Le recenti inchieste televisive di Mi manda RaiTre, spesso integrate dai precedenti approfondimenti di Report, hanno riportato al centro del dibattito il modello produttivo e commerciale di Poltronesofà, mettendo in discussione la coerenza tra la narrazione pubblicitaria e la realtà industriale. Il tema più controverso riguarda la manodopera impiegata, che appare distante dall’immagine evocata dallo slogan “artigiani della qualità”. Secondo quanto emerso, l’azienda non produce direttamente i divani nei propri stabilimenti ma opera come un hub commerciale che coordina una vasta rete di terzisti, distribuiti principalmente tra il distretto di Forlì e quello della Murgia tra Puglia e Basilicata. Questa frammentazione produttiva consente una grande capacità di scala ma implica anche una forte pressione sui costi, che si riflette inevitabilmente sulla qualità del lavoro e sulle condizioni dei lavoratori coinvolti. Le piccole e medie imprese fornitrici operano infatti con margini molto ridotti, circostanza che favorisce l’impiego di manodopera meno specializzata e l’adozione di processi standardizzati, tipici della produzione industriale su larga scala piuttosto che della tradizionale bottega artigiana. Un altro elemento centrale delle inchieste riguarda la figura dell’artigiano utilizzata nella comunicazione aziendale. I volti noti degli spot televisivi, come Bruno e Andrea, sono diventati simboli riconoscibili del marchio, ma secondo diverse associazioni di categoria, tra cui la Claai, si tratterebbe di una rappresentazione fuorviante. I lavoratori coinvolti nella produzione sarebbero infatti operai inseriti in catene di montaggio, impegnati in attività ripetitive come il taglio laser dei tessuti o l’assemblaggio di componenti predefiniti, ben lontani dall’idea di un artigianato creativo e autonomo. Le criticità aumentano quando si analizza il sistema dei subappalti. In alcune inchieste Rai, come “Una poltrona per due”, è stato evidenziato il rischio che i terzisti affidino ulteriormente parte del lavoro a piccoli laboratori, spesso gestiti da manodopera straniera, in particolare cinese, presenti nel distretto forlivese. In questi contesti, secondo le testimonianze raccolte, le condizioni di lavoro e i salari sarebbero estremamente bassi, funzionali a mantenere competitivi i prezzi finali dei prodotti. Questo meccanismo, oltre a sollevare interrogativi etici, alimenterebbe una concorrenza sleale nei confronti degli artigiani locali che non riescono a sostenere costi così contenuti. Parallelamente al tema della manodopera, Mi manda RaiTre ha approfondito la qualità dei materiali utilizzati nei divani, concentrandosi sul cosiddetto “Made in Forlì”. Le analisi hanno messo in luce l’impiego frequente di materiali economici nelle strutture interne, come truciolato o MDF al posto del legno massello, oltre all’uso di graffette metalliche e colle rapide per l’assemblaggio, soluzioni che possono incidere sulla durata del prodotto. Anche le imbottiture sono state oggetto di critiche: la densità del poliuretano espanso risulterebbe spesso insufficiente, con conseguente perdita di forma e comfort dopo pochi mesi di utilizzo. Le cinghie elastiche, se non adeguatamente supportate, tenderebbero a cedere rapidamente, compromettendo la stabilità della seduta. Sul fronte dei rivestimenti, le inchieste hanno sollevato dubbi sulla reale origine dei materiali, ipotizzando che alcuni tessuti possano provenire dall’estero, in particolare dalla Cina, pur essendo assemblati in Italia. Tra i materiali più frequentemente importati rientrerebbero tessuti sintetici come poliestere e microfibra, spesso utilizzati per le linee economiche per via del loro costo contenuto e della facilità di lavorazione industriale. Sono stati citati anche tessuti misti, come poliestere-cotone, e rivestimenti trattati con finiture antimacchia o idrorepellenti, prodotti su larga scala nei distretti tessili asiatici. In alcuni casi si parla anche di similpelle (ecopelle) di origine asiatica, realizzata con supporti sintetici e rivestimenti poliuretanici. Test di laboratorio hanno inoltre evidenziato una resistenza limitata allo sfregamento in alcune linee economiche, con fenomeni di pilling precoce. Non meno rilevanti le difficoltà riscontrate dai consumatori nella gestione delle fodere sfoderabili, che spesso risultano difficili da riposizionare dopo il lavaggio. Un altro punto critico riguarda la trasparenza delle informazioni fornite al cliente: le schede tecniche dei prodotti non sarebbero sempre facilmente accessibili o complete al momento dell’acquisto, rendendo difficile valutare la reale qualità del divano. Le pratiche commerciali dell’azienda sono state più volte oggetto di segnalazioni, riprese anche dal programma televisivo, e hanno portato a interventi dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, che ha confermato una sanzione da un milione di euro per pubblicità ritenute ingannevoli. Tra le contestazioni principali figurano i cosiddetti “doppi saldi”, non applicati all’intera collezione, e l’uso di promozioni presentate come irripetibili ma in realtà riproposte ciclicamente, creando un senso di urgenza artificiale nel consumatore. Anche il servizio post-vendita è finito sotto osservazione, con segnalazioni di difficoltà nell’ottenere assistenza o riparazioni in garanzia, oltre a casi di prodotti consegnati con difetti strutturali o materiali non conformi. Le inchieste hanno inoltre fatto luce sulla presenza di componenti e manodopera di origine cinese nella filiera produttiva. Nei laboratori del distretto di Forlì, parte delle lavorazioni sarebbe affidata a operatori cinesi, consentendo all’azienda di mantenere formalmente l’etichetta “Made in Italy” pur operando con logiche di contenimento dei costi tipiche di una filiera globalizzata. Non solo manodopera: anche alcuni semilavorati, come tessuti o strutture grezze, potrebbero essere importati dall’Asia e successivamente rifiniti in Italia. Questo scenario solleva interrogativi sull’ambiguità del concetto di prodotto “fatto a mano”, utilizzato nella comunicazione aziendale ma spesso distante dalla realtà industriale descritta dalle inchieste. Al centro di questo sistema c’è Renzo Ricci, fondatore e presidente dell’azienda, che dal 1995 ha trasformato una realtà locale in un gruppo con oltre 160 negozi in Italia e una presenza consolidata in diversi Paesi europei. Il modello di business si basa su produzione esternalizzata, marketing massiccio e vendita diretta, una combinazione che ha garantito una crescita costante del fatturato, nonostante le critiche e le sanzioni ricevute. Le inchieste di “Mi manda RaiTre” e “Report” offrono dunque uno spaccato complesso e articolato, in cui emergono le contraddizioni di un sistema produttivo che coniuga prezzi competitivi e narrazione artigianale, ma che solleva interrogativi sulla trasparenza, sulla qualità e sulle condizioni di lavoro lungo tutta la filiera.







