Il gas naturale liquefatto (GNL) viene indicato da anni come una delle leve più concrete per accompagnare la transizione energetica nei settori più difficili da elettrificare, come il trasporto pesante e quello marittimo. Eppure, in Italia, questa opportunità continua a rimanere in gran parte inespresso, soffocata da lentezze burocratiche, incertezze normative e, soprattutto, da una cronica incapacità delle istituzioni di trasformare le proposte in azioni concrete. Il risultato è un cortocircuito ormai evidente: da una parte gli operatori investono e progettano, dall’altra la macchina pubblica resta immobile, lasciando interi dossier a prendere polvere. A denunciare questa situazione è Assocostieri, che attraverso il suo presidente Elio Ruggeri ribadisce come il GNL rappresenti una risorsa strategica per il futuro del Paese. Una visione condivisa da gran parte del settore, ma che fatica a trovare riscontro in politiche industriali coerenti. Negli ultimi anni, le aziende associate hanno investito in maniera significativa per costruire una filiera logistica solida: nuovi depositi costieri, adeguamento degli impianti di rigassificazione, sviluppo di sistemi di distribuzione via nave, camion e bettoline. Infrastrutture che oggi renderebbero possibile immettere sul mercato italiano fino a 500 mila tonnellate di GNL ogni anno. Eppure, la domanda reale si ferma a circa 150 mila tonnellate annue, segno evidente di un sistema che non riesce a innescare la crescita. La distanza tra potenziale e realtà non può essere spiegata solo con dinamiche economiche o con la prudenza degli operatori: è il riflesso diretto di un contesto regolatorio incerto e spesso contraddittorio, che scoraggia gli investimenti e rallenta l’adozione di nuove tecnologie. Nel settore marittimo, il GNL rappresenta già una realtà consolidata a livello globale. Oltre 1200 navi sono alimentate o saranno alimentate con questo carburante, con circa la metà già operative e le altre in costruzione. Si tratta di un cambiamento strutturale, spinto anche dalla necessità di ridurre le emissioni di un comparto che da solo incide per circa il 3% sulle emissioni globali di gas serra. Nonostante ciò, l’Italia non riesce ancora a strutturare in modo sistemico le operazioni di bunkeraggio, cioè il rifornimento di GNL alle navi nei porti. Una lacuna particolarmente grave se si considera la posizione strategica del Paese nel Mediterraneo e il ruolo centrale dei suoi porti nelle rotte commerciali internazionali. Mentre realtà come la Spagna e la Francia si sono già attrezzate con infrastrutture efficienti, l’Italia resta indietro, intrappolata in iter autorizzativi complessi e in una governance frammentata. Il problema non è l’assenza di risorse o di competenze, ma la mancanza di una visione politica chiara e condivisa. Le istituzioni, pur riconoscendo a parole il valore del GNL, non riescono a tradurre questa consapevolezza in interventi concreti. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha più volte sottolineato l’importanza del GNL per i settori non elettrificabili, mentre il vicepremier Antonio Tajani ha evidenziato il ruolo strategico del comparto logistico per la competitività del Paese. Tuttavia, queste dichiarazioni restano spesso isolate, prive di un seguito operativo capace di incidere realmente sul mercato. Nel frattempo, gli operatori continuano a confrontarsi con un quadro normativo complesso, caratterizzato da sovrapposizioni di competenze, tempi lunghi per le autorizzazioni e una generale incertezza sulle regole del gioco. Una situazione che non solo rallenta lo sviluppo del settore, ma rischia di far perdere all’Italia terreno rispetto ai principali competitor europei. Anche il Gestore dei Servizi Energetici, guidato da Paolo Arrigoni, è impegnato nel sostenere la transizione attraverso incentivi al biometano e al BioGNL, contribuendo al raggiungimento degli obiettivi fissati dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima. Tuttavia, anche in questo caso, gli strumenti disponibili appaiono insufficienti se non accompagnati da una semplificazione normativa e da una strategia industriale più ampia. I benefici ambientali del GNL sono ormai ampiamente documentati: riduzione delle emissioni di anidride carbonica fino al 20%, abbattimento degli ossidi di azoto fino all’80%, eliminazione quasi totale degli ossidi di zolfo e forte riduzione del particolato. Numeri che rendono evidente il potenziale di questo carburante nel contribuire alla decarbonizzazione dei trasporti e alla costruzione di filiere logistiche più sostenibili. Eppure, nonostante questi vantaggi, il sistema Italia continua a muoversi con lentezza, come se il tempo non fosse una variabile decisiva. Il rischio è quello di trovarsi, ancora una volta, a rincorrere gli altri Paesi, perdendo opportunità di sviluppo economico e occupazionale. Gli investimenti nel GNL, infatti, non riguardano solo l’energia, ma hanno ricadute dirette sull’intera economia del mare, sull’intermodalità e sulla competitività del Made in Italy. Porti più efficienti, flotte più sostenibili, filiere logistiche più moderne: tutto questo potrebbe tradursi in crescita, occupazione e innovazione. Ma perché ciò avvenga è necessario un cambio di passo deciso da parte delle istituzioni. Serve una semplificazione del quadro regolatorio, una maggiore chiarezza nelle norme e, soprattutto, la capacità di ascoltare e valorizzare le proposte che arrivano dal settore. Continuare a ignorarle o a rimandarle significa non solo rallentare la transizione energetica, ma compromettere il futuro competitivo del Paese. In un contesto globale sempre più dinamico, l’immobilismo non è più un’opzione. Il GNL rappresenta una delle poche soluzioni immediatamente disponibili per ridurre le emissioni nei trasporti pesanti e marittimi, e l’Italia ha tutte le carte in regola per giocare un ruolo da protagonista. Ma senza un intervento deciso e coordinato, il rischio è che questa opportunità si trasformi nell’ennesima occasione mancata, simbolo di un sistema incapace di tradurre le idee in realtà.







