ha stabilito che quei fatti non configuravano alcun reato. Ed è qui che emerge il nodo centrale. Una società civile dovrebbe essere capace di attendere la conclusione dei processi prima di emettere sentenze morali definitive. Invece viviamo in un’epoca dominata dalla giustizia emotiva, dove l’accusa vale più della prova e dove l’assoluzione arriva troppo tardi per ricostruire ciò che è stato distrutto. “Adesso voglio tornare a fare politica”, afferma Bartolo. “Ma soprattutto voglio stare accanto a chi ha vissuto esperienze simili. Ci sono persone che non riescono più a rialzarsi dopo essere finite dentro una gogna pubblica”. La sua vicenda dovrebbe imporre una riflessione seria e trasversale. Non si tratta di appartenenze politiche, simpatie personali o schieramenti ideologici. Si tratta di stabilire se il diritto debba ancora prevalere sul pregiudizio. Perché uno Stato democratico non può tollerare che l’opinione pubblica sostituisca i tribunali e che la reputazione di un individuo venga demolita sulla base di accuse poi smentite. La sentenza di assoluzione non è soltanto un atto giuridico. È una sconfitta per il circuito tossico della spettacolarizzazione giudiziaria. Ed è anche un monito severo per un Paese che troppo spesso dimentica un principio essenziale di civiltà. Un’accusa non coincide con una condanna. E nessuna persona dovrebbe essere trattata come colpevole prima che la giustizia abbia fatto il suo corso.







