
Pochi giorni fa, il Tribunale del Riesame di Milano ha smontato l’intero impianto accusatorio dell’ultima grande inchiesta urbanistica milanese, parlando apertamente di “semplificazioni argomentative svilenti”. Parole pesanti, che vanno dritte al cuore del problema: non c’è prova del reato. Eppure, i nomi, i volti, le cariche e le vite dei coinvolti sono già finiti sulle prime pagine. Sono già diventati colpevoli agli occhi dell’opinione pubblica. Il danno è fatto, indipendentemente da ciò che dirà un giudice, se e quando il processo vero arriverà. Nasce, allora, una domanda inevitabile: quante carriere, quante reputazioni e quante esistenze vengono distrutte da indagini fragili che arrivano prima sui giornali e poi in un’aula di tribunale? Viviamo in un Paese dove l’accusa fa rumore e l’assoluzione no. Dove l’atto di indagine è già di per sé una condanna pubblica. Dove un titolo di giornale può pesare più di una sentenza definitiva. La presunzione di innocenza, che dovrebbe essere un fondamento inviolabile dello Stato di diritto, viene spesso ridotta a un fastidioso cavillo formale. Peraltro, non lo è, perchè è un diritto umano, uno strumento di civiltà, ed una garanzia per tutti, anche per chi oggi applaude l’indignazione collettiva. Tuttavia, non si tratta di negare l’esistenza della corruzione, né di minimizzare la gravità di reati che minano la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Infatti, si tratta di ribadire che giustizia e giustizialismo non sono sinonimi. Ed il clamore mediatico non può sostituire la prova. Perciò un’indagine senza solide fondamenta non è uno strumento di legalità, ma un pericolo per la democrazia. Una riflessione nasce spontanea e richiamare l’attenzione sull’enorme responsabilità di chi accusa con ogni parola, ogni comunicato ed ogni fuga di notizie può trasformarsi in uno stigma indelebile, in un marchio infamante e che nessuna sentenza di assoluzione riuscirà mai a cancellare del tutto. Peraltro, la vera emergenza non è solo l’illegalità, ma anche la perdita di equilibrio tra diritto e opinione pubblica, tra indagine e processo, tra accusa e difesa. È in questi frangenti che si gioca la credibilità della Giustizia e non solo nei tribunali, ma anche nei giornali, nei talk show e nei social, dove ogni sospetto diventa verità, ed ogni verità è ormai irrilevante, se arrivasse troppo tardi. Perciò non possiamo permettere che la Giustizia sia sostituita dal sospetto, né che l’accertamento dei fatti sia oscurato dal sensazionalismo mediatico. Occorre fare un passo indietro dal circo mediatico e un passo avanti verso il rispetto delle regole, dei tempi, e delle persone. Peraltro, quando la prova non regge, lo Stato non può permettersi il lusso di distruggere in pubblico ciò che non potrà più ricostruire in Tribunale.







