
Ma la polis dov’è davvero, oggi? La domanda non è retorica né nostalgica, ma profondamente politica. La polis, nel suo significato originario, non era un’astrazione né un insieme di norme, bensì una comunità viva fatta di relazioni, luoghi, conflitti e mediazioni quotidiane. Era lo spazio concreto in cui il vivere insieme prendeva forma. Eppure, osservando il dibattito istituzionale contemporaneo, si ha l’impressione che questa dimensione sia stata smarrita, sostituita da un linguaggio tecnico e da soluzioni standardizzate che ignorano i contesti reali in cui i problemi nascono. La politica appare sempre più come amministrazione di emergenze e sempre meno come costruzione di senso collettivo. Alla complessità delle relazioni sociali si risponde con “corsi”, protocolli, tavoli tecnici, come se il disagio umano fosse un malfunzionamento da correggere con procedure. In questo approccio tecnocratico si interviene sugli effetti, ma si evita accuratamente di interrogarsi sulle cause profonde: la solitudine, la frammentazione, la perdita di legami significativi. In questo quadro, il richiamo ai bar di quartiere del passato non è semplice nostalgia. Quei luoghi informali svolgevano una funzione sociale essenziale: erano spazi di decompressione emotiva, di racconto, di confronto. Lì si elaboravano le frustrazioni del lavoro, i conflitti familiari, le fatiche quotidiane. Non erano luoghi ideali, ma erano presidi di umanità. La loro progressiva scomparsa non è stata un processo neutro, bensì il risultato di scelte legislative che hanno colpito forme di socialità spontanea senza valutare le conseguenze sul tessuto comunitario. È particolarmente emblematico il confronto tra il divieto di giochi tradizionali, come le carte o il biliardo, e la tolleranza diffusa verso le macchinette da gioco elettroniche. Da un lato si reprimono pratiche sociali che favorivano l’incontro; dall’altro si accettano, quando non si incentivano, dispositivi che alimentano isolamento e dipendenza. La diffusione della ludopatia non può essere letta come una semplice deviazione individuale: è il sintomo di una solitudine strutturale, prodotta anche da politiche miopi e contraddittorie. La distanza tra istituzioni e cittadini si allarga. I “palazzi” decidono e i “peones” subiscono. Le scelte sembrano maturare lontano dalla vita quotidiana, spesso sotto la pressione di interessi economici opachi, mentre il costo sociale ricade sui territori. In questo scenario, l’indignazione non è sterile rabbia, ma richiesta di responsabilità. Recuperare la polis significa rimettere al centro la comunità come soggetto politico, non come destinatario passivo di misure calate dall’alto. Significa tornare a pensare la politica come governo del vivere insieme, non come mera gestione amministrativa. Senza questa svolta, continueremo a parlare di diritti, sicurezza e benessere, mentre il tessuto che rende possibile una società resterà lacerato.
di Marina Rossi

