Nel dibattito pubblico contemporaneo basta talvolta un’immagine, apparentemente sobria e priva di intenti provocatori, per accendere polemiche che si propagano con la velocità dei social e delle testate online. È quanto accaduto negli ultimi giorni attorno a una serie di fotografie che, nelle intenzioni dell’autore, rappresentavano due elementi distinti, da un lato un momento di quotidianità romana, con un monumento storico del passato inserito nel fluire ordinario della città e dall’altro un’immagine più eclatante, almeno secondo la lettura prevalente dei media, raffigurante un vecchio simbolo politico, la fiamma tricolore del Movimento Sociale Italiano, accompagnato da una data legata alla nascita di quel movimento e dalla frase “le radici profonde non gelano”. Nessuna offesa esplicita, nessun messaggio di incitamento e nessuna apologia dichiarata. Eppure, la reazione è stata immediata e, per certi versi, sproporzionata. Molte testate hanno parlato di “caso”, di “provocazione”, di “messaggio ambiguo”, aprendo un fronte polemico che sembra dire molto più sul clima mediatico attuale che sulle fotografie stesse. Il Movimento Sociale Italiano, è bene ricordarlo, non esiste più da decenni. È una formazione politica appartenente alla storia dell’Italia del dopoguerra, studiata nei manuali e citata quotidianamente in saggi, articoli, archivi digitali. Il suo simbolo, la fiamma tricolore, non è proibito dalla legge: non esiste alcun articolo del codice penale che ne vieti la rappresentazione o la pubblicazione. Se così fosse, difficilmente lo si troverebbe con estrema facilità nei risultati dei motori di ricerca, nelle biblioteche online e persino nei contesti accademici. La questione, dunque, non è giuridica, ma simbolica e mediatica. Il problema nasce dall’interpretazione e dall’attribuzione di intenzioni che l’autore delle immagini, identificato in Riccardo Pescante, figura nota per il ruolo e la posizione professionale che ricopre, respinge con decisione. Secondo chi lo conosce, Pescante avrebbe agito in buona fede, senza alcun intento celebrativo o ideologico, ma con la volontà di stimolare una riflessione sulla memoria, sulle radici culturali e sul rapporto tra passato e presente. A rafforzare questa lettura contribuisce anche il riferimento testuale a una celebre frase della letteratura “high fantasy”: “le radici profonde non gelano”, espressione che richiama l’universo epico creato da J. R. R. Tolkien e ambientato alla fine della Terza Era della Terra di Mezzo. Un richiamo letterario, spesso citato in contesti culturali e motivazionali, che parla di resistenza del tempo, di identità che sopravvive alle stagioni difficili, ben lontano da slogan politici o messaggi di parte. Eppure, per una parte dell’opinione pubblica e per alcuni commentatori, tanto è bastato per scatenare un’insurrezione verbale. C’è chi legge in questa reazione il riflesso di dinamiche più profonde: rivalità professionali, invidie legate al successo e alla visibilità, gelosie tipiche di un ambiente mediatico sempre più competitivo. In questa chiave, le critiche appaiono come “polveri bagnate”: rumorose, ma prive di una reale sostanza giuridica o etica. Va detto con chiarezza che criticare è legittimo, dissentire è sano ed interrogarsi sul significato dei simboli è doveroso in una democrazia matura, ma la condanna preventiva, l’invito all’“esilio” mediatico e la delegittimazione personale rischiano di trasformare il confronto in una caccia alle streghe. Prima di giudicare, sarebbe forse opportuno conoscere meglio il collega, ascoltarne le motivazioni, contestualizzare il gesto. Il nodo centrale resta il confine tra memoria storica e strumentalizzazione. Possiamo ancora mostrare un simbolo del passato senza essere immediatamente arruolati in uno schieramento? Possiamo citare un’opera letteraria senza che essa venga piegata a letture ideologiche forzate? La risposta dovrebbe essere affermativa, se non vogliamo rinunciare a una parte fondamentale della libertà di espressione e di analisi critica. Questo episodio, al di là dei protagonisti, solleva un interrogativo più ampio sul ruolo dei media e degli opinionisti: raccontare i fatti o alimentare il conflitto? Cercare la complessità o semplificare fino allo scontro? In un tempo in cui l’indignazione sembra essere diventata una valuta comunicativa, la sobrietà, quella delle foto e quella del giudizio, appare come la vera merce rara. Forse, prima di puntare il dito, converrebbe fermarsi un momento. Guardare l’immagine, leggere le parole e studiare il contesto. E ricordare che, nella storia come nella letteratura, le radici profonde non gelano, ma nemmeno giustificano roghi mediatici accesi sull’onda della rabbia e della malafede.

