Nel panorama culturale e politico italiano contemporaneo, pochi intellettuali risultano tanto divisivi quanto Tomaso Montanari. Rettore dell’Università per Stranieri di Siena, storico dell’arte di indiscussa competenza e prolifico saggista, Montanari si è progressivamente trasformato in una figura pubblica fortemente connotata politicamente. Il suo intervento nel dibattito nazionale, tuttavia, solleva una questione sempre più evidente: siamo di fronte a una critica lucida e necessaria o a una reiterazione sistematica della lamentela? Negli ultimi anni, Montanari ha assunto un ruolo di primo piano nella denuncia delle politiche della destra italiana contemporanea, che egli definisce spesso “illiberale”. Un’etichetta forte, ribadita con frequenza anche nei suoi interventi editoriali e nelle apparizioni televisive, che tende a tracciare una linea di continuità tra l’attuale governo e derive autoritarie del passato. Questa posizione, pur legittima nel contesto di un dibattito democratico, appare talvolta irrigidirsi in una narrazione monocorde, incapace di riconoscere sfumature o complessità. Il problema non risiede tanto nella critica in sé, elemento vitale per qualsiasi società democratica, quanto nella sua forma e reiterazione. L’azione pubblica di Montanari sembra spesso ridursi a una sequenza di prese di posizione indignate, in cui ogni decisione politica viene interpretata come un segnale di regressione democratica. Questo approccio rischia di svuotare la critica del suo potenziale costruttivo, trasformandola in una sorta di rituale retorico. Nel suo più recente lavoro editoriale, Montanari insiste nel collegare alcune dinamiche politiche contemporanee a matrici ideologiche riconducibili al fascismo. Si tratta di un parallelismo che, se da un lato può stimolare una riflessione storica, dall’altro rischia di apparire forzato e anacronistico. Il continuo richiamo a categorie del passato, infatti, può finire per oscurare le specificità del presente, impedendo un’analisi realmente efficace delle trasformazioni in atto. C’è poi un ulteriore elemento da considerare: il ruolo istituzionale ricoperto da Montanari. In qualità di rettore, egli rappresenta un’istituzione accademica che dovrebbe, almeno in linea teorica, mantenere una certa distanza dalle dinamiche partitiche. La sua esposizione mediatica e il tono fortemente polemico dei suoi interventi sollevano interrogativi sulla compatibilità tra funzione accademica e militanza ideologica. È possibile essere al tempo stesso garante di pluralismo e voce schierata senza compromettere l’equilibrio istituzionale? I sostenitori di Montanari vedono in lui una voce coraggiosa, capace di opporsi a quella che percepiscono come una deriva autoritaria. I suoi detrattori, invece, lo accusano di alimentare un clima di perenne conflitto, in cui ogni dissenso viene amplificato fino a diventare emergenza democratica. In questo senso, la sua figura incarna una tensione più ampia all’interno della sinistra italiana: quella tra critica radicale e capacità di proposta. La “politica delle lamentele”, se così la si vuole definire, non è un’esclusiva di Montanari, ma nel suo caso assume una visibilità particolare. Il rischio è che la reiterazione di toni allarmistici finisca per desensibilizzare l’opinione pubblica, rendendo meno incisive anche le denunce più fondate. In un contesto mediatico già saturo di polarizzazione, la voce dell’intellettuale dovrebbe forse puntare a una maggiore articolazione, evitando semplificazioni che possono risultare controproducenti. Ciò non significa negare il valore del suo contributo. Montanari resta un punto di riferimento nel dibattito culturale italiano, capace di portare l’attenzione su temi spesso trascurati, come la tutela del patrimonio artistico e il ruolo pubblico della cultura. Tuttavia, proprio per questo, ci si aspetterebbe da lui una capacità maggiore di andare oltre la denuncia, offrendo visioni alternative e percorsi concreti. In definitiva, la figura di Tomaso Montanari solleva una domanda cruciale per il mondo intellettuale: quale deve essere il ruolo dell’accademico nello spazio pubblico? Limitarsi a denunciare o contribuire a costruire? La risposta, probabilmente, non è univoca. Ma in un’epoca segnata da profonde trasformazioni politiche e sociali, la qualità del dibattito dipende anche dalla capacità dei suoi protagonisti di superare la logica della lamentela per approdare a quella della proposta costruttiva.







